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“L’anima delle città"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Quante volte ci è capitato di ascoltare questo o quell’intellettuale parlare dell’anima di Firenze o di quella dell’eterna Roma? Centinaia di volte.


Se taluni di voi sono riusciti a comprendere chiaramente quale sia il significato dell’espressione l’anima di Roma, confesso di provare una certa dose di invidia, perché questo è un piacere che mi è da sempre sconosciuto, giacché mi rifiuto di credere alla coincidenza assoluta tra patrimonio artistico di un luogo ed il suo spirito più profondo, appunto ciò che chiamiamo anima.

Ammetto dunque di essere incapace di percepire la cosiddetta anima di una città e che ho finito per considerarla una sorta di figura retorica, a cui taluni intellettuali spesso ricorrono, usando una sorta di creatività loro concessa in quanto uomini di pensiero.

Eppure un’anima non sarebbe necessario inventarsela: basterebbe guardare agli abitanti dei luoghi, alle loro storie, ai loro occhi, alle loro mani, per trovarne migliaia.

Ma gli intellettuali, si sa, spesso preferiscono confrontarsi con figure retoriche che non con uomini in carne ed ossa, che imporrebbero loro più dubbi che comode risposte, più urgenze che vuote contemplazioni.

Si potrà obiettare che è impossibile andare a Napoli e non avvertirne l’anima, che si manifesta attraverso l’architettura, la lingua e la gestualità della sua gente. Risponderei all’obiezione facendo notare che queste sono appunto manifestazioni tutte umane, inesistenti senza la presenza degli abitanti di Napoli che le hanno prodotte e che pensare ci sia un’autonoma e viva anima di Napoli che le ha create significherebbe fare un torto ai suddetti uomini; ma si sa, l’uomo ha speso e spende quasi tutto il tempo che gli è concesso nel fare torti ai suoi simili.

Raccontare la vera anima di una città dovrebbe per me consistere anche nel raccontare le storie dei suoi abitanti, ma per fare questo mi si dirà che ci vogliono secoli. Basterebbe allora raccontare almeno un centinaio di storie, narrare gli eventi di un centinaio di abitanti, magari nell’arco di una sola giornata, per essere onesti, per essere dalla parte degli uomini, per aiutarli a sopportare il peso delle inderogabili urgenze che gli esseri viventi hanno e le cose no.

Qual è infatti l’aberrazione che ci ha portato a considerare interessante ciò che umano non è, a riempirci la bocca di parole senza sangue né sudore?

Una cultura capace di parlare dell’anima delle città, ma che non vede i giorni e le ore dei suoi abitanti non serve a nulla, è solo un far passare il tempo rigirandosi i pollici e dunque di questa cultura si può farne agevolmente a meno.