Una riflessione sulla “cittadinanza”

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di MARIANNA STURBA

Voglio iniziare questa mia riflessione sull'attualizzazione del termine "cittadinanza", da un brano interessantissimo di una antropologa:


"Vivevo con i boscimani da un anno quando chiesi all'uomo più vecchio del gruppo di avere anch'io un ruolo nella comunità. Volevo cacciare, come facevano gli uomini, ma il vecchio rispose di no: Tu puzzi e fai un sacco di chiasso con le scarpe, gli animali scappano. Allora proposi di partecipare alla raccolta di vegetali spontanei con le donne. Altro rifiuto del vecchio: qui è pieno di piante velenose, le conosci tutte? Avrei almeno potuto avere lo status e i compiti del bambino? Nemmeno: non ero abile nel catturare le lucertole e i bruchi che integravano la dieta. Il vecchio rilanciò: potresti fare la bambina. Le bambine preparavano gli ornamenti per le cerimonie: fui ammesso a fare le perline". (Daniela Pasti,Un antropologo assunto fra i boschi Mani)

Quando si ragiona in termini di "appartenenza" ad un qualcosa, c'è sempre chi occupa la posizione privilegiata ma piena di responsabilità, di chi deve dare una definizione e uno status ad un altro che ne faccia richiesta.

Nel  caso appena citato essere ammessi al grado più basso della cittadinanza, equivale comunque ad una accettazione nel gruppo, in una posizione sociale debole, ma comunque nel gruppo. È chiaro che in discussione c'è solo che gradino della società organizzata poter coprire e non se si ha o meno il diritto ad essere riconosciuti cittadini.

Ora ipotizziamo che il capo, o un membro qualsiasi del gruppo del brano presentato, chieda di essere inserito in una società urbana. In quale ruolo verrà collocato? Fra i maschi, fra le donne o fra i bambini della città? Più complessi saranno i criteri per acquisire la cittadinanza. Per noi il tema dell'identificazione che da diritto alla cittadinanza, è molto complesso e non si ferma sulla sponda del "saper fare", non cataloga in base a ciò che sappiamo compiere, ma piuttosto sulla base di quanto siamo riconosciuti simili agli altri. Una similitudine culturale, che deve essere testata.

La cittadinanza origina una divisione asimmetrica del mondo.

Ci dice  che ciò che vale sia dentro la città, perché fuori le mura c’è il caos, il mondo disordinato, pericoloso e privo di valore. Una volta organizzato in città l'uomo identifica la propria organizzazione sociale come "civile" mentre etichetterà ciò che è fuori come incivile.

Anche il linguaggio conferma questa visione del mondo: tutte le parole, che ruotano intorno a “cittadinanza”, fanno capo a “città”, civile, civiltà, cittadino, urbano, urbanità, politica. Non indicano, perciò, una delle tante forme di convivenza sperimentate dall’umanità, ma si riferiscono a quella specifica, del vivere in città.  Hanno una data e un luogo di nascita, il VI millennio a.C.  in Mesopotamia, e un territorio dove si esercitano: lo spazio urbano.

Questa definizione di "spazio urbano, ci si fa necessaria per capire quand'è che l'uomo ha bisogno di definire chi sono i suoi "simili". Nel momento in cui la comunità si organizza e "si chiude", fortifica le sue mura e si da un nome, da quel momento ha anche bisogno di darsi una regola su chi abbia diritto di far parte della comunità.

Noteremo osservando la storia che spesso è la ragione economico-produttiva a dettare le regole dell'appartenenza in una sana prospettiva di tutela della sopravvivenza. Ma il più delle volte al fondo delle scelte normative riferite alla cittadinanza, ci sono i dogmi della cultura.

L'aggettivo che noi utilizziamo spesso deriva da civilis, che significa appunto l'individuo disciplinato, consapevole dei propri diritti e dei propri doveri; l'opposto di ferinus, selvaggio, feroce, è ciò che noi utilizziamo per definire chi vogliamo con noi.

Vogliamo quelli che possiamo riconoscere come civili....come noi. Dobbiamo poterne identificare i modi di fare, gli usi, le tradizioni e dobbiamo poterli definire per somiglianza con noi.

Non è detto che le porte delle città debbano essere sempre sbarrate.

La storia ci racconta che ci sono dei riti di iniziazione, delle procedure di ammissione, diversi a seconda delle società, ma presenti in tutte le civiltà, per quanto non sempre così gradevoli. Ci sono delle società totalmente esclusive, come quella egizia, i cui “cittadini” si ritenevano una razza eletta, si lavavano le mani, quando toccavano uno straniero. Altre società sono inclusive, sono esempio di apertura, come gli assiri che avevano delle “città doppie”, come Kanish, per metà abitate da assiri, e per metà da stranieri; o come i persiani e gli indiani di Ashoka, celebrati nei tempi successivi per la loro apertura ai diversi.

Roma diventa un caso a parte.

Il caso di Roma fu probabilmente unico nell’antichità mediterranea. In un mondo di “cittadinanze esclusive”, Roma si caratterizzò fin dalle origini per la sua forte inclusività. Forse perché la sua nascita è segnata dal meticciato di popoli molto diversi tra di loro (etruschi, sabini, latini); il suo percorso vede continuamente aggiungersi popoli e genti, i quali, dopo un certo periodo di tempo e una certa trafila, diventano pienamente “romani”, fino ad assumere cariche, aspirare al senato, al consolato. Addirittura al soglio divino dell’imperatore.

Roma però, seppur con un mito sulla propria cultura trasbordante, da la cittadinanza ai popoli conquistati, non più "barbari", " stranieri" ma Romani.

Roma  “aggiusta” continuamente il concetto di cittadinanza per renderlo sempre più aperto e inclusivo, per garantire questo continuo flusso in entrata, lo adatta alle nuove situazioni e ai nuovi richiedenti.

Perché i romani elaborano questa idea di cittadinanza aperta e inclusiva?

Il primo motivo è che hanno bisogno di soldati (il cittadino è colui che combatte per la patria); e poi di contadini e di pagatori di tasse (privilegio che i cittadini “autoctoni”, per usare l’invenzione ateniese, esercitavano sempre più malvolentieri). Il secondo è perché sono un impero. L’impero ha come confini ideali il mondo, come rendeva chiaro a tutti l’imperatore, reggendo in mano la sfera di calcedonio. E come i romani apprendevano, quando studiavano a memoria Virgilio: “Il tuo compito, o romano, è quello di governare il mondo, perdonare chi si sottomette e sconfiggere i ribelli”.

Roma si apre ma non compie ancora il passaggio che vedremo solo intorno al XVIII sec quando alla base della cittadinanza non troviamo i doveri verso l'impero, verso lo stato, ma il reale riconoscimento della dignità della persona.

È con le grandi Rivoluzioni borghesi del 1700, (con le opere di Locke e Rousseau) che la concezione moderna della cittadinanza, come contenitore di una serie aperta di diritti soggettivi, si afferma come eguaglianza giuridica di tutti i cittadini in quanto soggetti di diritto, detentori della sovranità e membri della nazione. Questo attraverso  la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789 (varata in Francia dall’Assemblea Nazionale).

Per ogni cittadino sono riconosciuti i diritti naturali di: libertà, proprietà, sicurezza personale, resistenza all’oppressione.

Attualizziamo.

In quale direzione modificare questo concetto di cittadinanza? Verso una cittadinanza aperta o chiusa? Verso una cittadinanza identitaria o costituzionale? Verso la preminenza della legge, o delle differenze culturali?

Ciò che può emergere da i pochi dati da me citati è che il concetto di cittadinanza può partire da due assunti diversi che ne danno diversa dignità : diritto che si acquisisce per assumere doveri verso lo stato, o  diritto che si riconosce all'uomo in quanto essere uomo è soggetto di diritti?

Il concetto di Cittadinanza ha in sé tutte le contraddittorietà possibili.

Da una parte c’è il volto dell’umanità e del diritto. Dall’altra c’è un prezzo, spesso poco piacevole, da pagare.

Ogni persona è già portatore di una “identità nazionale o culturale” e quindi di un’idea di cittadinanza identitaria, nessuno arriva nel mondo "tabula rasa", destinato a confrontarsi con quelle degli altri e che, in ogni caso, fa riferimento a una situazione pregressa. Ora il controllo che si poteva esercitare prima alla trasmigrazione e agli spostamenti, era senza dubbio maggiore è questo consentiva di gestire un processo lento con regolamenti lenti. Oggi assistiamo ad un percorso veloce sostenuto da regolamenti paralizzati del tutto.

La complessità della situazione attuale impone che non possiamo “ricopiare” per i nostri giorni, modelli passati, ma dalle contraddizioni riscontrate, dai punti di forza e dalla liquidità raggiunta oggi dalla mobilità nel mondo, deve nascere per forza un nuovo e coraggioso paradigma di CITTADINANZA.

L'intento di questo articolo non è dare un modello ma sollevare una discussione sul significato che oggi ha sentire il riconoscimento legale della propria appartenenza a questa o quella comunità. Potremmo immaginare di essere davvero cittadini del mondo ed avere accesso ad ogni angolo del pianeta a patto che la nostra presenza sia in linea con le leggi e produttiva? Oppure dobbiamo pensare che nel tema della cittadinanza debbano rientrare i paradigmi dell'identificazione culturale? Perché se è questa seconda forma che vogliamo forse allora la cittadinanza deve tornare ad avere un riconoscimento al massimo regionale, un riconoscimento "ristretto" ma forse più autentico. Io spero che si abbia tutti il coraggio di ambire a modelli più attuali e veritieri dell'appartenenza e della cittadinanza, modelli che tengano da conto le novità introdotte dal mercato del lavoro e dalla formazione universitaria, che osservino cosa sta accadendo davvero nel mondo.

Consiglio a tutti un lungo viaggio all'estero alla scoperta del "sentire" di chi da straniero vive in una terra, alla scoperta della normale empatia che si scatena rispetto al paese che ti accoglie e all'affetto che si prova per quei posti che ti hanno donato momenti di piacere e gioia, per poi tornare a domandarsi cos'è che ci rende o meno Cittadini di un luogo!

Io "conosco un posto che mi piace si chiama Mondo"(Cremonini), ed è lì che mi sento a casa.