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Ennesima violenza di genere: chi semina vento, raccoglie tempesta

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di MARCO SPAGNUOLO

Nella tarda serata di martedì 1 agosto, si è consumata l’ennesima violenza contro una donna, in particolare una ragazza di quindici anni.

A Bari Vecchia, attirata dal suo ex fidanzato con la scusa di un gelato, si è mossa in sua compagnia fino a una zona poco praticata nella zona portuale, convinta di dover solo scambiare qualche chiacchiera. Giunti nella sopradetta zona isolata, sarebbe stata mobilizzata su un’auto parcheggiata lì vicino e avrebbe subito violenze da ben cinque ragazzi (compreso l’ex fidanzato). Dopo aver subito le violenze, e recatasi tardi a casa, ha immediatamente raccontato tutto ai genitori, che hanno sporto denuncia presso i carabinieri seduta stante.

Nella giornata di mercoledì, i CC hanno effettuato  perquisizioni nella casa del branco (di cui quattro sono minorenni) e controlli sui telefonini. Nel frattempo, sono al vaglio delle indagini anche le immagini e i video catturati dai sistemi di videosorveglianza del porto. Agli interrogatori, tutti e cinque gli indagati si sono rifiutati di parlare e hanno chiesto la presenza di un avvocato.

La notizia dello stupro è saltata immediatamente sulle principali testate online del barese, e non solo, e ha trovato un forte cordone di solidarietà (anche solo espressa tramite un commento) da molti, di tutte le età. Tuttavia, buona parte della destra ha taciuto sull’accaduto, magari limitandosi a una breve condanna su Facebook, risposta assai leggera pensando se gli stupratori invece fossero stati i famigerati immigrati. Ma non solo. Tra i molti commenti alle condivisioni o i pensieri espressi, anche da ragazzi e ragazze giovanissime, molti sono gli inviti a una giustizia fai-da-te o a una sorta di codice teocratico stile indiano (il cosiddetto “occhio per occhio”). Da ciò si desume come la violenza di genere, che spesso sfocia nella violenza tout-court come quella dello stupro, non sia vista in quanto piaga che ha radici innanzitutto culturali, sociologiche, psicologiche e politiche. Poiché, invocando torture e carceri a volontà, si trasmette l’idea che la violenza di genere non sia il risultato di una condizione di cattività in cui cresciamo e viviamo, ma di una caratteristica umana che va repressa e internata (ieri il manicomio, oggi il carcere). Dunque, anche risposte che possono apparire esaltanti, sulla scia di un ragionamento che va per “puniamone uno per educarne cento”, in verità finiscono per legittimare tali comportamenti.

Risposte da seguire, invece, ce ne sono state l’8 marzo scorso, data che ha ospitato in tutto il mondo i cortei di “Non una di meno”, che nelle sue piattaforme ha appunto steso le proposte per un radicale cambiamento delle condizioni di genere dal lavoro alla cultura, dalla casa alla vita sociale: consultori medici ed informativi, autodifesa femminile, controlli serrati sulle condizioni di vita e di lavoro, controllo sociale sui media e sulla pubblicità e i loro messaggi, ecc.

Nel giro di due giorni, anche il sindaco De Caro si è schierato contro questa violenza e ha scritto “un episodi odi assurda sopraffazione che non trova alcuna giustificazione e ci restituisce un quadro educativo e morale compromesso, di cui tutti siamo responsabili e su cui occorre interrogarci”; ha anche annunciato che il Comune si schiererà come parte civile nel processo nel processo.