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di ANGELO GIANFRATE

La storia della cucina italiana ha subito l’influenza di tutti i popoli che, nel corso dei secoli, hanno lasciato il loro segno, non solo artistico e culturale ma anche gastronomico. Romani, greci, arabi sono solo alcuni dei popoli che hanno contribuito a creare una tradizione culinaria che dura ormai da secoli. La tradizionale cucina italiana ha ricevuto apprezzamenti in tutto il mondo e i suoi prodotti di grande gusto e genuinità hanno riscosso diversi riconoscimenti. Gran parte dei prodotti italiani, infatti, possono vantare la certificazione DOCG (denominazione di origine controllata e garantita).

 

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L’Agenda del SudEst.it

A cura di ANGELO GIANFRATE

Settimana dal 29 Agosto al 4 Settembre 2020

Settembre amico apre mandorle e fico

Sole Luna

1° sorge alle 06.26 – tramonta alle 19.33           sorge alle 19.40 – tramonta alle 05.16

11  sorge alle 06.36 – tramonta alle 19.16           sorge alle 00.33 – tramonta alle 16.17

21  sorge alle 06.47 – tramonta alle 18.59           sorge alle 11.28 – tramonta alle 21.40

Accadeva …

1 Settembre 1900  Il Congresso Cattolico approva la proposta di Giuseppe Toniolo per la costituzione di associazioni sindacali di soli operai.

2 Settembre 1910  Al Congresso della Lega Democratica Murri riesce a conservare a fatica la guida del movimento.

1 Settembre 1970  Epidemia di colera in Guinea.

2 Settembre 1970  L’italiana Maria Elena Angeloni e un cipriota perdono la vita nell’attentato che avevano organizzato ad Atene contro l’Ambasciata americana.

4 Settembre 1970  Il socialista Salvador Allende leader di Unidad Popular vince le elezioni presidenziali in Cile.

2 Settembre 1980  I NAR uccidono per errore a Roma un tipografo del Messaggero. Il loro obbiettivo era un giornalista del quotidiano romano autore di inchieste sul terrorismo di destra.

3 Settembre 2000  Papa Giovanni XXIII viene beatificato di Giovanni Paolo II.

Ed. De Agostini; Wikipedia; S.Colarizi, Storia del Novecento italiano,Ed.BUR;  “30 Anni della nostra storia”  ERI edizioni, Gruppo Flli Fabbri Editori; G.Bisiach, Un minuto di storia, Mondadori. Wikipedia.

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Citazione

“Ci vuole sempre qualcuno da odiare per essere giustificati nella propria miseria”. Umberto Eco

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La buona lettura  (consigliati dal SudEst)

Vie di fuga                   Lucrezia Sarnari                Rizzoli

Promised                     Kiera Cass                         Sperling & Kupfer

Io sono il castigo        Giancarlo de Cataldo         Einaudi

Non dire una bugia      Alafair Burke                      Piemme

Le isole di Normann    Veronica Galletta               Italo Svevo Edizioni

Un buon libro da leggere a casa

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Gli onomastici della settimana

29 Agosto       Martirio San Giovanni

30 Agosto       Faustina

31 Agosto       Aristide

1 Settembre  Egidio

2 Settembre  Elpidio

3 Settembre  Gregorio

4 Settembre  Rosalia

Auguri!

L’Italia delle meraviglie”

Pietrabruna - Imperia

Il paese di Pietrabruna giace alle pendici del monte Faudo (1149 m) e alla cima secondaria del monte Follia (1031 m) e rispecchia il tipico borgo montano della Liguria. Il suo centro storico è formato dai caratteristici carrugi e dalle piccole piazze. Tra le vette del territorio pietrabrunese il monte Sette Fontane (781 m), il monte Croce (681 m), il monte Selletta (579 m) e il monte Casarazzi (474 m). Come molti paesi della Liguria, il borgo di Pietrabruna crebbe intorno ad una chiesa: in questo caso la chiesa di San Gregorio, dell'XI secolo e ancora visibile nelle sue forme romaniche. Dopo essere stato dominio di Adelaide di Susa, moglie di Oddone di Savoia, il territorio entrò a far parte dei possedimenti della famiglia Clavesana. Successivamente il feudo passò dapprima ad Anselmo di Quaranta, signore di Laigueglia, e quindi acquistata dal comune di Porto Maurizio nel XII secolo. Il passaggio al nuovo comune causò la distruzione volontaria delle antiche fortificazioni precedenti, costruendo ex novo il borgo, in posizione molto più elevata dell'originale villaggio. Si edificò inoltre la nuova chiesa parrocchiale dedicata a san Matteo, quest'ultima demolita per la nuova ricostruzione nel 1938. In epoca medievale passò dalla contea di Ventimiglia e poi al Comune di Genova quando, nel 1396, si sottomisero a quest'ultima i conti ventimigliesi Raimondo e Filippo. Con il capitaneato di Porto Maurizio la comunità di Pietrabruna fu "villa" del Terziere di San Tommaso. Con la caduta della Repubblica di Genova sul finire del 1797, e la conseguente istituzione della napoleonica Repubblica Ligure, il territorio di Pietrabruna divenne municipalità autonoma che fu inquadrata nel cantone di Dolcedo nella giurisdizione degli Ulivi, con capoluogo Porto Maurizio; cantone che nel 1803 fu poi soppresso e sottoposto a quello di Porto Maurizio. Analogamente, furono istituite le due municipalità di Boscomare e di Torre Paponi, quest'ultima poi soppressa e confluita nel comune di Boscomare nel 1804. Dal 1805, con il passaggio della Repubblica Ligure nel Primo Impero francese, i due comuni rientrarono nel circondario di Porto Maurizio del Dipartimento di Montenotte.Furono annessi al Regno di Sardegna nel 1815 dopo il congresso di Vienna del 1814, a seguito della caduta di Napoleone Bonaparte. Nel 1818 il comune di Pietrabruna è aggregato al mandamento di Prelà, nella provincia di Oneglia. Facente parte del Regno d'Italia dal 1861, dal 1859 al 1926 il territorio fu diviso tra i due mandamenti di Dolcedo (Pietrabruna, nel III mandamento del circondario di Porto Maurizio) e di Santo Stefano al Mare (Boscomare, nel V mandamento del circondario di Sanremo) facenti parte della provincia di Nizza (poi provincia di Porto Maurizio e, dal 1923, di Imperia). Nel 1928 assoggettò il soppresso territorio comunale di Boscomare che, assieme a Torre Paponi, divennero frazioni di Pietrabruna. Dal 1973 al 31 dicembre 2008 ha fatto parte della Comunità montana dell'Olivo e, fino al 2011, della Comunità montana dell'Olivo e Alta Valle Arroscia.

Santa Maria di Leuca- Salento

Leuca è un nome che deriva dal greco λευκός (leukós), cioè "bianco", ed è comune ad altri toponimi quali Lèucade, isola greca. Secondo Strabone, promontorio originariamente denominato con il nome greco τα Λευκά (ta Leuká, le Bianche), probabilmente per le bianche rocce perpendicolari sul mare. n passato era amministrativamente divisa fra il comune di Gagliano del Capo, per la parte dove è ubicato il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, e il comune di Castrignano del Capo, per la parte compresa tra punta Ristola e Punta Meliso. La vicenda legale tra i comuni di Castrignano del Capo e Gagliano del Capo, conclusasi dopo 83 anni, ha stabilito che Leuca ricade interamente nel comune di Castrignano del Capo. Più precisamente si intende per Santa Maria di Leuca la zona sopra il promontorio su cui si trovano la Basilica e il faro (che con la sua altezza di 48,60 metri e la sua collocazione a 102 metri sul livello del mare è uno dei più importanti d'Italia), mentre la Marina di Leuca è situata più in basso ed è compresa tra punta Mèliso a est, posta ai piedi del promontorio, e punta Ristola a ovest, estremo lembo meridionale del Salento. Nonostante l'estremo tacco d'Italia sia identificabile con Punta Ristola, Punta Mèliso (probabilmente per l'importanza che le deriva dal sovrastante faro) chiude convenzionalmente, insieme a Punta Alice in Calabria, il Golfo di Taranto. Sempre a punta Mèliso viene posto, secondo una convenzione nautica, il punto di separazione fra la costa adriatica (a est) e la costa ionica (a ovest). Si tratta comunque di semplificazioni di comodo che prevedono, quale linea di demarcazione fra le acque del Mar Adriatico e del Mar Ionio, un determinato parallelo: in questo caso il parallelo 39°47'N (che passa 50 metri più a nord di punta Mèliso), ma un'altra convenzione nautica, ad esempio, utilizza il parallelo 40°N. Ma, al di là delle convenzioni, il fatto che da Santa Maria di Leuca sia talora visibile, in determinate condizioni, una linea di separazione longitudinale, ben distinguibile cromaticamente (dovuta in realtà all'incontro fra le correnti provenienti dal Golfo di Taranto e quelle dal Canale d'Otranto), ha da sempre suggerito alla fantasia popolare un confine fisico fra i due mari. Dall'ottobre 2006 il territorio di Santa Maria di Leuca rientra nel Parco Costa Otranto - Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase istituito dalla Regione Puglia allo scopo di salvaguardare la costa orientale del Salento, ricca di pregiati beni architettonici e di importanti specie animali e vegetali. Poco fuori Punta Ristola, a 85 metri sotto il livello del mare, giace lo scafo del sommergibile oceanico italiano Pietro Micca, affondato durante la seconda guerr mondiale col suo equipaggio di 58 marinai. Una famosa leggenda narra che Santa Maria di Leuca (o forse Porto Badisco, ma più probabilmente Castro) sarebbe stata il primo approdo di Enea. Successivamente sarebbe qui approdato San Pietro, il quale, arrivato dalla Palestina, iniziò la sua opera di evangelizzazione, per poi giungere a Roma. Il passaggio di San Pietro è anche celebrato dalla colonna corinzia del 1694 eretta sul piazzale della Basilica, recentemente ristrutturata. Una scalinata di 296 gradini collega la Basilica al sottostante porto facendo da cornice alla cascata monumentale dell'Acquedotto Pugliese che, terminando a Leuca, sfocia in mare. Nel corso della storia, diverse sono state le visite dei papi a Santa Maria di Leuca. Nell'anno 343 papa Giulio I (337-352) si recò a Leuca per consacrare il santuario; la circostanza è ricordata da una lapide apposta sull'ingresso della Basilica. Nell'anno 710 papa Costantino (708-715) fu di passaggio a Santa Maria di Leuca dopo la sosta a Otranto. Il 14 giugno 2008, sul piazzale antistante la Basilica, ha celebrato la messa papa Benedetto XVI, atterrato in elicottero a Punta Ristola e giunto al santuario "de Finibus Terrae", dove ha presieduto la messa. Nel 2009 fu inaugurata una statua di Bronzo di Benedetto XVI collocata nell'area del piazzale dove Benedetto XVI ha celebrato la Santa Messa. L'opera, voluta dal rettore-parroco della basilica, monsignor Giuseppe Stendardo, è stata realizzata e donata dalla fonderia artistica "Cubro", di Novate Milanese. Subito dopo è stata scoperta la targa in marmo collocata sulla facciata della Basilica.

Curiosando

“L’Abbazia di San Galgano” - Toscana

L’abbazia di San Galgano è un'abbazia cistercense, sita a una trentina di chilometri da Siena, nel comune di Chiusdino.

Il sito è costituito dall'eremo (detto "Rotonda di Montesiepi") e dalla grande abbazia, ora completamente in rovina e ridotta alle sole mura, meta di flusso turistico. La mancanza del tetto - che evidenzia l'articolazione della struttura architettonica - accomuna in questo l'abbazia a quelle di Melrose, di Kelso e di Jedburg in Scozia, di Tintern in Galles, di Cashel in Irlanda, di Eldena in Germania, di Beauport a Paimpolm(Bretagna) e del Convento do Carmo a Lisbona. In Italia, un paragone, almeno estetico, può compiersi con il Complesso della Santissima Trinità detta Incompiuta di Venosa (Potenza), che, però non cadde in rovina: i lavori di edificazione non vennero mai completati. Di san Galgano, titolare del luogo che si festeggia il 3 dicembre, si sa che morì nel 1181 e che, convertitosi dopo una giovinezza disordinata, si ritirò a vita eremitica per darsi alla penitenza, con la stessa intensità con cui si era prima dato alla dissolutezza. Il momento culminante della conversione avvenne nel giorno di Natale del 1180, quando Galgano, giunto sul colle di Montesiepi, infisse nel terreno la sua spada, allo scopo di trasformare l'arma in una croce; in effetti nella Rotonda c'è un masso dalle cui fessure spuntano un'elsa e un segmento di una spada corrosa dagli anni e dalla ruggine, ora protetto da una teca di polimetilmetacrilato. L'evidente eco del mito arturiano non ha mancato di sollevare curiosità e, ovviamente, qualche ipotesi ardita su possibili relazioni fra la mitologia della Tavola Rotonda e la storia del santo chiusdinese. In molte biografie di San Galgano, compresa la Vita Sancti Galgani de Senis si accenna a contatti che il santo avrebbe avuto con l'eremo di San Guglielmo di Malavalle (Castiglione della Pescaia in provincia di Grosseto). Molte sono le affinità tra i due personaggi: entrambi cavalieri, decisero di votarsi alla vita eremitica abbandonando la milizia terrena, entrambi avevano legami con la materia arturiana. San Galgano infigge la spada nella roccia, con gesto simile, ma inverso a quello di Artù che la estrae. Guglielmo, secondo una tradizione popolare antica in certi comuni della zona (Castiglione della Pescaia, Tirli, Buriano, Vetulonia) sarebbe in realtà Guglielmo X d'Aquitania, padre di Eleonora alla cui corte operò Chrétien de Troyes, autore de Le Roman de Perceval ou le conte du Graal nel quale compare per la prima volta il Santo Graal. Guglielmo X duca d'Aquitania morì nel 1137 mentre stava recandosi in pellegrinaggio a Santiago di Compostela, ma nessuno mai vide la sua salma. Lasciò erede del suo vastissimo dominio la figlia Eleonora. Potrebbe essere il santo di Malavalle che compare in Maremma alcuni anni dopo questi fatti. Per la prima volta se ne fa menzione nella Vita S. Guilelmi scritta dopo il 1210. I risultati di indagini scientifiche eseguite sulle reliquie di san Guglielmo, compresa quella del DNA mitocondriale, rendono fortemente probabile l'origine nordica del personaggio.

#solovacanzeitaliane

Campagna di sensibilizzazione morale

L’abbandono di un Animale è un reato penale (lg.189/2004) PENSACI!

Por TIAMO li con noi, SEMPRE!

Aggiungi un posto a tavola

di ANGELO GIANFRATE

La storia della cucina italiana ha subito l’influenza di tutti i popoli che, nel corso dei secoli, hanno lasciato il loro segno, non solo artistico e culturale ma anche gastronomico. Romani, greci, arabi sono solo alcuni dei popoli che hanno contribuito a creare una tradizione culinaria che dura ormai da secoli. La tradizionale cucina italiana ha ricevuto apprezzamenti in tutto il mondo e i suoi prodotti di grande gusto e genuinità hanno riscosso diversi riconoscimenti. Gran parte dei prodotti italiani, infatti, possono vantare la certificazione DOCG (denominazione di origine controllata e garantita).

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Vivere la Puglia

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di ANGELO GIANFRATE

 

La storia della cucina italiana ha subito l’influenza di tutti i popoli che, nel corso dei secoli, hanno lasciato il loro segno, non solo artistico e culturale ma anche gastronomico. Romani, greci, arabi sono solo alcuni dei popoli che hanno contribuito a creare una tradizione culinaria che dura ormai da secoli.


La tradizionale cucina italiana ha ricevuto apprezzamenti in tutto il mondo e i suoi prodotti di grande gusto e genuinità hanno riscosso diversi riconoscimenti. Gran parte dei prodotti italiani, infatti, possono vantare la certificazione DOCG (denominazione di origine controllata e garantita).

La Panissa

(E’ un classico della cucina bianca genovese (chiamata così perché povera di colori), si potrebbe anche definire una sorta di polenta di legumi. Per irrobustirla e per darle consistenza aggiungiamo della pancetta croccante da abbinare con questa arcaica preparazione che i stagione potrete accompagnare con una “padellatazza” di funghi).

Brevi cenni, l’origine

La panissa è un piatto tipico della cucina ligure per il quale si usano gli stessi ingredienti della farinata di ceci, con l'esclusione però dell'olio di oliva. Si unisce la farina di ceci con l'acqua ed il sale e si mette sul fuoco, quando ha raggiunto una certa consistenza si rovescia dentro a dei piatti fondi oppure, più spesso, in appositi stampini lunghi e stretti con profilo semicircolare di 7–10 cm di diametro. Dopo che si è solidificata si taglia a fette con sezione semicircolare, si taglia a cubetti e si serve fredda o tiepida, condita con olio e limone, o si condisce con cipolla. Si può mangiare anche calda appena fatta, condita solo con olio e limone, pepe a piacimento. Oppure si friggono le striscioline in abbondante olio, dando origine alle panissette (a Genova), o fette (a Savona), analoghe alle panelle palermitane; si servono salate da sole o, più spesso, dentro un panino speciale, a forma di piccola focaccia bianca senza crosta, rotonda, piatta e senza sale: sono le "fette con le fugassette". Altra variante prevede di tagliare a cubetti la panissa dopo che è solidificata e farla passare in padella con cipolla o cipollotti.  Il piatto ligure è totalmente diverso dall'omonimo piatto tipico della cucina piemontese. Sicuramente dovuto ai rapporti commerciali con le Americhe confluenti in Europa attraverso il porto di Cadice (Spagna), questo piatto esiste anche nella cucina della città iberica con il nome di paniza. La versione spagnola è preparata usando la farina di ceci in una percentuale variabile fino al 20% insieme alla farina di frumento per dar consistenza al tipico fritto di pesce locale. È un cibo di origine povera, ma nutriente.

Ingredienti per 4 persone

250 gr. di farina di cicerchie (possibile sostituirla con quella di ceci); 250 gr. di farina di piselli; 250 gr di farina di grano tenero tipo 0; 100 gr. di formaggio grattugiato (a scelta); 200 gr. di pancetta tagliata a fette non troppo sottili; alcune foglie di salvia e un paio di rametti di rosmarino; olio extravergine di oliva, acqua, sale q.b.; olio di semi da frittura (per una variante della ricetta).

Preparazione

In un’ampia pentola mettete almeno tre litri di acqua salata e portatela a bollore. Mescolate tutte insieme le farine e fatele cadere a pioggia nella pentola mentre continuate e girare. Proseguite la cottura per 50’ fino a quando la polenta non si sarà addensata. Nel frattempo in una padella fate scaldare un filo d’olio con la salvia e il rosmarino e rosolate la pancetta. Potrete servire la Panissa a mò di polenta accompagnandola con la pancetta e del formaggio oppure stendete la Panissa su una spianatoia, fatela raffreddare, poi la tagliate a losanghe non troppo grosse e friggete

Tempo stimato: 60’ h. – Difficoltà: Facile.

L’abbinamento enologico: Rossese di Dolceacqua

 

Con questo piatto così morbido e dai sapori variegati il vino perfetto è il Rossese di Dolceacqua soprattutto se alla Panissa abbinate la pancetta croccante. Il Rossese ha sfumature di sottobosco che ben si sposano con i sentori delle farine di legumi che sono si dolci ma hanno una forte componente erbacea. La consistenza del grasso  di maiale poi, mentre ispessisce il piatto, “chiama” un vino capace di sostenere la pietanza e che abbia sufficiente forza per pulire il palato.

Pallotte cacio e ova - Abruzzo

(E’ un piatto omnibus: potete proporlo come antipasto, come primo o come secondo, magari accompagnato da un contorno consistente. Semplicissimo da realizzare, fa parte dell’antica tradizione gastronomica abruzzese. Se, invece che col sugo al pomodoro, lasciate le pallotte semplici semplici e le accompagnate con verdure pastellate potete realizzare un ottimo aperitivo).

Brevi cenni, l’origine

Anche se è in dialetto, sono certa che hai capito di che piatto sto parlando, soprattutto se sei del centro-sud: le pallotte cacio e uova, un'eccellenza della tradizione gastronomica abruzzese e alto- molisana, una sorta di monumento della cucina contadine. Come tante altre ricette popolari, la loro origine è povera, legata a una cucina di sussistenza e strettamente legata ai prodotti del territorio, come il formaggio e le uova, che permettevano di dare vita a piatti semplici ma molto sostanziosi, in grado di sfamare le famiglie anche in periodi di difficili e di grandi restrizioni, causate sia dalle calamità naturali che dalle guerre.

Le storie che si tramandano oralmente raccontano che, durante la II Guerra Mondiale, a causa dei saccheggi delle case e dei casali di campagna, si nascondevano il formaggio, qualche uovo e il pane, sotto le travi del pavimento o dietro i mattoni dei muri, ingredienti che le sapienti mani delle donne seppero trasformare in questa delizia. Dopo la guerra le massaie hanno continuato a cucinare questo piatto, ma per altre necessità, infatti durante le lunghe giornate in campagna serviva un pasto veloce, sostanzioso e ricco di gusto che rifocillasse i contadini. Pensa che secondo alcuni storici, le "pallotte cac'e ove" hanno anche ispirato gli spaghetti alla Carbonara.

Ingredienti per 4 persone

200 gr. di formaggio di vacca semi stagionato; 100 gr. di pecorino stagionato; 6 uova; 3 fette di pane raffermo; 250 ml. di latte; prezzemolo e sale q.b.

Per la salsa: 600 gr. di passata di pomodoro; 1 cipolla bianca; 1 peperone verde; olio extravergine d’oliva, sale e pepe q.b.

Preparazione: Ammollate il pane nel latte poi strizzatelo. Sbattete le uova in una terrina, aggiungete il pane ammollato e i due formaggi grattugiati. Qualora il composto risultasse troppo molle, aggiungete un altro po’ di formaggio e del pangrattato. Lasciate riposare per ¼ d’ora. Quindi preparate la salsa: in una padella fate imbiondire la cipolla tagliata finemente con il peperone ridotto a cubetti, aggiustate di sale e pepe, aggiungete la salsa di pomodoro e fate sobbollire. Realizzate cin l’impasto di uova e formaggio delle polpettine (pallotte) che friggerete in abbondante olio extravergine d’oliva. Scolatele e ripassatele nella salsa.

Tempo stimato: 45’ – Difficoltà: Facile.

L’abbinamento enologico: Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo

Con questo piatto che è corposo e sapido serve un vino capace di sgrassare ma anche di sostenere. Ed ecco che la cantina abruzzese ci offre un abbinamento straordinario: affidatevi ad un Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo. La minore macerazione sulle bucce conferisce al vino maggiore freschezza, ma nulla toglie alla sapidità e alla struttura; in compenso l’acidità che pulisce bene il palato.

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