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"Rito e creatività, metodologicamente inconciliabili?"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

La scrittura è un'attività creativa. Per qualunque ragione la si pratichi si esprime attraverso di essa qualcosa che abbiamo in mente e che abbiamo deciso di raccontare. Se si dovesse valutare la componente di fantasia di quest'atto, saremmo costretti ad ammettere che è assente, poiché con essa ci si  limita a trascrivere quanto si ha in testa già chiaro.

A ben guardare l'inventiva e la fantasia sono infatti altrove, in particolare durante il momento dedicato alla scrittura, che è un mezzo neutro, per chi vi si dedica una consuetudine, un elemento stabile sul quale si innesta quello dinamico delle idee. Queste ultime sembrano trovare un'origine, un pretesto in ciò che come prassi è fuori di noi: la scrittura stimola dunque la creatività, i nostri pensieri ed il fatto che si traduca in qualcosa di attivo è tutto sommato poco importante, poiché quella stessa creatività si sviluppa durante la lettura ad esempio di un romanzo, sebbene in quel caso resti inespressa e non diventi atto. È il confronto con noi stessi mentre scriviamo, o con gli altri mentre leggiamo o parliamo, che genera nuove reazioni, che danno un "carattere" alla vita che viviamo in un certo momento. È questo il senso della massima "noi siamo ciò che facciamo", perché comprendiamo chi siamo solo attraverso quanto facciamo, che fa da stimolo, da pretesto affinché il nostro essere si manifesti attraverso delle reazioni. Senza le reazioni non capiremmo chi siamo, ciò che ci piace, ciò che ci risulta invece sgradevole. Tra ciò che siamo e quanto facciamo si crea poi una sorta di legame, come se il primo si manifestasse solo in presenza del secondo e questo per quella naturale tendenza insita negli uomini ad essere conservatori, consuetudinari per bisogno di certezze. Persino l'amore, con la creazione di rapporti stabili, può considerarsi l'espressione massima di questa nostra impossibilità di non essere conservatori, di questa necessità di avere un binario capace di fare da guida a ciò che per antonomasia è anarchico, umorale, imprevedibile e che lasciato esclusivamente a sé stesso ci porterebbe dritti dritti tra le braccia della follia. Chiunque potrebbe obbiettare che così non è perché di fronte a realtà analoghe le reazioni di ciascuno di noi sono assolutamente soggettive. Personalmente ritengo che le reazioni siano invece proprio il "sintomo" dell'assoluta diversità di ogni individuo dagli altri, poiché mai mi sognerei di immaginare che a parità di condizioni esteriori o prassi consuetudinarie corrispondano esseri umani altrettanto indifferenziati. Peraltro senza questa originalità di ciascuno, non vi sarebbe la storia per come la conosciamo, che è fatta da uomini capaci di reagire in modo imprevedibile trovando soluzioni a problemi in apparenza irrisolvibili. Disponiamo infatti di un infinito numero di risorse che sono sconosciute a noi stessi e che solo un'occasione, una circostanza, uno stimolo esterno lasciano emergere. Tali risorse non esistono evidentemente perché noi le conosciamo, ma affinché ce ne serviamo per adattarci e sopravvivere nel modo migliore all'interno della realtà in cui ci troviamo ad operare. Non possediamo mai dunque ciò che siamo, per la sola ragione che ciò che siamo non è fatto per essere posseduto ( la conoscenza è in qualche modo anche possesso) nonostante i nostri continui sforzi per detenere cose, persone, noi stessi, sforzi che trovano una loro ragionevole giustificazione nel tentativo cui sopra accennavo di cercare qualcosa che dia stabilità a ciò che siamo. Consideriamo così colui che possiede molti beni  un uomo forte, in quanto associamo la forza alla stabilità, alla sicurezza, perché desideriamo governare gli elementi e non subirne l'alea, che mette sempre a repentaglio le nostro vite, in sostanza per paura. Tuttavia, nonostante la fondatezza tanto dei timori, quanto del tentativo di liberarsene creando e possedendo strumenti sempre più rigidi, stabili, la vera forza risiede sempre in un adeguamento alla realtà tramite risorse dinamiche, non sclerotizzate, perché ciò che siamo è capace di trovare risposte nuove a problemi nuovi e strumenti non elastici sanno invece essere di una qualche utilità solo nella risoluzione di problemi che ci sono già noti e non di ciò che ci è ancora sconosciuto.

Nonostante quanto sottolineato il mio non dev'essere considerato un elogio dell' assenza di strutture: le creiamo perché ne avvertiamo il bisogno e tanto basta a giustificarne l'esistenza, perché una necessità ha sempre una sua indiscutibile fondatezza ed anche perché l'uomo è ciò che è ed anche ciò che crea per sé e per la propria utilità. Non possiamo fare a meno di elementi "rigidi", che siano in grado di sostenerci, ma commetteremmo un grave errore se decidessimo di non affidarci a quelle risorse dinamiche, inesauribili, imprevedibili di cui siamo dotati, a causa del fatto che non si lasciano possedere. Abbracciare solo i primi ci priverebbe della vita che per sua natura è alea, rischio, ma seguire la vita dovunque voglia condurci, senza riti né liturgie fisse, può portarci a pagare un prezzo alto che forse uti singuli saremmo anche disposti a pagare, ma che diventa moralmente inammissibile se ricade per nostra responsabilità sulle vite altrui.