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Coronavirus, rischio ecatombe nell’Amazzonia brasiliana

Coronavirus, rischio ecatombe nell’Amazzonia brasiliana

di FLAVIO DIOGRANDE

Il virus continua a condizionare pesantemente la nostra quotidianità e attraversa ormai tutti i continenti, escludendo solo l’Antartide. Ciò nonostante, in alcuni Paesi europei, il lento e progressivo rallentamento del numero dei casi alimenta la speranza di poter riappropriarsi – con le dovute precauzioni – della propria normalità.

Ma se l’Europa prova a dare timidi segnali di ripresa, dall’altra parte dell’Atlantico la situazione è allarmante: la regione amazzonica del Brasile è sull’orlo di una catastrofe umanitaria, come ha affermato Arthur Virgilio Neto, sindaco di Manaus, capitale dello Stato amazzonico situata sulle rive del Rio delle Amazzoni: «Siamo al collasso, i medici devono scegliere chi salvare in base all’età, siamo alla barbarie – ha detto Arthur Virgilio Neto, lanciando un appello al governo di Brasilia –. L’Amazzonia ha bisogno di aiuto, abbiamo bisogno di volontari, medici, infermieri e apparecchiature mediche”.

Per far fronte all'enorme aumento dei decessi legati alla pandemia, proprio a Manaus, una delle città più colpite dal virus in Brasile, «il comune – si legge in un comunicato stampa dell’ufficio del sindaco – ha adottato il sistema di fosse comuni per seppellire le vittime di Covid-19, un metodo già utilizzato in altri Paesi. È una misura necessaria per far fronte alla domanda di sepolture». La situazione della capitale amazzonica è fortemente compromessa: secondo gli ultimi studi dell’istituto brasiliano di Geografia e Statistica (IBGE), il 47,6% degli abitanti della città vive al di sotto della soglia di povertà. Manaus non riesce a reggere l’urto della pandemia, dato che le unità di terapie intensiva sono quasi al completo e le poche realtà ospedaliere già sovraccariche presenti sul territorio non sono in grado di far fronte al numero crescente di contagiati, come dimostra un video diffuso sui social media, in cui alcuni cadaveri giacciono in ospedale accanto ad alcuni pazienti in cura per il coronavirus.

Nei giorni scorsi, l’arcivescovo di Manaus, dom Leonardo Steiner, ha ricevuto la telefonata di Papa Francesco, il quale ha espresso vicinanza e solidarietà alla popolazione della Regione brasiliana drammaticamente colpita, manifestando particolare apprensione per i rivieraschi del rio delle Amazzoni e per le comunità indigene, alcune delle quali corrono il rischio di estinguersi.

Dopo il terzo decesso legato al Covid-19 – un quindicenne della tribù Yanomami – ora infatti anche le comunità più remote e nascoste dell’Amazzonia sono costrette ad affrontare l’ondata pandemica con diversi casi già registrati e col terrore di assistere inermi ad una tragedia senza precedenti, come ha spiegato la dottoressa Sofia Mendonça, ricercatrice dell’Università Federale di San Paolo: «Esiste un rischio incredibile che il virus si diffonda attraverso le comunità native e li stermini. Si ammalano tutti, perdono tutti gli anziani, la loro saggezza e organizzazione sociale. È il caos».

Ai membri delle diverse tribù sono state date alcune fondamentali raccomandazioni relative al distanziamento e all’isolamento dei contagiati, ma la minaccia resta comunque elevata: «Siamo consapevoli che la pandemia è una crisi per l’intera umanità – ha detto Celia Xakriaba, leader indigena brasiliana – ma sappiamo bene che non moriranno tutti i brasiliani. Al contrario, per noi popoli indigeni, il virus costituisce una concreta minaccia di sterminio»

A rendere drammatica la situazione dei gruppi indigeni che non hanno alcun contatto con il mondo esterno, c’è poi la presenza stabile nell’area di taglialegna, cacciatori, missionari evangelici e accampamenti minerari, con oltre 20mila operai che entrano e operano illegalmente nella grande foresta pluviale amazzonica dedicandosi all'estrazione di metalli preziosi e oro: «Questa è una grave minaccia per la nostra salute – scrive l’associazione “Yanomami Hutukara", che da molti anni si batte per il rispetto dei diritti delle comunità indigene – . Hanno barche, elicotteri e aeroplani, e quindi invadono le nostre terre senza la nostra autorizzazione, portando malattie e distruzione nelle terre forestali. Le autorità devono adottare misure urgenti per prevenire questa circolazione illegale».

Secondo Sarah Shenker, militante di “Survival International” per le tribù della foresta amazzonica le responsabilità di questo potenziale genocidio investono anche e soprattutto il governo centrale dato che «se le loro terre fossero protette adeguatamente dagli esterni, i popoli incontattati sarebbero relativamente al sicuro dalla pandemia da Covid19. Ma molti dei loro territori in questo momento sono invasi e saccheggiati dagli attori del traffico del legname, dell’estrazione mineraria e dell’agro-business, incoraggiati dal presidente Bolsonaro che ha praticamente dichiarato guerra ai popoli indigeni del Brasile. Dove ci sono degli invasori – ha concluso la ricercatrice di Survival per il Brasile –  il coronavirus potrebbe sterminare interi popoli. È una questione di vita o di morte».

Al fine di raccogliere fondi e altri aiuti che possano garantire in questo momento così delicato l’autosufficienza ai gruppi isolati nella foresta pluviale amazzonica, l’ong francese “Planète Amazone” ha lanciato nei giorni scorsi la campagna benefica “Covid 19: proteggere i Guardiani dell’Amazzonia”. L’iniziativa è stata fortemente condivisa dal capo indigeno payako Raoni Metuktire, figura da sempre attiva nella lotta alla deforestazione e divenuta nota a livello internazionale durante l’ultimo summit di Parigi sull’ambiente, il quale ha lanciato un appello accorato alla comunità interazionale: «Purtroppo – scrive nella lettera il capo degli indigeni – il mondo intero soffre oggi a causa di questa terribile malattia. In quanto leader, responsabile del mio popolo Mebengokrê, ho chiesto a tutti gli indigeni di evitare di recarsi in città e di restare nei loro villaggi per proteggersi. Mi hanno ascoltato; ma noi abbiamo bisogno di aiuto per permettere loro di restare in sicurezza. Per questo motivo, autorizzo Gert-Peter Bruch, nel quadro dell’Associazione Planète Amazone, a realizzare una campagna con lo scopo di raccogliere 10 mila euro. Serviranno ad acquistare materiale per la pesca, combustibile e qualche prodotto base per la nostra sussistenza. Abbiamo bisogno del vostro aiuto e mi rivolgo a voi per sostenere la mia comunità. Senza il vostro aiuto, le popolazioni indigene dell’Amazzonia non saranno in grado di affrontare questa terribile pandemia. Per favore, aiutateci a evitare un genocidio nei nostri villaggi».

Foto: avvenire.it

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L’utilizzo dei test sierologici nell’ emergenza Covid-19: comprendiamone il significato

di VINCENZA D'ONGHIA

Il tema di discussione che coinvolge nelle ultime settimane la comunità scientifica ed i decisori politici è quello dell’utilizzo dei test sierologici per identificare, attraverso la ricerca degli anticorpi nel siero, i soggetti, soprattutto asintomatici, che sono entrati in contatto con SARS-CoV-2. Questa tipologia di test, se da una parte lascia aperti una serie di interrogativi che avremo modo di discutere più avanti, d’altro canto si potrebbe rivelare molto utile dal punto di vista statistico ed epidemiologico per pianificare la tanto attesa “Fase 2” finalizzata ad un graduale ritorno alla normalità con la ripresa delle attività produttive e, seppur con le dovute precauzioni, con l’interruzione del lungo periodo di isolamento cui tutti siamo stati sottoposti. Tuttavia, prima di spostare l’attenzione sul significato della sierologia nella Covid-19, è opportuno fare una premessa sui principi immunologici su cui si basano questi test e sui meccanismi principali della risposta anticorpale.

 

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"Maggioranza e minoranza"

di ROSAMARIA FUMAROLA

Leggere, saper interpretare la storia, che è poi saper interpretare l'agire dell'uomo è cosa tutt'altro che semplice e l'ambizione di farlo scevri da condizionamenti è un'ambizione destinata ad essere sempre frustrata, non essendovi nulla nella nostra esperienza di individui, che sia libera nel senso assoluto del termine.

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Covid-19, i boss di Cosa Nostra ringraziano ed escono dal carcere

di BARBARA MESSINA

Con una brevissima nota datata 21 marzo 2020 indirizzata a tutti i direttori delle carceri italiane  il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria ha chiesto di stilare un elenco dei detenuti affetti da alcune patologie o con più di 70 anni e inoltrarlo "con solerzia all’autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza". Un atto preliminare, dunque, che sulle prime sembrerebbe atto a preparare l'amministrazione alla gestione dell'emergenza, ma che di fatto sta creando diversi problemi in ambito giudiziario. Quale il motivo di tanta apprensione? Perché i magistrati che da anni si occupano di antimafia stanno gridando il loro dissenso? Semplicemente perché il Decreto, non si sa se volutamente o per semplice “svista” non esclude i detenuti sottoposti al carcere duro. Il timore, espresso dai magistrati “antimafia”, è che le scarcerazioni, così com’è formulato il Decreto, possano interessare anche chi è sottoposto al 41 bis. Cerchiamo allora di capire la portata della nota del DAP che è stata inviata a tutti penitenziari italiani per chiedere i nomi dei detenuti che hanno più di 70 anni o sono affetti da patologie. Secondo l’allarme lanciato dai magistrati che da anni si occupano di debellare le mafie presenti sul territorio nazionale la norma in oggetto, inspiegabilmente, è una norma che riguarda tutti i detenuti, senza distinzione alcuna, rendendola così applicabile anche ai reclusi che sono ristretti in regime di 41 bis o ai reclusi nelle sezioni di Alta sicurezza, cioè ai capi mafia, ai boss di cosa nostra, di ‘ndrangheta, di camorra e ai killer che hanno fatto le stragi. Il documento, redatto appena quattro giorni dopo l’approvazione del decreto Cura Italia, se possibile con il passare del tempo fà ancora più paura, se infatti nei primissimi giorni si sperava in una rettifica con il passare delle ore si è compreso che il rischio di scarcerazioni indiscriminate si è via via fatto più concreto. Nel provvedimento del Governo, che per la verità conteneva anche alcune utilissime norme per combattere il contagio da coronavirus all’interno delle carceri, cercando di diminuirne l’affollamento, rischia ora di vanificare la lotta alla criminalità degli ultimi quarant’anni. Nel Decreto Cura Italia, in pratica si stabilisce che i detenuti condannati per reati di minore gravità, e con meno di 18 mesi da scontare, possano farlo agli arresti domiciliari, mentre se il residuo di pena è superiore a sei mesi i detenuti dovranno indossare il braccialetto elettronico, che ne limiti gli spostamenti. La nota applicativa del Dap, però, non fa alcun riferimento alla situazione giudiziaria dei detenuti. Permettendo così, almeno per il momento, l’applicazione della misura “erga omnes” a tutta la comunità penitenziaria. La nota in oggetto, almeno nella formulazione attuale, ha però una grave mancanza, si limita solo ad elencare dieci condizioni, “cui è possibile rilevare un elevato rischio di complicanze” nove delle quali sono patologie mentre, l’ultima è soltanto una condizione anagrafica, e cioè avere un’età “superiore ai 70 anni”. Il Dap a seguito del Decreto Cura Italia ha così invitato le direzioni dei penitenziari a comunicare con “solerzia all’autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza il nominativo del ristretto che dovesse trovarsi nelle predette condizioni”.  Chiaramente, se nelle intenzioni della direzione penitenziaria si trattava solo di un atto preliminare, che doveva servire a preparare l’amministrazione carceraria alla gestione dell’emergenza, l’atto non è passato inosservato alla magistratura che non ha tardato a far trapelare il proprio dissenso. Quel documento, secondo gli ambienti giudiziari, non facendo alcuna distinzione fra i detenuti, permette di  includere negli elenchi redatti i circa 75o detenuti in regime di 41 bis con più di 70 anni e le migliaia di carcerati che al momento sono ristretti nei reparti ad Alta sicurezza. In sintesi, si permetterebbe,  a chi è soggetto al cosiddetto “carcere duro“, ai mafiosi e ai killer che hanno fatto la storia criminale del nostro paese, e cioè a boss del calibro di  Leoluca Bagarella, killer dei corleonesi e cognato di Totò Riina, al cassiere della mafia Pippo Calò, a Nitto Santapaola e Raffaele Cutolo, passando per il capostipite della ‘ndrangheta Umberto Bellocco, di trovare la “porta” per uscire dal carcere. I boss appena citati hanno tutti più di 70 anni e, come tutti gli uomini di quell’età, sono affetti da qualche patologia, dunque sono stati tutti inclusi negli elenchi forniti dai penitenziari “con solerzia all’autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza”. Il rischio, o meglio la certezza, come sottolineano sia alcune fonti giudiziarie che le inchieste giornalistiche effettuate sia dai giornalisti de “Il fattoquotidiano” che da quelli del “L’Espresso”, è che l’onda lunga delle scarcerazioni per l’epidemia permetta, prima o poi,  anche ai boss stragisti reclusi al 41 bis di uscire dal carcere. Il malumore pertanto sia nelle procure che nei penitenziari è a livelli altissimi. I sindacati degli agenti di polizia penitenziaria, tra i primi ad aver contestato la misura, sono sul piede di guerra: “l’Amministrazione penitenziaria centrale da sempre si preoccupa più dei detenuti che del proprio personale, in particolare della Polizia Penitenziaria e ciò indipendentemente dalla pericolosità dei soggetti, dalla gravità dei reati commessi e dei comportamenti anche violenti tenuti anche in carcere”. Secondo Leo Beneduci, segretario del sindacato Osapp: “i positivi al contagio nella Polizia Penitenziaria  sono oltre il doppio rispetto ai detenuti  (350 contro 150) -   ma accusa  Beneduci -  i dati non vengono diffusi né forniti dal DAP, preferendo tutelare i reclusi, ci sentiamo abbandonati”. E’ così che i capimafia detenuti al 41bis cominciano a seguito dell’emergenza Coronavirus, uno dopo l'altro, a lasciare il carcere.  Come riferito da L’Espresso, nell’ultimo numero in uscita, il giudice di sorveglianza del tribunale di Milano, a seguito del suddetto decreto,  ha concesso gli arresti domiciliari al capomafia di Palermo Francesco Bonura, 78 anni, considerato uno dei boss più influenti, tanto da essere definito dal pentito Tommaso Buscetta un mafioso “valoroso”. Bonura, fra gli imputati del primo Maxi processo a Cosa Nostra  è stato condannato definitivamente per associazione mafiosa a 23 anni. Avvicinatosi a Bernardo Provenzano, per i magistrati ha costituito un punto di riferimento mafioso per il controllo di lavori pubblici e l'imposizione del pizzo nel capoluogo siciliano. Uomo fidato dei boss palermitani, fra cui Nino Rotolo, ha gestito il racket, ed è stato uno dei più facoltosi costruttori della città, i cui beni per diversi milioni di euro sono stati confiscati. Negli anni Ottanta venne processato e assolto per 5 omicidi e una lupara bianca. Secondo l'accusa aveva eliminato i componenti di una banda di rapinatori che agivano senza il consenso di Cosa nostra. Venne fermato col suo guardaspalle e nell'auto venne trovata una pistola calibro 38 che si riteneva fosse stata usata per due degli omicidi per cui venne rinviato a giudizio. L'arma non era quella che aveva sparato e Bonura venne assolto per insufficienza di prove dalle accuse più gravi. Condannato per associazione mafiosa era sottoposto al 41bis, il carcere "impermeabile". Il giudice di sorveglianza ha concesso gli arresti in casa sostenendo i motivi di salute per Bonura, sottolineando nella delibera di scarcerazione che “siffatta situazione facoltizza” il magistrato “a provvedere con urgenza al differimento dell'esecuzione pena”. Così,  escludendo il pericolo di fuga, e qui qualcuno dovrebbe spiegare come questa possa essere esclusa in soggetti di tale efferatezza (ma questa è un’altra storia) lo ha inviato ai domiciliari a casa propria, a Palermo, dove secondo prescrizione  "non potrà incontrare, senza alcuna ragione, pregiudicati" ma, si legge, "lo autorizza" ad uscire da casa, ogni volta che occorrerà "per motivi di salute" anche dei familiari. Il provvedimento fa seguito allo stato di emergenza in cui si trovano i penitenziari. E così per i mafiosi che stanno scontando la condanna, che per legge non possono usufruire di pene alternative, si aprono le porte del carcere. Come Bonura sono tanti i reclusi per gravi reati che potrebbero, o già possono, a seguito di questa nota, trovare la via di uscita dal carcere.  Fra i tanti, nei giorni scorsi, sempre favorendo del decreto Cura Italia per l'emergenza da Covid19, ha ottenuto gli arresti domiciliari da parte dei giudici della corte d'assise di Catanzaro, Vincenzino Iannazzo, 65 anni, ritenuto un boss della 'ndrangheta. Secondo il magistrato il suo stato di salute è incompatibile con le restrizioni e in considerazione dell’attuale emergenza epidemilogica, con il carcere. Iannazzo, detto “il moretto”, ritenuto il capo del clan di Lamezia Terme (e per questo nel luglio 2018 condannato in appello a 14 anni 6 mesi) è stato pertanto scarcerato ed inviato alla propria dimora nel cuore di Lamezia. Con la stessa motivazione, “incompatibilità carceraria”, è in attesa di scarcerazione anche il capomafia Benedetto “Nitto” Santapaola, condannato definitivamente per diversi omicidi tra cui quello del giornalista e scrittore Giuseppe Fava, assassinato a Catania il 5 gennaio 1984. Insomma, se non si pone rimedio nel breve termine, i mafiosi che potrebbero tornare  a casa o comunque provare a farlo sono tanti e fra questi i nomi “tristemente” famosi sono Leoluca Bagarella (che da molto tempo spinge per i domiciliari) i Bellocco di Rosarno, Pippo Calò, Benedetto Capizzi, Antonino Cinà, Pasquale Condello, Raffaele Cutolo, Carmine Fasciani, Vincenzo Galatolo, Teresa Gallico, Raffaele Ganci, Tommaso Inzerillo, Salvatore Lo Piccolo, Piddu Madonia, Giuseppe Piromalli, Nino Rotolo e Benedetto Spera. Ecco, queste sono le cose che sinceramente non mi sarei mai aspettata di vedere, l’Italia, già vittima del Covid19 non merita di veder vanificate, per superficialità, 40anni di battaglie contro le mafie. Magistrati come Livatino, Falcone, Borsellino non possono aver sacrificato la loro esistenza per niente. Il Governo, pur agendo con le migliori intenzioni, avrebbe dovuto porre maggiore attenzione nella stesura di questa parte del decreto, che senza nessuna vena polemica, è stato scritto in modo perlomeno superficiale, favorendo in tal modo l’uscita dal carcere di soggetti estremamente pericolosi per l’intera nazione.

Piano di salvezza mondiale: Cambiare mentalità

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