Il SudEst

Tuesday
Jul 14th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Sport Forum

Forum

"La legalità in USA: potere, non giustizia"

di ROSAMARIA FUMAROLA

L'America continua ad essere un paese razzista. Lo dimostrano la morte di Floyd e quelle di tanti altri afroamericani che, da quando ho memoria non si sono mai fermate. Ai tempi  del liceo non riuscivo a credere alle immagini che provenivano ora da questo ora da quello stato americano, in cui regolarmente un agente di polizia si accaniva contro cittadini di colore, fino in molti casi a provocarne la morte e la punizione di quanti ne prendessero le difese. Come me mio padre. Mi dicevo che ormai tutti sapevamo come i neri fossero arrivati in America e per tutti intendevo proprio TUTTI, visto che pur non essendo ancora  un mondo globalizzato da internet in tv si poteva assistere a serie come "Radici" che non lasciavano alcuno spazio a dubbi circa la tratta degli schiavi operata dai bianchi e grazie anche ai  libri di storia delle scuole di ogni ordine e grado, che largo spazio lasciavano alla descrizione del fenomeno, sul quale il giudizio di condanna pareva essere sempre unanime. Alla maggioranza degli italiani appariva pacifico che non vi potesse essere tra gli uomini distinzione alcuna di razza, come sancito dalla nostra stessa Costituzione. D'altra parte sul suolo italico il numero degli uomini di colore era in termini di percentuale rispetto all'intera popolazione praticamente inesistente ed il problema rimaneva dunque un fatto astratto e pertanto non immaginabile né valutabile quanto alla sua complessità. Nonostante ciò non mi capacitavo del fatto che al mondo potessero esserci ancora individui che mettessero in discussione l'uguaglianza tra gli uomini.

In questi giorni stiamo tutti osservando quanto negli Stati Uniti  accade in risposta all'omicidio Floyd: le rappresaglie, le manifestazioni pacifiche, gli errori delle amministrazioni locali, i proclami di Trump, che non so ancora se definire presidente, a prescindere dal giudizio che si dia quanto al suo operato, vista l'assoluta eccentricità del personaggio. È ovvio infatti che dati i tempi, in un'era cioè globalizzata, i modi della politica dovessero cambiare per intercettare il consenso e Trump ha incarnato questo cambiamento.

A prescindere da ciò le immagini che ci giungono dall'America parlano un linguaggio diverso da quello del razzismo e dell'antirazzismo della fine del secolo scorso: gli americani ci sembrano sempre più simili a noi di quanto prima non ci apparissero. Saranno ancora il popolo più ricco del globo ma la ricchezza appare mal distribuita esattamente quanto nel resto del mondo. Per questa ed altre ragioni anche culturali non si guarda più a questo paese come al faro di civiltà che sembrava essere alla fine del secondo conflitto mondiale. Uso il verbo "sembrare" perché in effetti le scelte politiche che  operava all'epoca si ispiravano al capitalismo ed al consumismo più sfrenati e dunque più che parlare degli americani come i migliori al mondo sarebbe stato più corretto sottolineare che erano stati i primi al mondo ad adottare certe strategie, che però non sembravano porsi il problema del fatto che le risorse non sono mai illimitate e ciò che andava bene in un mondo in cui Francia ed Italia ad esempio erano per svariate ragioni diverse, un giorno non avrebbe più funzionato. La globalizzazione ha imposto attraverso il principio banale dei vasi comunicanti un livellamento tra gli stati da un punto di vista economico e culturale prima inimmaginabile, sebbene esistano delle peculiarità che attengono alla storia di ciascuno stato e che continuano ovviamente a permanere. E così, guardando i filmati che provengono in questi giorni dall'America si vedono sfrecciare giovani in monopattino come accade anche nelle strade delle nostre città, vestiti con gli stessi abiti di marchi acquistabili  ormai in ogni parte del mondo. Certo la violenza perpetrata dalle forze dell'ordine contro gli afroamericani ha connotazioni peculiari che la differenziano da ogni altra, ma a mio modo di vedere questo potrebbe essere interpretato come il sintomo diverso di un male uguale però in gran parte del mondo e che con la razza ha un legame solo apparente. Questo male attiene infatti più al reddito pro capite dei cittadini che al loro colore della pelle. I neri riempiono le carceri americane ed i condannati a morte sono quasi sempre di colore, non per ragioni razziali ma economiche e questo scontro è lo stesso al quale stiamo assistendo in Europa e nel nostro paese, dove siamo stati tutti antirazzisti fino a quando qualcuno non ci ha fatto credere che gli immigrati si stavano arricchendo a nostre spese, sottraendo le poche risorse a noi destinate e creando la famosa guerra tra poveri che a tutti fa comodo fuorché appunto ai poveri.

Anche noi dunque abbiamo reagito come gli americani, nei confronti dei quali ci piaceva vantare in fatto di razzismo una superiorità morale che alla prova dei fatti si è sciolta come neve al sole. Vi sono cose peculiari, che attengono alla storia specifica di un paese, il rapporto dialettico tra poteri ad esempio ed altre, la maggior parte, che invece riguardano ogni essere umano, che di fronte alle minacce reagisce sempre nel medesimo modo. Al primo gruppo appartengono le leggi, che nel caso degli Stati Uniti sono molto diverse dalle nostre e permettono ciò che da noi sarebbe incostituzionale. Le disposizioni normative esprimono la storia e la cultura specifiche di un paese ed è per questo che possono risultare diversissime da popolo a popolo. La storia americana è giovane, molto lontana da quella della vecchia Europa, da cui comunque nasce. È probabile che tale diversità venga nell'imminente stemperata a causa di un' organizzazione mondiale sempre più globalizzata, tuttavia oggi convivono in ciascuno stato elementi di peculiarità ed altri di perfetta similarità con gli altri.

Il nostro paese non ha una tradizione razzista semplicemente perché non si è confrontato con neri, ispanici etc. come invece gli americani che, non va dimenticato, hanno comunque saputo esprimere anche il primo presidente americano di colore e dunque ciò ci testimonia sì la presenza del razzismo ma anche della risposta democratica ad esso.

Per quanto ci riguarda molti di noi  scoprono  oggi che dovendo scegliere tra un italiano ed un immigrato chi aiutare preferirebbero che il tozzo di pane andasse ai propri connazionali. Sulla base di cosa? Del sentirsi parte di un popolo e non dell'umanità e qui la questione delle risorse economiche e della loro pessima distribuzione svolge quel ruolo effettivamente dirimente che taluni attribuiscono, sbagliando, al colore della pelle. Sarebbe auspicabile che i meccanismi di strumentalizzazione dell'opinione pubblica fossero noti a quest'ultima, che il più delle volte li ignora per tante ragioni  rispetto alle quali  talvolta è responsabile ed altre volte no. Una responsabilità certa è invece quella politica dei tanti demagoghi che in ogni parte del mondo spingono gli umori delle masse in una direzione piuttosto che in un'altra, sfruttandone l'assenza di spirito critico e favorendo quell'ignoranza che da sempre sta alla base del mantenimento del potere di alcuni gruppi a scapito di altri, in difesa delle risorse economiche che gestiscono. A tal proposito converrà in conclusione  ricordare e tenere sempre a  mente la frase pronunciata da Cassius Clay: "È dura essere negro. A me è capitato una sola volta, quando ero povero",  insegnandola ai bambini, affinché abbiano sin da subito chiara una legge della storia che, tra infinite variabili, dimostra sempre la sua autentica, granitica, inamovibile veridicità.

Leggi tutto...
 

George Floyd e il sogno tramontato

di FLAVIO DIOGRANDE

Nel suo libro “The Epic of America”, lo storico premio Pulitzer James Truslow Adams, scrive che il “sogno americano” rappresenta l’ideale di una terra in cui la vita dovrebbe essere migliore, più ricca e più piena per tutti, con la possibilità per ciascuno di realizzarsi secondo le proprie capacità personali e di essere riconosciuto dagli altri per quello che è, a prescindere dallo status di nascita.

Leggi tutto...

La von der Leyen lancia il Next Generation Eu

di SIMONE DEL ROSSO

Mercoledì 27 maggio la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Layen ha presentato al Parlamento europeo la proposta di un Recovery fund da 750 miliardi di euro, con il nome di “Next Generation Eu”.

La Commissione utilizzerebbe il suo elevato rating creditizio per prendere a prestito le risorse da destinare al fondo, attraverso l’emissione e il collocamento di bond europei sui mercati finanziari. Le risorse verrebbero, poi, erogate dalla Commissione ai Paesi membri, per 500 miliardi come sussidi a fondo perduto e per 250 miliardi come prestitia tassi agevolati.

In merito al rimborso dei fondi, la proposta prevede l’espansione del bilancio Ue dall’attuale 1% del Pil dell’Unione al 2%, attraverso contributi da parte degli Stati membri. L’operazione impegnerebbe i futuri bilanci settennali Ue, non prima del 2028 e non dopo il 2058. Il piano della Commissione richiama alcune delle proposte promosse pochi giorni fadal cancelliere tedesco Angela Merkel e dal presidente franceseEmmanuel Macron per potenziare il fondo e costruire un vero bilancio fiscale comunitario: dall’ampliamento del sistema di scambio quote di emissioni per incentivare la transizione ecologica verso un’economia europea carbon neutral, all’introduzione della digital tax e di una tassazione sulla plastica non riciclata.

La Commissione, inoltre, ha presentato la proposta di composizione del prossimo bilancio settennale Ue 2021–2027, pari a 1.100 miliardi di euro (poco più dell’1% del Pil Ue).

Il contenuto più interessante dal punto di vista politico riguarda i tre pilastri su cui si fonda il Recovery plan che dovrebbero guidare i Paesi nella spesa delle risorse ricevute. Il primo pilastro è la “Recovery and Resilience Facility” per sostenere i Paesi membri a fare investimenti e riforme per fronteggiare la crisi con: 560 miliardi (310 a fondo perduto e 250 in prestiti) da destinare a investimenti green e digitalizzazione; 55 miliardi destinati a enti locali, ospedali e PMI; 40 miliardi da destinare al Fondo europeo per la transizione climatica; 15 miliardi riservati al Fondo per l’agricoltura.

Il secondo pilastro consiste negli incentivi all’investimento privato con budget di partenza di 30 miliardi a cui si sommerebbero 150 miliardi di investimenti generati dall’effetto leva dell’allocazione di 15 miliardi presi dal Next Generation Eu.

Il terzo pilastro è il potenziamento dei sistemi sanitari e il finanziamento alla ricerca al fine di rendere l’Unione più preparata ad affrontare nuove crisi sanitarie, con budget di 12,5 miliardi.

Per quanto riguarda la distribuzione delle risorse del “Next Generation Eu”, l’Italia potrebbe essere il maggior beneficiario con una quota pari a circa 173 miliardi, di cui circa 81 erogati a fondo perduto e 90 ad un tasso molto basso. Seguirebbe la Spagna, con 77 miliardi di aiuti e 63 di prestiti.

La proposta dovrà essere condivisa e approvata all’unanimità dal Consiglio europeo per poter essere attiva. I 27 si confronteranno nuovamente nel summit del prossimo 19 giugno.

Le trattative appaiono ancora lunghe, vista la ferrea opposizione di Paesi come Olanda, Danimarca, Austria e Svezia ad ogni forma di mutualizzazione dei debiti, ma nelle ultime settimane ci sono stati importanti passi in avanti verso la realizzazione degli Eurobonds (in una versione temperata), dall’accordo Merkel-Macron all’ambiziosa proposta della von der Layen.

In un momento critico per la tenuta sociale ed economica di tutto il Vecchio Continente, serve un cambio di passo deciso da parte delle istituzioni comunitarie.

Occorre imparare dagli errori commessi in passato, in particolare nella gestione della crisi finanziaria del 2008 e la crisi dei debiti sovrani del 2012.

L’Unione potrà uscirne più forte e coesa solo se sarà in grado di non lasciare indietro nessuno e di rispondere alle esigenze dei cittadini europei.

Leggi tutto...

L’origine del coronavirus, questa sconosciuta

di FLAVIO DIOGRANDE

La genesi di questa catastrofe che ha colpito ogni angolo del pianeta, non solo sotto l’aspetto sanitario, ma anche economico e sociale, è tuttora ignota, teorica e sospesa, come la distanza temporale che separa la fase della convivenza forzata col virus dal ritorno alla vecchia normalità. L’incertezza sulla nascita del covid-19 è probabilmente il comune denominatore che lega le difficoltà e le contraddizioni affiorate nelle diverse gestioni di questa crisi globale, provocata da una pandemia che occuperà le pagine dei libri di storia di domani. I Paesi colpiti dal coronavirus hanno adottato, con alterne fortune, strategie differenti per cercare di arginare l’ondata di contagi che ha terrorizzato la Cina e gli Stati limitrofi, prima di colpire l’Europa e successivamente gli altri continenti. Risalire all’origine di questa emergenza sanitaria è l’obiettivo dichiarato della risoluzione approvata durante i lavori della 73esima edizione dell’assemblea dell’Organizzazione mondiale di sanità (Oms) – la prima virtuale nella storia dell'agenzia dell'Onu – con cui si chiede di condurre un’inchiesta “indipendente” sull’origine del Sars-Cov-2 e sulla gestione della pandemia nel mondo.

La risoluzione, proposta dall’Unione europea e appoggiata da oltre 120 paesi – tra cui Russia, India, Giappone, Regno Unito, Canada, Indonesia e ovviamente i 27 Stati Ue – annuncia l'avvio «al più presto di un processo di valutazione imparziale, indipendente e completo» dell'azione internazionale coordinata dall'Oms nel far fronte alla pandemia, al fine di «migliorare capacità globali di prevenzione, preparazione e risposta alla pandemia. L'inchiesta – si legge – avverrà al momento opportuno».

Il governo americano, che in questi mesi ha alimentato un clima di sospetto sulle mosse dell’Oms e della Cina, adombrando una mancanza di trasparenza nella gestione dell’emergenza da parte delle superpotenza asiatica, ha accolto con soddisfazione la decisione assunta in seno all’Assemblea generale dell’Onu e in un comunicato ufficiale sottolinea che l’indagine «garantirà una comprensione completa e trasparente dell’origine del virus, della sequenza temporale degli eventi e del processo decisionale che ha portato alla risposta dell’Oms alla pandemia di Covid-19».

La tesi degli Stati Uniti, primo finanziatore dell’organizzazione mondiale, è stata apertamente ribadita dal ministro della Sanità Alex Azar, il quale nel corso dell’assemblea dell’Oms ha spiegato che l’agenzia Onu «ha fallito in modo clamoroso nel fornire le informazioni sulla pandemia, questo non può accadere di nuovo» e che quel fallimento «costa molte vite umane. L’Oms – ha continuato Azar, annunciando il sostegno degli Usa a un’inchiesta indipendente sull’operato dell’agenzia – deve cambiare e diventare più trasparente».

Più attendiste le posizioni dell’Oms e della Cina, che comunque ha confermato la propria collaborazione nel lavoro indagatorio, annunciando la donazione di 2 miliardi di dollari per aiutare l’Oms nelle ricerche contro il coronavirus e l’invio di forniture mediche in oltre 50 paesi africani. «La Cina ha dato tutte le informazioni utili a combattere il Covid-19, sia all’Oms sia agli altri Paesi, partendo dalla sequenza genetica del virus, in modo molto tempestivo. Abbiamo condiviso l’esperienza sul controllo e le cure con il mondo senza riserve, abbiamo fatto tutto quello che era in nostro potere per appoggiare e assistere i Paesi che ne avevano bisogno» ha ribadito Xi Jinping, leader del Partito-Stato cinese, mentre Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, ha garantito che l’inchiesta «sarà fatta al primo momento opportuno per valutare l’esperienza e le lezioni imparate e per fare alcune raccomandazioni su come migliorare la preparazione nazionale e globale alla pandemia».

Durante l’assemblea è stato poi sollevato il caso della mancata partecipazione all’assise internazionale di Taiwan, considerato dalla Cina una “provincia ribelle”. Secondo gli Usa, che hanno deciso di congelare gli aiuti all’organizzazione di Ginevra ritenuta troppo filo-cinese, anche in questa vicenda a pesare sulla decisione dell’organismo guidato da Tedros Adhanom Ghebreyesus di non invitare Taipei sono state le pressioni della Repubblica popolare cinese. Lo scontro sull’autonomia tra Pechino e Taipei ha avuto ripercussioni anche sulla gestione della pandemia, con la piccola isola asiatica che, grazie a un accurato lavoro di diagnosi e prevenzione partito già verso la fine del 2019, è divenuta esempio mondiale nella lotta al coronavirus avendo riportato solo 440 casi e 7 decessi, secondo i dati della Johns Hopkins University.

Tra le richieste inserite nella risoluzione finale vi sono l’esigenza di «fornire finanziamenti sostenibili all'Organizzazione per garantire che questa possa rispondere pienamente alle necessità di salute pubblica nella risposta globale al coronavirus, senza lasciare nessuno indietro» e il doveroso aiuti a tutti gli Stati affinché abbiano «un accesso tempestivo senza ostacoli, a strumenti diagnostici, alle terapie, ai medicinali e ai vaccini».

ansa.it

Leggi tutto...

"Amor di sé ed amore per gli altri"

di ROSAMARIA FUMAROLA

 

Ogni giorno ci schieriamo, scegliamo continuamente da che parte stare.

Leggi tutto...

Le prospettive della terapia con plasma iperimmune nella Covid-19 e il protocollo italiano

di VINCENZA D'ONGHIA

Al momento attuale non è ancora disponibile un trattamento specifico per l’infezione da SARS-CoV-2. Sono oggetto di studio gli antivirali remdesivir e la combinazione lopinavir/ritonavir, il primo dei quali ha dimostrato di possedere un effetto antivirale in un paziente negli Stati Uniti ma sono necessari ulteriori studi per stabilirne la reale efficacia e la sicurezza. Anche la terapia con corticosteroidi per il danno polmonare da Covid-19 pone numerosi problemi per via del rischio di una ritardata clearance dell’infezione virale e delle complicanze. Dal momento che un vaccino non è ancora disponibile e che la pandemia è ancora in atto in buona parte del pianeta, è assolutamente necessario cercare strategie terapeutiche alternative per il trattamento di Covid-19, in particolare nei casi più severi. Nelle ultime settimane l’attenzione di ricercatori e clinici si è sempre più concentrata su di un’opzione terapeutica “datata” ma che apre interessanti prospettive sulla base di risultati ottenuti sul campo: l’utilizzo di immunoglobuline derivate da plasma di pazienti convalescenti da Covid-19 che dovrebbero possedere un elevato titolo di anticorpi neutralizzanti nei confronti di SARS-CoV-2. Secondo questo principio, il plasma viene raccolto tramite una comune procedura di plasmaferesi da soggetti guariti dall’infezione e frazionato per produrre globuline iperimmuni da infondere nei pazienti critici oppure, in alternativa, il plasma fresco congelato può essere utilizzato senza ulteriore frazionamento. Un titolo elevato di anticorpi neutralizzanti può ridurre la disseminazione dell’infezione nell’albero respiratorio e, se somministrato nelle fasi precoci di malattia, può impedirne la progressione, accelerando la guarigione dell’infezione e limitando l’isolamento del paziente.

La terapia con la somministrazione del plasma da pazienti convalescenti è stata adottata da più di un secolo per la prevenzione e il trattamento di alcune malattie infettive e negli ultimi decenni è stata utilizzata nelle epidemie di SARS, MERS (Sindrome Respiratoria Medio-Orientale) e Influenza A H1N1 del 2009 con efficacia e sicurezza soddisfacenti mentre risultati meno incoraggianti sono stati ottenuti nel caso dell’Ebola.  Le analogie microbiologiche e cliniche tra SARS, MERS e Covid-19 fanno propendere per un buon risultato dell’impiego di quest’opzione terapeutica anche nell’infezione da SARS-CoV-2.  A questo proposito risulta molto interessante uno studio cinese condotto su 10 pazienti critici cui è stata infusa una dose da 200 ml di plasma iperimmune da donatori convalescenti con un titolo anticorpale superiore a 1:640 in aggiunta al trattamento di supporto ed alla terapia antivirale. In primo luogo, il trattamento si è rivelato sicuro e senza effetti collaterali se si eccettua un fugace rash cutaneo in un paziente. Dopo l’infusione, il titolo anticorpale si è innalzato in quasi tutti i riceventi e, a partire da 3 giorni dopo la somministrazione si è osservato un significativo miglioramento del quadro clinico, un aumento della saturazione della ossiemoglobina, un sensibile miglioramento del quadro radiologico polmonare alla TC e la stabilizzazione dei parametri di laboratorio, in particolare la conta linfocitaria, la Proteina C-reattiva e le transaminasi epatiche. La carica virale, inoltre, scendeva a livelli non rilevabili in 3 pazienti 2 giorni dopo l’infusione, in altri 3 pazienti 3 giorni dopo e in un ultimo paziente 6 giorni dopo.

Dal punto di vista fisiopatologico, alcune osservazioni preliminari inducono a ritenere che l’infusione di plasma iperimmune nei pazienti critici sia in grado di bloccare la progressione dell’infezione verso la polmonite severa. Infatti il trattamento, oltre ad agire sull’infezione virale, sarebbe anche in grado di ridurre l’imponente risposta infiammatoria alla base della compromissione grave nella Covid-19, probabilmente attraverso il legame delle alte dosi di anticorpi a numerosi recettori inibitori in grado di scatenare una risposta antinfiammatoria. I molteplici meccanismi attraverso cui l’infusione di plasma iperimmune può controllare l’infezione da SARS-CoV-2 e le sue conseguenze richiedono ancora approfondimento ma emerge una relativa sicurezza del trattamento che, se confermata, aggiunge un vantaggio al suo impiego clinico.

Per quanto riguarda l’Italia, i primi centri a sperimentare la terapia con plasma iperimmune di 46 pazienti guariti dalla Covid-19 sono stati il Policlinico San Matteo di Pavia e l’Ospedale di Mantova con risultati che vedono la mortalità nei pazienti critici scendere dal 15 al 6%. Numerosi centri in varie regioni stanno intraprendendo in questi giorni la sperimentazione del trattamento e, al fine di garantire la massima sicurezza dei riceventi, il Centro Nazionale Sangue ha stabilito dei criteri che permettano a soggetti guariti da Covid-19 di donare il plasma. In primo luogo, il paziente/donatore, con diagnosi documentata di Covid-19, deve risultare guarito da almeno 14 giorni secondo criteri clinici e laboratoristici, ossia non deve presentare sintomi e risultare negativo in due test consecutivi per la ricerca di SARS-CoV-2 effettuati a distanza di 24 ore l’uno dall’altro. Possono donare solo uomini o donne nullipare cui non siano mai stati trasfusi emocomponenti e che, dopo un’attenta valutazione clinica, presentino uno stato di salute compatibile con la procedura di aferesi. I pazienti/donatori devono presentare parametri laboratoristici compatibili con la donazione secondo la normativa vigente e devono risultare negativi anche per la ricerca dell’RNA del virus dell’Epatite A ed E nonché del DNA del Parvovirus B19. Inoltre, dal momento che ancora non vi sono dati univoci sul titolo di anticorpi neutralizzanti da adottare, è necessaria una presenza adeguata di anticorpi neutralizzanti anti-SARS-Co-2, con un titolo di almeno 1:320 solo per pazienti affetti da immunodeficienze primarie ed acquisite. In aggiunta, ciascuna unità di plasma raccolta da donatore convalescente deve essere processata tramite un metodo di riduzione dei patogeni di comprovata efficacia, etichettata con la dicitura “Unità di plasma da paziente/donatore convalescente con diagnosi virologica di Covid-19” e conservata separatamente da qualsiasi altro emocomponente di uso clinico. È infine fondamentale l’acquisizione del consenso informato di donatore e ricevente, il rafforzamento dell’emovigilanza e il coordinamento tra il Centro Nazionale Sangue e i centri regionali di coordinamento per la donazione di emocomponenti affinché siano costantemente aggiornati i dati sulle quantità di plasma raccolte e disponibili per l’infusione nei pazienti selezionati per il trattamento.

 

Leggi tutto...

Armi italiane, Egitto primo acquirente

di FLAVIO DIOGRANDE

Pecunia non olet. I latini dicevano che il denaro non ha odore e vale a prescindere da quale sia la sua origine. Il denaro ha un valore assoluto anche quando la sua provenienza ha il retrogusto amaro di scelte politiche basate su un cinico pragmatismo che rifugge da ogni premessa ideologica o morale.

Se le parole possono rivelare buoni propositi, i numeri riportano fatti ed è a quelli che bisogna attenersi per analizzare l’annuale relazione governativa sull’export di armamenti presentata nei giorni scorsi al Parlamento, come richiesto dalla Legge 185/90 che disciplina la vendita estera dei sistemi militari italiani e riassume l’attività del settore industriale della difesa per l’anno scorso. Il rapporto è stato trasmesso alle Camere con grave ritardo sui termini previsti dalla legge, così come accade ormai da diversi anni, pregiudicando di fatto la possibilità per Camera e Senato di poter esercitare un controllo democratico sul mercato delle armi.

Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace hanno potuto visionare in anteprima il capitolo introduttivo del Rapporto annuale sull’export di armamenti, redatto dalla Presidenza del Consiglio, che riassume i documenti dei dicasteri coinvolti nell’iter autorizzazione. Esaminando i dati raccolti le due associazioni constatano che nel 2019 il Governo ha autorizzato l’esportazione di materiale bellico per un valore di 5,17 miliardi di euro e il cliente migliore è stato proprio l’Egitto con 871,7 milioni di euro di commesse. Il Paese nordafricano, che conta 60mila prigionieri politici – tra cui lo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki arrestato a inizio febbraio – e in cui Giulio Regeni ha perso tragicamente la vita nel 2016, è il principale cliente dell’industria militare italiana, seguito dal Turkmenistan (guidato da un governo dittatoriale, dove l'omosessualità è ancora criminalizzata per intenderci), destinatario di licenze per un valore di 446,1 milioni di euro e dal Regno Unito con 419,1 milioni di euro. L’esportazione di armi di produzione italiana verso il regime di al-Sisi è più che centuplicato nel giro di quattro anni, dato che nel 2016 erano state autorizzate licenze per 7,1 milioni: «Questo è l’elemento più preoccupante – commenta Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo –. Dobbiamo registrare che quasi 900 milioni di euro di licenze sono destinate all’Egitto, che non solo è implicato nei casi di Giulio Regeni e di Patrick Zaki, ma ricordiamo è anche uno degli attori che destabilizzano maggiormente la Libia. Peraltro l’Egitto è anche sospettato di violare l’embargo internazionale delle armi verso il conflitto Libico. La responsabilità ovviamente è a metà tra il Governo Conte 1 e il Governo Conte 2, e per questo abbiamo chiesto anche di capire quando sono state date queste autorizzazioni, anche per valutare se ci sia stato un cambio di rotta».

In generale, dai dati emerge che il business dell’esportazione di materiale bellico gode di buona salute – valore complessivo di 5,174 miliardi di euro e ben 84 paesi destinatari – con un calo minimo rispetto al 2018 (-1,38%) e più vistoso se paragonato al triennio d’oro 2015-2017 (8,2 miliardi nel primo anno, poi 14,9 miliardi nel 2016 e 10,3 nel 2017): «Non siamo ai livelli dei record avuti nei 3 anni precedenti, che sono arrivati fino a 14 miliardi di euro – commenta Vignarca – però siamo all’80% in più di quanto si aveva prima di questo picco. Trainato da queste grosse commesse degli ultimi anni ormai il livello di autorizzazioni e il livello di export italiano è cresciuto in maniera stabile”

Tra le prime dieci destinazioni in cui l’Italia ha autorizzato l’export di armi, nel 2019, ci sono quattro Paesi della Nato (due dei quali appartenenti anche all’Unione Europea), due Paesi dell’Africa Settentrionale (Egitto e Algeria), due asiatici (oltre al Turkmenistan, la Corea del Sud), l’Australia e il Brasile: «Due terzi dei sistemi militari esportati sono destinati a paesi che non fanno parte delle alleanze politiche, economiche e militari dell’Italia, come Ue e Nato – ha affermato Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle armi Opal di Brescia –. Dimostra, ancora una volta, che i prodotti della cosiddetta “industria della difesa” servono molto poco alla difesa comune. Spesso sono forniture militari che sostengono regimi autoritari e repressivi e alimentano conflitti contribuendo all’instabilità di intere regioni. Negli ultimi anni il parlamento ha dedicato scarsissima attenzione all’esame della Relazione governativa».

Seguono, in questa particolare classifica, l’Arabia Saudita, con 105,4 milioni di euro, e gli Emirati Arabi Uniti che si collocano al dodicesimo posto con 89,9 milioni, dimezzando il volume d’affari rispetto al record del 2018, mentre il Kuwait e il Baherin, anch’essi facenti parte della coalizione a guida saudita attiva militarmente in Yemen, hanno ricevuto rispettivamente armamenti per circa 82 milioni e 12,5 milioni. «L’Italia è ancora protagonista negativa dei flussi di armi verso i Paesi coinvolti nel sanguinoso conflitto in Yemen – osservano amaramente le due organizzazioni – con altissimo tributo di vittime civili, distruzione di infrastrutture vitali e di un impatto umanitario devastante anche a causa di numerose ed accertate violazioni di diritti umani con possibili crimini di guerra. Una situazione inaccettabile e per la quale chiediamo immediati chiarimenti ed interventi a Governo e Parlamento».

Per quel che riguarda le imprese, al vertice della classifica delle autorizzazioni ricevute c’è la Leonardo Spa, ex Finmeccanica, il cui principale azionista è il ministero italiano dell’Economia, con il 58%, seguita da Elettronica (5,5%), Calzoni (4,3%), Orizzonte Sistemi Navali (4,2%) e Iveco Defence Vehicles (4,1%).

Quanto alle importazioni di armi registrate nel 2019, il valore totale è stato pari a 214 milioni di euro, con Stati Uniti (68%) e Israele (14%) che primeggiano tra i principali fornitori dell’Italia (va notato che in queste cifre non compaiono gli import da UE e area economica europea non più soggetti a controlli UAMA).

Matteo Salvini, il 13 giugno del 2018, al Corriere della Sera disse che «comprende bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l’Egitto».

Prima gli affari, appunto.

nena-news.it

Leggi tutto...
Pagina 3 di 29