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I crimini contro i propri figli attraverso le opere letterarie: quanta tradizione c’è nella strage di Margno

I crimini contro i propri figli attraverso le opere letterarie: quanta tradizione c’è nella strage di Margno

di CARMELO PIO CASTIELLO

La famiglia e il supporto genitoriale costituiscono una delle conquiste maggiori della civiltà umana, tuttavia in questi afosi giorni estivi non mancano i casi di cronaca che smuovono le nostre coscienze e scatenano nell’animo una profonda e sincera riflessione. L’efferata uccisione, ad esempio, dei due gemelli Elena e Diego da parte del loro padre, portata a termine in modo maniacale e premeditata in ogni minimo dettaglio, indubbiamente focalizza l’attenzione sulle tante ingiustizie subite dai pargoli per la loro costituzione fisica fragile e il pensiero critico non ancora del tutto maturato. L’età puerile, infatti, ha costituito nel corso della storia un momento di soprusi, angherie e predominio di un mondo più forte del fanciullo sulla sua natura innocente. La strage di Margno, inoltre, costituisce una delle innumerevoli volte in cui i bambini vengono immolati come vittime sacrificali per ripicca, semplice gusto di un odio dal quale dovrebbero essere allontanati e preservati, e non strumentalizzati come un vero e proprio capro espiatorio. Non solo la cruda realtà, ma anche la più sublime produzione letteraria dall’antichità ai giorni nostri propongono storie, exempla di brutalità su questa delicata fascia di età, in qualsiasi tempo e luogo.

La prima e forse più celebre opera letteraria che vede nella sua lunga narrazione sacrifici di infanti nel nome di una giustizia divina è la Bibbia. È risaputo infatti come in primis il testo sacro per cristiani ed ebrei sia ricco di momenti violenti o bellicosi, ed in secundis accetta la considerazione del puer come sottomesso alla volontà paterna. Il sacrificio di Isacco, ad esempio, viene narrato dal punto di vista di Abramo, alternato a interventi del Padre Eterno, senza mai considerare i sentimenti o le paure di un piccolo uomo costretto a subire tacitamente un così grave oltraggio alla sua persona. Il figlio del profeta, infatti, è visto quasi come un oggetto ed il papà si cura della sua salute unicamente perché costituisce interamente la prole che Dio gli ha riservato assieme alla moglie Sara. Il fanciullo, quindi, è considerato in maniera utilitaristica, e la sua stessa vita destinata ad uno scopo superiore (quello di rendere la discendenza di Abramo come le stelle nel cielo), con l’esclusione categorica del proprio pensiero. Prova di ciò l’aneddoto biblico, che vede il bambino essere immolato alla prima richiesta dell’Altissimo senza esitazione, salvato poi dalla tempestiva azione dell’Arcangelo Gabriele, che sventa celermente il massacro che di lì a poco si sarebbe consumato.

Frutto di una visione completamente differente da quella odierna sono le usanze e i costumi dei Greci e Romani nei confronti dei lattanti, colme oltremisura di ogni sorta di violazione dei diritti umani, che inevitabilmente traspaiono nella letteratura, da sempre specchio della società. Le differenti polis del Peloponneso, Attica e Ionia erano divise ed in lotta per innumerevoli questioni, tuttavia vi era una profonda armonia per quanto concerne il trattamento di pargoletti e piccoli: sia Licurgo che Solone avevano previsto “leggi” disumane nei confronti della prima età. Abbandono, massacro e uccisione dei poppanti erano consentite in base all’estrazione sociale e ai problemi fisici:  ci si poteva disfare sia dei figli di nessuno che  di qualsiasi altra categoria di neonati a rischio in differenti modalità. Già Esiodo nella “Teogonia” presenta una realtà titanica e divina caratterizzata dalla paura per il nuovo nato, tanto che sia Saturno che Crono mangiano la prole nel tentativo di evitare l’usurpazione del loro potere e la sconfitta, che comunque arriverà come conseguenza del Fato, mentre le storie mitologiche spesso partono da abbandoni o olocausti di bambini. Il monumentale lavoro svolto da Omero nel raccogliere la tradizione orale precedente sarebbe stato vano se non spiegato da qualche antefatto che coinvolgeva un puer causa di varie sciagure, come il principe Paride, allontanato dal trono di Ilio a causa di una profezia che lo vede artefice della rovina del suo popolo, che riuscirà ugualmente dopo molti anni. Anche il sacrificio di Ifigenia, celebrato universalmente come predominio della religio nel pensiero comune dell’antichità, rappresenta un drammatico epilogo di guerra, in cui la stessa vita viene sottomessa alla pólemos e il filo delle Parche si spezza per un futile motivo terreno.

Sempre queste due antiche civiltà regalano ai posteri uno dei più suggestivi ed enigmatici casi di infanticidio che, come nella vicenda dei due gemelli, è frutto di premeditazione e forte disagio psicologico: la triste fine di Medea, la celeberrima eroina moglie dell’argonauta Giasone. Sempre protesa verso la pietas dei suoi genitori e l’amore del suo spasimante, la donna, dopo aver compiuto sforzi titanici per la conquista del futuro coniuge ( tra cui uccidere suo fratello) si sente tradita quando, per sete di potere, il marito la vuole ripudiare, e subito l’istinto muliebre e protettivo si tramuta in profondo rancore. Il mito narra come, amareggiata, abbia negato ogni discendenza all’eroe greco, uccidendo i suoi figli e successivamente ponendo fine alla sua esistenza. Molti drammaturghi, scrittori e filosofi in vari tempi hanno ripreso questo modello per caricarlo ogni volta di messaggi e finalità sempre differenti. Il primo a mettere in scena il dramma fu Euripide, che riesce con questa personam a far riflettere su molteplici temi. Nella tragedia euripidea Medea appare travolta dal furor, in bilico fra la follia e l’autocontrollo, con sprazzi di lucidità in mezzo ad un infinito dolore. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, l’erudito greco non sminuisce il valore del personaggio, anzi lo esalta e cerca di addurre ragioni all’estremo gesto: la mancanza di comprensione della fedele compagna in una società che non le appartiene ( prime avvisaglie letterarie di xenofobia), l’avversione per un uomo malvagio e lusinghiero, l’eroicità addirittura superiore a quella dei semidei cantati da Omero.

Anche Apollonio Rodio e Valerio Flacco rielaborano il modello euripideo caricandolo di drammaticità e pathos, rendendo Medea una nouvelle Didone, sempre protesa al bene ma scossa da una vita infelice e misera, barbara, immersa in una realtà che non riesce a comprendere. La figura femminile nelle narrazioni dei due drammaturghi anticipa anche l’eroina della produzione romantica ottocentesca, intrisa di sentimenti e sensazioni nel corso di tutta la tragedia. Nella produzione di Ovidio e Seneca, invece, vi è un ulteriore stravolgimento del mito originale. Entrambi i poeti appartengono alla tradizione filosofica stoica, quindi accettano il suicidio come estremo mezzo di azione quando questa è impossibilitata, e, per bocca di un nunzio, narrano una vicenda in cui la donna diviene estremamente complessa psicologicamente, apparentemente vittima del suo amore ma inconsciamente simile alla donna cantata dagli elegiaci ( di cui aveva fatto parte anche il poeta di Sulmona), fredda, lasciva e spietata. La visione patriarcale ritrova affermazione nelle rappresentazioni dei due latini, infatti Giasone si contrappone a cotanta brutalità e, per la prima volta, si cura della prole e prova misericordia per l’infausta vicenda muliebre.

Gli ultimi in ordine cronologico ad esaltare questa celebre infanticida sono stati Jean Anouilh e Christa Wolf. Nelle loro pagine Medea abbandona ogni orpello sublime e si abbassa al livello di qualsiasi altra donna: debole, tenera, affranta e instabile, secondo l’autore francese la protagonista non si arrende alla fine di un amore per cui ha strenuamente lottato, stanca degli eccessi di una vita eroica a cui è stata sempre costretta e dilaniata dalle critiche di un’umanità che non riesce a comprenderla. A parere della femminista inglese, al contrario, la moglie di Giasone assieme ai suoi figli non sono che innocenti vittime del paternalismo, a cui la memoria storica ha sottratto tutto per maschilismo, miscredenze e tradizione.

In conclusione, quindi, la letteratura e la storia assumono in questi casi una profonda funzione pedagogica, e ci ricordano come sia necessario in ogni caso perseguire il bene e preservare ogni individuo da qualsiasi forma di aberrazione. Bisognerebbe lasciare che l’infanticidio così come tutte le sue degenerazioni siano lasciate solamente alla narrazione mitica e teatrale. È triste osservare in un mondo minato alle fondamenta da innumerevoli problemi come un genitore possa anteporre una meschina vendetta alla vita di suo figlio e che questa diventi excusatio di feroci e ingiustificate atrocità. Sarebbe bello vedere al più presto la piena riconoscenza di ogni diritto ad una fascia d’età, quella infantile, spesso giudicata troppo frettolosamente, al fine di raggiungere veramente l’equità fra gli uomini e la giustizia sociale.

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Ex Ilva, il vero problema è la tempesta di vento

di FLAVIO DIOGRANDE

Ha scritto Fëdor Dostoevskij: «Quando un uomo ha grossi problemi dovrebbe rivolgersi ad un bambino; sono loro, in un modo o nell'altro, a possedere il sogno e la libertà».

Proviamo dunque a rivolgerci a un bambino a cui però qualcuno deve aver rubato il sogno e la libertà, come accade a Taranto, periferia trascurata di un Paese che naviga a vista, senza grandi pretese.

A Taranto i sogni appartengono a un futuro che non arriva mai e la libertà ha un sapore preconfezionato. È questo il dramma di una città soggiogata dal santificato sviluppo industriale che ha permeato il capoluogo di Provincia di una strana atmosfera, avvelenando stagioni e profumi, limitando aspirazioni e opportunità.

Per questo grosso problema ci si rivolga dunque a un bambino, immaginandolo con gli occhi del colore del mare e lo sguardo rivolto al cielo coperto da una nube rossastra, come quella che si è sollevata sabato scorso dal siderurgico a seguito di una tromba d’aria, riversandosi sui quartieri cittadini di Tamburi e Paolo VI.

Per questo grosso problema ci si rivolga a un bambino, mentre l'amministrazione comunale, attraverso un esposto depositato alla Procura di Taranto, chiede all'autorità giudiziaria di fare chiarezza su quanto accaduto la scorsa settimana. Quali parole potrebbero venirci in soccorso per giustificare dinanzi a quegli occhi del colore del mare ciò che accade ormai con disgraziata frequenza nella città dei due mari? Mentire, per nascondere o minimizzare gli effetti nefasti generati dalla sfrenata corsa al profitto che non guarda in faccia niente e nessuno, salute e lavoro, vita e pane. Per questo grosso problema, ci si rivolga a un bambino spiegandogli che, tutto sommato, non va così male se una coltre di polvere minerale e ferrosa sovrasta il centro urbano, annerendo le flebili speranze di una città in perenne attesa. Non va così male se il diritto allo studio è amputato ogniqualvolta avverse condizioni meteorologiche impongono prudenza e clausura, scuole chiuse e finestre sbarrate perché fuori c’è la puzza di un virus senza vaccino.

Ci si rivolga al bambino per iniziarlo alle pratiche e agli usi degli adulti incravattati che giocano a fare i politici, promettendo dinanzi a folle adornati impegno e cambiamenti al modico prezzo di una manciata di voti. Prima o poi, questo è certo, il cittadino dimentica e tutto torna come prima, in attesa di nuove promesse e fisionomie diverse. Per questo grosso problema ci si rivolga a un bambino, partendo da un punto scelto a caso in questa triste storia: le retromarce pentastellate, i proclami, i ricorsi e le sfide del Sindaco e del Presidente di turno, l’immobilismo complice di ciò che tanti chiamano centrosinistra, le commissioni valutatrici, gli investimenti finanziari del partito del Nord nel gruppo franco-indiano, la sicumera renziana e gli scudi penali, l’impatto ambientale e il ricatto occupazionale, i finanziamenti ai partiti amici, i licenziamenti per cause che giuste non sono, le denunce di cittadini e associazioni e le indagini della Procura, il cortocircuito tra lavoratori e città innescato dai vecchi padroni nel luglio del 2012, le minacce di Arcelor-Mittal, le incompiute opere di ambientalizzazione, le inutili coperture dei parchi minerali, il disorientamento e la stanchezza della cittadinanza, il lavoro degli operai coi loro scioperi e i loro silenzi, le morti tragiche di ragazzi come pugni in faccia nel bel mezzo di una finta quiete. C’è tutto questo e molto altro da spiegare a quegli occhi colorati come l’acqua del mare, che sabato guardavano in alto, verso un cielo vestito con la polvere tossica delle parole in eccesso, che prima sono frastuono e poi diventano fastidio, amarezza. Come le recenti parole dell’Ad di ArcelorMittal, Lucia Morselli, la quale rispondendo ad una considerazione di Bruno Vespa che aveva detto di aver visto la stessa Morselli «innamorata dell'acciaieria», ha ammesso che è una considerazione «molto vicino alla realtà. Credo - ha aggiunto l’Amministratore Delegato di ArcelorMittal Italia - che dobbiamo essere tutti orgogliosi di questo impianto, il più bell'impianto d'Europa, il più moderno, il più potente, tutti ce lo invidiano. E credo che sia un privilegio essere a lavorare lì». Alla donna innamorata dell’acciaieria, ha risposto attraverso una lettera aperta Carla Lucarelli, fondatrice dell’Associazione “Giorgio Forever” e mamma di Giorgio, il 15enne di Taranto morto a causa di un male incurabile: «Lei ci vede una fabbrica moderna? – ha scritto la mamma di Giorgio -. Noi che ci viviamo ci vediamo una fabbrica di morte, una fabbrica che devasta la vita sia di chi ci lavora e sia di chi per scelte personali non ci ha mai voluto avere a che fare. Una fabbrica che distrugge ogni potenziale altro lavoro e un territorio intero. La invito un giorno a casa mia a sentire quel vuoto che è capace di produrre la sua moderna e potente fabbrica di cui va tanto orgogliosa».

Per questo grosso problema, dunque, ci si rivolga a un bambino con lo sguardo rivolto al cielo, spiegandogli furbescamente che un motivo c’è, se oggi non può più contare sul sogno e sulla libertà: il vero problema è la tempesta di vento, passata la quale tutto torna come prima e l’uomo riparte tra un salvifico oblio e un tedioso frastuono.

Foto: www.fanpage.it

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L'Italia non è un paese per laici

di MARIANNA STURBA

Giancarlo Giorgetti, Maria Elena Boschi, Mariastella Gelmini, Paola Frassinetti, Stefano Lepri, Anna Ascani, Piero Fassino, Paola Binetti, Maurizio Lupi, Stefano Fassina, Tiziana Drago, avevano partecipato al web pressing a sostegno del finanziamento pubblico alle scuole paritarie ed ottenuto poi un nuovo finanziamento alle stesse.

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Monza @rte Diffusa 2020 Giugno - Settembre 2020

di FRANCESCO GUTTUSO

Il progetto M@D (Monza @rte Diffusa) nasce dalla domanda se oggi sia ancora possibile proporre mostre, interventi di scultura e installazioni fuori dalle gallerie private, dagli spazi espositivi e musei, per tornare a vivere quella naturale dimensione “ambientale” dei luoghi cittadini in cui incontrare la gente proprio là dove questa vive quotidianamente.

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"Enzo Biagi, Pasolini, la Chiesa, Berlusconi e... tutti gli imbecilli che usano i social"

di ROSAMARIA FUMAROLA

È degli anni sessanta l'intervista  che Pier Paolo Pasolini rilasciò ad Enzo Biagi durante la quale, tra le altre cose, lamentava i limiti dell'allora star system televisivo, uno star system che per lo scrittore generava un rapporto inevitabilmente disparitario tra chi era al di qua ed offriva un servizio e chi oltre lo schermo di quel servizio fruiva.

 

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Bolivia: la crisi golpista riaccende tensioni etniche irrisolte e le violenze verso i leader sindacali

di MADDALENA CELANO

Convergenza Socialista è con Evo Morales e auspica nuove elezioni in Bolivia, entro il 6 settembre 2020.

I manifestanti indigeni, con bandiere wiphala (la bandiera dei nativi), continuano a nascondere i loro volti, durante i nuovi scontri tra sostenitori dell'ex presidente boliviano Evo Morales e le varie forze di sicurezza, a La Paz, in Bolivia, scontri cominciati da quel cupo 15 novembre 2019. L’esilio di Evo Morales, il primo presidente indigeno della Bolivia, dopo quasi 14 anni di potere, ha fatto riesplodere le divisioni razziali che hanno attraversato la storia del paese, tra le classi medie o ricche urbane, di discendenza europea, e quelle di discendenza indigena, prevalentemente operai e contadini.

Evo Morales, primo presidente nativo della Bolivia e leader sindacale dei “cocaleros” boliviani, una federazione di campesinos Quechua Aymara, è stato costretto all’ esilio questo novembre 2019, a causa del golpe condotto da Jeanine Áñez, l’attuale presidentessa sostenuta dalla destra militare e dagli USA.

L’identificazione di questi settori (indigeni e contadini), con il primo presidente indigeno nella storia della Bolivia, contrasta con le espressioni razziste che alcuni manifestanti hanno rivelato durante le mobilitazioni post-elettorali. Il terremoto politico ha anche rivelato uno storico crack sociale in Bolivia. Pertanto, i discorsi razzisti e le rivalità regionali sono riemersi in un paese diviso tra le pianure orientali più ricche, popolazione in gran parte cristiana e di origine europea, e gli altopiani occidentali più poveri, con abitanti agricoltori, prevalentemente indigeni e seguaci del “culto” della Pachamama.

Il paese è stato generalmente governato da uomini bianchi di origine europea. Inoltre, la caduta di Morales, ha suscitato il timore di un ritorno all'instabilità politica nella nazione, che ha avuto 190 tentativi di colpi di stato e rivoluzioni dalla sua indipendenza, nel 1825, in un ciclo cronico di conflitto, tra élite urbane e politiche del settore privato, con leader rurali mobilitati.

La classe media urbana e benestante ha guidato le proteste contro la presunta frode elettorale, nelle elezioni del 20 novembre 2019, che ha proclamato Morales il vincitore del primo turno per un quarto mandato consecutivo, che è stato denunciato dai suoi detrattori come incostituzionale.

A loro si unirono anche altri gruppi indigeni, insoddisfatti della gestione di Morales. Ma anche questi sono stati testimoni di slogan razzisti durante le proteste. Episodi come l'incendio della bandiera "whipala" (usata dalle comunità andine indigene), o la rimozione di quella bandiera dalle uniformi della polizia, riflettevano anche il disprezzo per i simboli legati al governo uscente.

L'arrivo di Evo Morales alla Presidenza, il 22 gennaio 2006, ha rappresentato un cambio di paradigma in una situazione dominata dalle élite politiche filo USA. L'arrivo di un sindacalista indigeno e contadino ha consentito l'accesso, ai circoli di potere, dei settori tradizionalmente lasciati indietro nel processo decisionale, nonostante il loro carattere maggioritario nella popolazione.

La sua più grande pietra miliare, in questo senso, è stata l'introduzione di una nuova Costituzione politica che ha dichiarato la Bolivia uno stato plurinazionale, consentendo l'autogoverno delle popolazioni indigene. Inoltre, la Magna Carta ha creato un Congresso con posti riservati ai gruppi delle minoranze etniche del paese.

Allo stesso tempo, Morales ha assegnato gran parte delle posizioni, nel suo governo, a rappresentanti indigeni e il suo partito ne ha promossi molti al Congresso, molti dei quali hanno aderito ai loro compiti legislativi indossando abiti tradizionali.

Tuttavia, il riconoscimento indigeno non è l'eredità esclusiva di Evo Morales. La Costituzione del 1994 è stata la prima a riconoscere "i diritti sociali, economici e culturali delle popolazioni indigene" e a rispettare la loro "personalità giuridica".  Remedios Loza è stata la prima deputata nativa ad entrare al Congresso, indossando la gonna tradizionale.

Il governo provvisorio della golpista Áñez, tra Bibbia e tweet razzisti, rappresenta il settore conservatore e cristiano che non incoraggia le speranze degli indigeni. Áñez ha dichiarato il capodanno Aymara (festeggiato ogni 21 giugno) “Festività Satanica” e rifiuta la celebrazione dei riti della cultura andina. Il “capodanno nativo”, in Bolivia, è riconosciuto ogni 21 di Giugno, un giorno dichiarato “festa nazionale”.

Il caso dell’aereo presidenziale boliviano: si prospetta un nuovo scandalo

L'aereo presidenziale boliviano, un trimotore Falcon 900, FAB-011, ancora ornato con l'arcobaleno whipala, nonostante il cambio di regime, è diventato l'ultimo fronte di una guerra di accuse reciproche, notizie false e post-verità, ennesimo caso di scontro tra Evo Morales e la presidente Jeanine Áñez.

Secondo una rilevazione dei vari movimenti dell'aereo presidenziale FAB-011, effettuato dalla compagnia di localizzazione di voli FlightAware, con sede a Houston (USA), l'aereo presidenziale avrebbe effettuato non meno di 25 voli per il Brasile, dalle dimissioni di Evo Morales, dal novembre dello scorso anno. FlightAware ha persino identificato un volo per Brasilia, effettuato l’11 novembre 2019, appena 24 ore dopo le dimissioni del presidente indigeno.

La notizia, riportata per la prima volta, sul quotidiano argentino Pagina 12 sembrava un'altra prova del coinvolgimento dell’attuale governo boliviano con il presidente, di estrema destra, Jair Bolsonaro. Morales ha twittato la notizia dall'Argentina, dove è stato esiliato per evitare un processo inevitabilmente politicizzato, in Bolivia.

Ma non è chiaro se i voli rilevati da FlightAware - che ha il più grande sistema di identificazione di aerei satellitari ADS-B al mondo - siano reali o fantasma. L' Aeronautica Boliviana, "categoricamente" ha negato l'informazione e ha annunciato che "non vi è stato un solo volo fuori dal paese, da parte dell'attuale amministrazione presidenziale".

Potrebbe essere anche una bufala della squadra di Luis Fernando Camacho, l'ultrafascista che, dopo aver guidato la ribellione popolare contro Morales, ha perso la sua importanza e ora si batte contro Áñez con l’obiettivo di prenderle il posto. L’azienda FlightAware insiste sul fatto. Il direttore di FlightAware, Myles Din, ha confermato tutto su La Vanguardia. Anche se ha aggiunto che "non possiamo essere sicuri al 100% che tutti i voli provengano dallo stesso aereo". Il mistero rimane irrisolto.

Scontri e violenze per la nuova legge elettorale

Nel frattempo, la presidente Jeanine Áñez, ha annunciato che promulgherà la Legge Elettorale affinché nuove elezioni possano indirsi entro questo  6 settembre 2020.

Áñez ha inoltre assicurato che non ha cercato di prolungare i tempi della sua amministrazione, ma ha voluto semplicemente evitare le elezioni nel mezzo della pandemia di coronavirus.

“L’unica ragione per cui ho accettato di parlare di posticipazione delle elezioni è stata quella di evitare un’elezione in piena quarantena. In altre parole, le elezioni sono state posticipate unicamente per evitare rischi per la salute dei cittadini”, ha dichiarato.

La leader dell’opposizione boliviana, Eva Copa, del partito Movimiento Al Socialismo (MAS), ha dichiarato, questo 19 giugno 2020, che promulgherà la legge che obbligherà lo svolgimento delle elezioni generali entro settembre, se Áñez continuerà a posticipare la firma per la nuova Legge Elettorale.

Il tiro alla fune, tra il governo di transizione e il parlamento che auspica una nuova Legge Elettorale, ha portato la Bolivia al limite, in un nuovo scenario di violenza contro i sindacati ed i sindacalisti e proteste represse con la brutalità militare. La legge, motivo della controversia, prevede che il Tribunal Supremo Electoral fissi la nuova data per il giorno delle votazioni, in un lasso di tempo di massimo 127 giorni, calcolabile a partire dal 3 maggio 2020. Vale a dire, fino alla domenica del 6 settembre 2020, adottando tutte le precauzioni necessarie per evitare la diffusione del virus.

La data originale delle elezioni era il 3 maggio, ma sono state sospese a causa dell’emergenza sanitaria causata dalla pandemia di COVID-19.

*Responsabile esteri di Convergenza Socialista

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Malala, una storia di ordinaria grandezza

di FLAVIO DIOGRANDE

Fu colpita alla testa, mentre saliva sullo scuolabus dopo le lezioni. Due uomini armati avevano aperto il fuoco contro di lei, colpendola alla testa e al collo. Fu immediatamente ricoverata nell'ospedale di Peshawar e sottoposta a un delicato intervento chirurgico. Sopravvisse miracolosamente all'attentato – rivendicato dai talebani che si opponevano al processo di secolarizzazione da lei favorito nella zona – e in seguito fu trasferita in un ospedale di Birmingham, in Gran Bretagna, che si offrì di curarla gratuitamente.

Correva l’anno 2012: il mondo si accorse di Malala Yousafzai, 14enne pakistana che credeva nel sogno della pace e si batteva per i diritti delle donne e dei bambini in una terra di guerra e violenze, ancorata ad una concezione conservatrice e patriarcale della società. Malala divenne allora un simbolo di emancipazione, libertà, il volto nuovo di un progresso culturale e civile non più rimandabile. In realtà, la giovanissima pakistana si era già fatta conoscere per il suo attivismo già alcuni anni prima: nel settembre 2008, a Peshawar, aveva sfidato apertamente i fondamentalisti che nel frattempo avevano preso il potere nella sua regione, limitando i diritti delle donne, tra cui quello all’istruzione: «Come possono portar via il mio basilare diritto ad un'educazione?», affermò in celebre discorso che le procurò una popolarità inaspettata. Per la BBC, l'emittente nazionale britannica, di cui divenne una preziosa corrispondente, curava la redazione di un blog che documentava le difficili condizioni di vita a cui erano soggetti bambini e adulti sotto il regime dei talebani. Non si lasciò intimorire dalle continue minacce firmate dai fondamentalisti e in occasione del suo 16esimo compleanno, la giovane attivista per i diritti delle donne tenne un memorabile discorso alle Nazioni Unite in cui dichiarò che «ci rendiamo conto dell'importanza della luce quando vediamo le tenebre. Ci rendiamo conto dell'importanza della nostra voce quando ci mettono a tacere. Allo stesso modo, quando eravamo in Swat, nel Nord del Pakistan, abbiamo capito l'importanza delle penne e dei libri quando abbiamo visto le armi. Gli estremisti hanno paura dei libri e delle penne. Il potere dell'educazione li spaventa. Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa». Nel 2014 Malala vinse il Nobel per la Pace e tale prestigiosa onorificenza le fu conferita «per la sua lotta contro la sopraffazione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’istruzione», come si lesse nelle motivazioni del Comitato. «Questo premio non riguarda solo me. È per quei bambini dimenticati che vogliono istruirsi. È per quei ragazzi spaventati che cercano la pace. È per quei bambini senza voce che vogliono un cambiamento. Sono qui per difendere i loro diritti, per alzare la voce. Non è più tempo di provare pietà. È tempo di agire in modo che sia l’ultima volta che vediamo un bambino privato d’istruzione», commentò la non ancora maggiorenne Malala, durante il discorso di ringraziamento. In questi anni, con la sua organizzazione no-profit “Malala fund” ha girato il mondo, visitando paesi in via di sviluppo e promuovendo progetti destinati a migliorare le condizioni di vita delle donne e dei bambini che vivono in aree controllate da regimi autoritari.

Nei giorni scorsi ha coronato finalmente il suo sogno più grande, laureandosi a Oxford in Filosofia, Politica ed Economia. Nelle sue parole la gioia e la genuinità dei suoi anni, le foto dei festeggiamenti pubblicate su Instagram, Malala è coperta di schiuma e coriandoli colorati, come vuole la tradizione che celebra gli studenti all’ultimo giorno dell’Università di Oxford: «È difficile esprimere la gioia e la gratitudine che provo per aver completato il mio corso di laurea in Filosofia, Politica ed Economia a Oxford – ha scritto la neolaureata in un post –. Non so cosa mi riserva il futuro. Per adesso sarà Netflix, leggere e dormire».

Una ragazza con una storia incredibile, che nonostante la sua giovane età ha già conosciuto il volto più feroce e quello più benevolo di una vita vissuta intensamente. Una piccola grande donna, ammirevole nella sua straordinaria forza d’animo, nella sua capacità di ridisegnare le sorti di un destino che sembrava segnato, divenuta ben presto stella polare della lotta per la libertà e l’eguaglianza che non conosce confini.

 

«Ciò che mi ha dato sempre speranza è vedere l’attivismo giovanile nell’ultimo decennio. Ma sarà il prossimo quello decisivo, quello in cui i giovani potranno cambiare il mondo. Sinora abbiamo fatto sentire la nostra voce, e va benissimo. Ma ora dobbiamo attuare il cambiamento ed essere sempre più coinvolti», ha affermato la giovane Malala in un’intervista a Teen Vogue, il mese scorso. Figlia di un sogno utopistico, a 23 anni è già patrimonio dell’umanità, simbolo di una generazione che con fatica e ostinazione cerca di costruire un posto di pace per tutti, nonostante tutto, nonostante gli esempi non edificanti di un presente troppo spesso osceno.

tpi.it

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