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La lunga estate egiziana di Patrick Zaky

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di ASIA PISANELLO

È il 7 febbraio di quest’anno quando Patrick George Zaky atterra al Cairo, nella sua terra d’origine, e viene immediatamente arrestato e tenuto bendato per ben 17 ore. Si avranno notizie di lui solo il giorno dopo quando l’Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), l’organizzazione per i diritti umani con cui Patrick collabora, comunicherà cosa gli è accaduto.

Il ragazzo di 28 anni iscritto a un master in studi di genere e sulle donne all’università di Bologna viene trasferito a Mansoura sua città natale, ma invece di ritrovarsi nella sua casa viene confinato in gattabuia.  Su di lui pendeva un mandato d’arresto dal mese di settembre, da quando il governo egiziano aveva iniziato, a sua insaputa, a sorvegliarlo per la pubblicazione di un suo articolo in inglese; il ricercatore egiziano denunciava le violazioni subite nel suo paese dalla comunità Lgbt, i frequenti arresti di persone Lgbt e la rappresaglia avvenuta durante un concerto della band libanese Mashrou’ Leila contro chi aveva esposto bandiere arcobaleno. Zaky coordinava la campagna per supportare le comunità cristiane cacciate dal nord del Sinai e lottava per i diritti di tutte le minoranze oppresse nel suo paese.

I capi d’imputazione per il giovane sono i classici della persecuzione giudiziaria del governo egiziano nei confronti degli oppositori: diffusione di notizie false, istigazione alla violenza e ai crimini terroristici, incitamento alla protesta. Amici, colleghi, familiari hanno iniziato a mobilitarsi e richiedere a gran voce la sua scarcerazione appena appresa la notizia del suo arresto. L’Università di Bologna ha creato un gruppo per seguire la vicenda; Amr Abdelwahab, che ha conosciuto Patrick durante la primavera araba nel 2011, ha lanciato una petizione su Change.org; Amnesty International ha cercato di porre attenzione fin da subito sull’elevato rischio di tortura poiché, nonostante nel 1986 l’Egitto abbia aderito alla Convenzione contro la tortura, il suo sistema giudiziario non esclude la possibilità di estorcere informazioni praticandola.

Risulta infatti che il 28enne, durante gli interrogatori, sia stato sottoposto ripetutamente a scosse elettriche. L’ultima volta che è stato visto era notevolmente dimagrito: ha affrontato il periodo del Covid19 in un ambiente non adatto alle sue condizioni di salute in quanto asmatico. Dal giorno dell’arresto Zaky non ha alcun contatto con i propri familiari se non quelli epistolari; l’ultima telegrafica è quella di giugno in cui lo studente rassicura i suoi di essere in buona salute.

La situazione in Egitto è veramente calda, come testimonia anche il report ufficiale dell’Onu, frutto dell’Esame periodico universale dei Diritti Umani, in cui sono denunciate gravi restrizioni alla libertà: sono quasi 2mila le sparizioni forzate tra il 2013 e il 2018. Nel 2013 in Egitto Al Sisi, attuale presidente, mette in atto un colpo di stato facendo arrestare l’allora presidente Morsi, sospende la Costituzione e istituisce un vero e proprio regime autoritario, che opera un gran controllo sui media, sul mondo della rete, sul processo elettorale. Si stima siano circa 60mila gli oppositori politici arrestati conosciuti come la “Generation Jail”. Patrick Zaky è uno di loro.

La realtà egiziana è ben differente da quella democratica italiana; in questo stato, nella maggioranza dei casi, i cittadini vengono prima portati in carcere e, poi, eventualmente processati. Nell’ultima udienza per il caso Zaky, avvenuta a fine luglio, il tribunale del Cairo, città dove è attualmente detenuto nel carcere di Tora, ha disposto senza alcuna motivazione il rinnovo della sua detenzione per altri 45 giorni.

Un’importante novità sta però nel fatto che l’Egitto ha annunciato una grazia per più di 500 detenuti. Amnesty ha chiesto al governo italiano di fare pressione per accordare a Zaky la grazia. Probabilmente, infatti, il modo migliore per ottenere dei risultati è attraverso l’intensificazione dei rapporti con lo stato egiziano e non con una loro rottura. Tuttavia il nostro governo dovrebbe impegnarsi affinché il detenuto possa avere la possibilità, in futuro, di ritornare nel suo paese d’origine. Questa particolare attenzione è dovuta al fatto che, come spiega Ibrahim Heggi, portavoce europeo del Movimento 6 aprile e collaboratore nelle indagini su Giulio Regeni, il regime adotta spesso una scaltra strategia: gli egiziani vengono arrestati, torturati in carcere e poi graziati dal presidente. Una volta liberi, però, la persecuzione continua perché iniziano le minacce, vengono licenziati, subiscono pestaggi e sono, di conseguenza, costretti ad abbandonare il paese. Il calvario prosegue, inoltre, quando giunge la pesante condanna che non consente loro di poter tornare in patria altrimenti sarebbero, nel migliore dei casi, nuovamente arrestati.

Patrick Zaky nel 2018 dichiarava “Noi ci battiamo per i nostri attivisti, ma anche per Giulio Regeni”. Non dobbiamo smettere di puntare i riflettori su questa vicenda se vogliamo che sia fatta giustizia per Giulio e per tutte quelle persone la cui unica condanna è stata quella di aver avuto il coraggio di portare agli occhi di tutti la verità, il coraggio di denunciare i continui soprusi per porre fine alle quotidiane disuguaglianze. Piuttosto è doveroso continuare a portare avanti le opere di sensibilizzazione ai diritti civili e sociali di attivisti come Patrick, che sono battaglie di tutti i cittadini del mondo. Intanto confidiamo nelle costanti richieste di libertà e giustizia da parte del governo italiano e di quello europeo per il rilascio di Zaky, prigioniero di coscienza.