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I "giochi proibiti" del giovane Montanelli in Africa

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di LAURA FANO

Che gli italiani non siano proprio “brava gente”

sembra essere un fatto ormai assodato. Che il nostrano maschio latino, di là dal mito creatosi, abbia bisogno di continue conferme della propria virilità sembra essere un dato tristemente confermato anche dal primato detenuto nel campo del turismo sessuale.

Lo abbiamo raccontato di recente in un nostro servizio: sono così piccole da non raggiungere in altezza l’anca dei predatori che se le vanno a comprare nei bordelli, e poi le stuprano, e prima trattano il prezzo. Sono così leggere che a prenderle in braccio pesano poco più di un bebè. Sono così sottili che, se non fossero coperte di stracci succinti e colorati, indosserebbero le taglie più piccole degli abitini per bambini occidentali. Le stuprano, tra gli altri, certi italiani (circa 80.000) che a casa sembrano gente qualunque, gente a posto. Che mai e poi mai potreste riconoscerli dal modo di fare: figli, mariti apprensivi, padri affettuosi e lavoratori indefessi. E poi in vacanza diventano il demonio.

E’ proprio vero: la volpe cambia il pelo, ma non i costumi. Era accaduto anche durante la stagione del colonialismo fascista in Eritrea. Correva l’anno 1936, e quella che sarebbe diventata una delle penne più prestigiose d’Italia, Indro Montanelli, scriveva nel numero di gennaio del periodico “Civiltà Fascista” un articolo in cui si sosteneva che “non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civilità”. Un episodio che getta una pesante ombra sulla memoria del giornalista, ma al tempo stesso permette di fare luce su ombre oscure della nostra storia passata e presente.

Mi hanno insegnato che de mortuis nih nisi bene, e di Indro Montanelli vorrei poter parlare che bene. Tuttavia il fatto che abbia avuto nel suo letto una madama minorenne, con la scusa che “ In Africa è un’altra cosa” m’irrita e mi sdegna tal punto, che proprio non mi riesce di parlar bene di lui, benché morto.

“Aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata a Saganeiti assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire. Era un animaletto docile, io gli misi su un tucul (semplice edificio a pianta circolare con tetto conico solitamente di argilla e paglia) con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi assieme alle mogli degli altri ascari…arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita”. Così raccontava della sua esperienza coloniale il diretto interessato in un’intervista rilasciata a Enzo Biagi per la Rai nel 1982.

Evidentemente, non tutti i tipi di “fraternizzazione” erano sgraditi a Montanelli.

Quel che fece Montanelli, e tanti porci come lui, si chiamava “madamato” ed era una pratica molto in voga nel 1936; non un vero e proprio matrimonio, ma una sorta di contratto sociale segnata dal dominio autoritario del colonizzatore sull’indigeno, dell’uomo sulla donna, dell’adulto sul bambino, del libero sul prigioniero, del ricco sul povero, del forte sul debole (retaggi del passato che ancora oggi ci portiamo dietro). Alla fine avevi qualcosa che era meno di una moglie e poco più di una schiava; utile, ad ogni modo, a soddisfare le proprie bassezze.

Una pratica che può sembrare anacronistica, e, invece, non lo è affatto. La guerra siriana ha distrutto centinaia di migliaia di famiglie. Molte giovani ragazze diventate orfane a causa del conflitto sono diventate preda di ricchi sauditi o giordani, che le comprano per scopi sessuali al fine di proteggerle. Una forma di prostituzione coperta con matrimoni di facciata che non hanno alcun valore legale.

L’episodio era già stato rievocato in precedenza nel 1969, durante il programma di Gianni Bisiach “L’ora della verità”, in cui Montanelli, raccontava della sua avventura africana con grandissima disinvoltura e malcelata soddisfazione: “ Pare che avessi scelto bene, era una bellissima ragazza, Milena, dodici anni. Scusate, ma in Africa è un’altra cosa. Così l’avevo regolarmente sposata, nel senso che l’avevo comprata dal padre. Il che, sostanzialmente, equivale a ciò che fanno oggi molti nostri rispettosissimi concittadini che viaggiano verso paesi poveri dove comprano anime a scopo sessuale per una manciata di dollari, senza correre alcun rischio di essere incriminati.

Provate a immaginare un uomo bianco, magari sulla sessantina, che seduto in un bar all’aperto, all’ora dell’aperitivo, davanti a tutti, si fa lentamente succhiare il dito medio da una bambina mulatta di massimo dieci anni. Capirete di che merda stiamo parlando. Stiamo parlando di prostituzione minorile, di pedofilia, di violenza sulle donne.

Il 19 aprile del 1937, il madamato, tollerato anche dai comandi militari dell’epoca che lo preferivano ai rapporti occasionali con le prostitute, cambia totalmente di segno e diviene pericoloso agli occhi del regime fascista che lo giudica rovinoso per l’integrità della razza e per il prestigio dell’Italia imperiale.

Per evitare che queste relazioni di dominio con le “belle abissine”, spesso ritratte nelle cartoline ricordo delle nostre scorribande in Africa, non sconfinassero mai nel terreno dei sentimenti, fu emanato un Decreto dal titolo eloquente: “Sanzioni per rapporti di indole coniugale tra cittadini e sudditi” per punire esemplarmente gli italiani che non rispettavano il codice di comportamento “razziale” dei dominatori. Sfogarsi nelle trasferte “comprandosi” le madame andava bene, per il passaggio dalle “ambizioni sessuali” ai “turbamenti d’anima”, aggiungendo la sfrontatezza di voler elevare la “fanciulla nera” al ruolo di “compagna di vita” anche fuori dal letto, invece non c’era perdono possibile per la cultura fascista.

Così, la moglie bambina di Montanelli, al rientro del giornalista in patria, venne abbandonata, al pari di tantissime altre concubine, al suo Tucul, ai suoi polli e al suo triste destino.

Eppure, per smentire il luogo comune del “così fan tutti” associato alla sottomissione delle donne, all’acquisto di minorenni, alla pratica del “madamato”, basti guardare ai quanti sono stati processati e condannati per aver eletto, in barba al Decreto voluto da Mussolini, a rango di moglie e cittadina dell’impero una fanciulla nera, rendendola partecipe di ogni atteggiamento anche non sessuale della propria vita. E’ il caso “dell’imputato Seneca”, l’uomo che sfidò per amore le leggi razziali, simbolo di riscatto dei tanti “italiani brutta gente”.

C’è sempre in ogni epoca della storia qualche “imputato” che sgretola quel “tutti” così perentorio e che spinge la civiltà lontano dalle barbarie. Non è il caso di Indro Montanelli.

L’aver ricostruito l’”acquisto” di Montanelli potrebbe sembrare un’ inutile riesumazione di fatti già noti, o una mancanza di rispetto verso una firma storica del giornalismo italiano. Resto comunque persuasa che il recupero della memoria storica, tanto più se rapportato alla squallida realtà del turismo sessuale che vede ancora oggi protagoniste di una compravendita oscena ragazzine bianche, nere e mulatte, se lascierà amareggiato il Montanelli colonialista e acquirente di dodicenni, sedotte e abbandonate, di certo incontrerà i favori del Monanelli giornalista, ovunque si trovi.