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Bari 2 dicembre 1943, inferno velenoso. Una storia tragica e segreta

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di LAURA FANO

Il 7 Dicembre 1943 viene ricordata in America come una data segnata dall’infamia. Alle prime ore dell’alba, come parecchi film ci hanno insegnato,

la base americana militare di Pearl Harbor, situata sulla costa meridionale dell’isola hawaiana di Oahu, subisce un diventante attacco a sorpresa da parte del Giappone. La legnata subita dagli americani costò la perdita di diciassette navi, tra cui sei corazzate.

 

Il Generale Eisenhower, in un opera destinata al grande pubblico, ricorderà però anche un altro”incidente molto spiacevole e inquietante” occorso a cinque giorni dal secondo anniversario dell’attacco giapponese nelle Hawaii: quella Pearl Harbour del Mediterraneo che si consumò a Bari il 2 dicembre 1943 quando 105 bombardieri della Luftwaffe presero d'assalto il porto barese pieno zeppo di navi mercantili alleate affluite nei giorni precedenti e cariche materiale bellico e di strutture logistiche e sanitarie.

 

Una pagina di storia ancora oggi negata che difficilmente vedremo raccontata al cinema o narrata sui libri di storia delle scuole, cancellata anche dalla storia della campagna d’Italia; complice anche la rigidissima censura militare imposto sull’intera vicenda soprattutto dalle autorità britanniche.

 

Il raid aereo tedesco sul porto di Bari del 2 dicembre 1943, provocò uno dei più gravi disastri chimici del secondo conflitto mondiale.

 

 

Nel 1943 in Europa le sorti della guerra si erano rovesciate per l’Asse. Il Terzo Reich, che aveva imposto la sua iniziativa agli Alleati, cominciava a subirla pesantemente. Da quasi tre mesi l’Italia era stata costretta a firmare l’armistizio. La supremazia dei cieli era ormai degli Alleati mentre la Luftwaffe risparmiva i pochi aerei che rimasti.

 

Con l’arrivo degli eserciti alleati, che lentamente tentavano la risalita della penisola, il porto di Bari era diventato il nodo principale dell’organizzazione logistica dell’VIII armata inglese sul fronte adriatico e la base di rifornimento di carburante della XV Air Force, che aveva il suo Comando nell’aeroporto di Manfredonia: 600 mila litri di carburante alla settimana, che una rete di oleodotti portava anche agli aeroporti di Foggia, Gioia del Colle e Grottaglie da cui si alzavano in volo gli aerei che bombardavano non solo l’Italia del centro e del nord, ancora occupate dai tedeschi, ma anche la Germania.

 

A Bari il sole era tramontato da due ore. L’aria era chiara e luminosa sul mare calmo. La citta' era stata liberata da pochi mesi mesi. Gli Alleati si erano sistemati nei migliori palazzi e nei migliori alberghi, lì pulsava il cuore della rinascente vita politica italiana; a fine gennaio si sarebbe tenuto il primo congresso delle forze democratiche antifasciste. Nelle strade c' era grande animazione, sospeso in pratica il coprifuoco, riaperta l' universita' , ampia scelta di "segnorine" a disposizione dei vincitori, fiorente mercato nero e file di navi da carico in attesa di entrare in porto e di scaricare merci e armi.

 

Il porto di Bari quella sera era illuminato a giorno, e ferveva l’attività di scarico sulle banchine, come se non ci fosse il pericolo dei bombardamenti tedeschi. Eppure nel primo pomeriggio si era sentito volare alto un aereo; a lungo, avanti e indietro, come un falco; il centro radar lo aveva identificato come un ricognitore Messerschmitt 210 della Luftwaffe. Era passato anche nei giorni precedenti, ma nessuno vi aveva dato importanza.

Alle 19.25 le sirene dell’allarme aereo iniziano a suonare. Le luci vengono spente. Un rombo di aerei proveniente da nordest e alle 19.25 sgancia le prime bombe, mentre i candelotti illuminanti appesi a piccoli paracadute scendono lentamente e illuminano il porto e le quaranta grandi navi da carico alla fonda, in gran parte della classe “Liberty”.

Molte sono piene di munizioni; una, l’americana John Harvey appena arrivata dalle banchine del “Curtis Bay Depot” di Baltimora ed ancorata nei pressi del molo, ha le stive piene di un carico segreto di cui solo pochi uomini a bordo conoscono il contenuto.

 

Gli aerei tedeschi in arrivo sono più di cento, quasi tutti Junkers 88, i bimotori da bombardamento più diffusi, radunati per l’occasione dall’aeronautica tedesca. L’appuntamento, alle 19.25, è sul mare, trenta miglia a nordest di Bari. Alle 19.30 arrivano in compatto stormo sulla città. Le navi da carico ammassate nel porto o in attesa di entrarvi vengono sorprese d’infilata dalle bombe tedesche. L’attacco ha effetti devastanti. Alcune bruciano. Altre affondano. Altre incendiate, rotti gli ormeggi, vanno alla deriva avvicinandosi paurosamente alle navi miracolosamente non colpite. Le navi che nella stiva trasportano esplosivi prima s’incendiano e, poi, finiscono una dietro l'altra per deflagrare e colpire tutto il porto.

 

Gli effetti sono dirompenti in tutta l’area portuale, nella città vecchia e nel quartiere murattiano dove crollano alcuni palazzi provocando centinaia di vittime nella popolazione. Ma gli effetti più disastrosi si contano tra gli equipaggi dei numerosi piroscafi affondati o gravemente danneggiati per effetto delle esplosioni e dell’incendio del carburante trasportato da alcune navi.

 

Più di mille i morti tra i militari alleati di diverse nazionalità, indicati nelle stime ufficiali, senza considerare i dispersi e gli ottocento feriti, molti dei quali contaminati dai gas.

Tra le altre navi viene colpita ed incendiata anche la John Harvey, quella che, insieme con altro materiale esplosivo, trasportava il carico misterioso coperto dal più assoluto segreto.

 

I marinai rimasti a bordo tentano con ogni mezzo di domare il fuoco, ma l’incendio non può essere domato e si propaga alla stiva. La nave salterà in aria con tutto il suo carico e tutti gli uomini, compresi quei pochi che conoscevano la verità sul carico. Da quel momento ha inizio l'inferno di veleno.

 

La maledetta “mustard” si mescola alla nafta venuta fuori dalle petroliere affondate e forma un velo mortale su tutta la superficie del porto. Coloro che dalle altre navi si lanciano in acqua sono ben presto zuppi della maleodorante sostanza agliosa. I vapori lentamente si spargono su tutto il porto e intossicano la pelle ed i polmoni dei sopravvissuti .

 

Comincia così l’unico episodio di guerra chimica della seconda guerra mondiale; un disastro le cui conseguenze si faranno sentire per più di mezzo secolo.

 

Alle 19,45 gli aerei nemici prendono la via del ritorno ma, soltanto alle 23, le sirene danno il cessate allarme.

Le navi affondate saranno 17, lo stesso numero di come a Pearl Harbor: cinque americane, quattro inglesi, tre norvegesi, tre italiane (Barletta, Frosinone, Cassala), due polacche; sette le navi gravemente danneggiate. Saranno definitivamente perdute almeno quarantamila tonnellate tra materiali e munizioni.

Al porto si apprestano i primi soccorsi e all’ ospedale neozelandese cominciarono ad arrivare i primi feriti. Molti, più che colpiti dalle esplosioni, erano provati dall’effetto del gas vescicante. I primi inspiegabili collassi e le prime morti arrivano già a poche ore dalla contaminazione.

 

Nessuno intuisce che a provocare tali effetti sia il gas. Non ci sono vestiti di ricambio e non è possibile cambiar d’abito i soldati che rimasti immersi nelle acque del porto.

Il numero dei marinai colpiti è tanto grande che pochi possono avere un letto. Agli altri vengono date solo bevande calde e coperte. Tutti hanno la pelle piena di vesciche, a tutti bruciano gli occhi e non riescono a respirare.

 

In quella notte del 2 Dicembre 1943, tra civili e militari, le vittime del disastro sfiorano il migliaio.

Oltre ai morti per le bombe ed i crolli, tra i quali circa duecentocinquanta inermi civili baresi, il bilancio conterà oltre ottocento soldati ricoverati con ustioni o ferite o periti per effetto della diffusione di un centinaio di tonnellate di un gas velenoso.

 

Iprite. Il cui uso era stato proibito dalla convenzione di Ginevra del 1925, sempre rispettata nel corso dell' ultima guerra, anche dai tedeschi, i quali pure disponevano di un arsenale chimico formidabile.

 

L' avevano lanciata nel 1917 proprio loro a Ypres in Francia e gli austriaci per l' offensiva di sfondamento a Caporetto. Fin da allora suscitava orrore. Chi era stato colpito dall' iprite era morto tra atroci sofferenze, la stessa cosa era avvenuta in Etiopia per i soldati del Negus da parte delle truppe di Graziani e di Badoglio, con il consenso di Mussolini.

 

Era difficile pensare che vi si sarebbe ricorsi ancora, se non calpestando non soltanto le leggi della civiltà , ma quelle stesse dell' umanità. Senonchè sull' incursione tedesca calò una strana, ferrea cortina di silenzio, quasi si dovesse coprire chissà quale segreto, quasi dietro quei morti e quegli affondamenti si celasse un mistero.

 

E la ragione di quel segreto era la "John Harvey", inglese, colata a picco che aveva a bordo un carico di cui non esisteva registrazione, cento tonnellate di iprite, in bombe da 45,5 chilogrammi ciascuna.

 

Le granate tedesche fecero siì che alcune di quelle bombe si rompessero; il gas fuoriusci' e si diffuse sulla superficie del mare, in parte andando a fondo, in parte bruciando e miscelandosi alla nafta che galleggiava e in parte evaporando, confondendosi tra le fiamme e le nuvole di fumo, inquinandole del veleno mortale.

 

La rigidissima censura imposta dagli inglesi bloccò la diffusione delle notizie sul carico speciale trasportato dal piroscafo americano .

L’incendio e l’affondamento della nave furono alla base dell’unico caso di morte chimica di tutto il secondo conflitto mondiale e di una contaminazione delle acque e dei fondali del porto di Bari che si protrasse per oltre un decennio sino al completamento delle operazioni di bonifica.

 

 

Churchill in persona impedì che si aprisse un' inchiesta sulle conseguenze del bombardamento. I morti di Bari furono sepolti come "deceduti per ustioni", senza altra specificazione.

 

 

Gli inglesi non potevano ammettere che, in un porto da loro controllato, fosse avvenuto un episodio di guerra chimica di così notevole portata, né gli americani potevano ammettere che fosse stato affondato, tra l’altro, un numero di navi pari a quello di Pearl Harbor, per cui entrambi tentarono di minimizzarne gli effetti del bombardamento anche sul conseguente rallentamento delle operazioni militari in Italia. Nelle sue memorie Churchill affermerà che le truppe inglesi erano state costrette ad un arresto “dall’ostinata resistenza tedesca”.