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Big Data

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di LAURA FANO

Tra fantascienza e realtà

 

 


Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nei giorni scorsi, rispondendo a un quesito posto dell’onorevole Quintarelli, ha zittito le polemiche sul progetto avviato di concerto con Ibm sul presunto utilizzo dei dati sanitari dei cittadini.

La multinazionale americana a marzo dell’anno scorso aveva, infatti, annunciato il lancio del primo centro di eccellenza europeo di Watson Health a Milano, sull’area dell’Expo destinata al polo di ricerca Human Technopole Italy 2040,  con cui il Governo italiano punta a realizzare un hub internazionale nel campo della genomica, dei Big Data, dell’invecchiamento della popolazione e dell’alimentazione. L’investimento previsto da parte di Ibm è di 150 milioni di dollari nel corso dei prossimi anni, mettendo insieme data scientist, ingegneri, ricercatori e progettisti di Watson Health per sviluppare una nuova generazione di applicazioni e soluzioni sanitarie basate sui dati.

La ricerca clinica, è solo uno dei territori esplorati da Watson, il supercomputer di Ibm che apprende in modo simile agli umani, fagocita informazioni, e le custodisce nel cloud. Può essere interrogato a voce ed è in grado di parlare. La sua capacità cognitiva ha innumerevoli applicazioni tra cui l’elaborazione di dati sanitari.

Le aziende che stanno investendo per il miglioramento della sanità e per la trasformazione della medicina non sono poche: si pensi anche Google che non è mai stata ferma nel settore e ha sempre puntato sulla capacità di calcolo in cloud: un esempio è la sua partnership con il Broad Institute del MIT e di Harvard per lanciare la versione alpha del Genome Analysis Toolkit (GATK) sulla piattaforma Cloud di Google.

Google e IBM sono solo esempi di come le grandi aziende guardino al mondo dei Big Data nella medicina.

Nell’ambito di un’economia basata sulla conoscenza, assumono sempre più importanza acquisizione, studio e analisi dei dati, prodotti oggi in tutti i contesti sociali in una mole tale da rendere inadeguate le tradizionali modalità di analisi. Le nuove tecnologie soccorrono in questo senso, rendendo possibile il trattamento simultaneo di miliardi di dati contemporaneamente e l’estrazione d’informazioni da essi.

I Big Data offrono ad esempio, la possibilità di creare dei modelli di analisi predittivi basati sul DNA per prevenire malattie che hanno la possibilità di presentarsi in futuro. Già in un film del 1997, “Gattaca”, ambientato in un futuro prossimo, gli esseri umani venivano selezionati geneticamente prima dell’impianto in utero, così da avere il miglior corredo genetico possibile dai genitori. Coloro che erano nati in maniera naturale, chiamati “non-validi”, erano relegati ai margini della società. Vincent era stato concepito in modo naturale, alla nascita gli era stata diagnosticata una probabilissima cardiopatia che avrebbe dovuto portarlo alla morte prima dei trent’anni. Ma Vincent non si arrese al destino preannunciato dal suo DNA e riuscì a ingannare il sistema e farsi assumere a Gattaca, l’ente aerospaziale responsabile delle missioni interplanetarie.

La Lorenzin ha tenuto a precisare qualche giorno fa, però, che «L'accordo di collaborazione sottoscritto tra il Governo italiano e Ibm nel 2016 non prevede alcun riferimento all'utilizzo dei dati sanitari dei cittadini, tantomeno alla loro cessione».

A riportare il rapporto tra il Governo e la multinazionale al centro delle polemiche è stata la previsione nella legge europea, in vigore dal 12 dicembre, della possibilità di riutilizzo dei dati sanitari per finalità di ricerca scientifica o per scopi statistici senza consenso diretto del titolare.

Il fenomeno dei Big Data è un fenomeno ormai globale e che giocherà un ruolo decisivo nel nostro futuro, ma -come in tutte le grandi rivoluzioni- ci sono i pro e i contro.

A fronte di servizi sempre più smart, in grado di semplificarci la vita di tutti i giorni, siamo chiamati a cedere buona parte della privacy personale. Su questo problema, a tratti inquietante, molti legislatori di tanti paesi stanno discutendo per creare delle norme che sensibilizzino gli utenti su cosa può comportare una cessione delle informazioni personali e sulle conseguenze che tutto ciò ha nella nostra vita quotidiana.

Approfittando dei miliardi di informazioni che viaggiano attraverso la rete, il computer e gli smartphone c’è la possibilità di collezionare dati e ordinarli, sfruttarli, organizzarli per comunicare meglio, prevedere meglio e, se il Grande Fratello fosse molto esigente, controllare meglio situazioni, desideri di acquisto, volontà e orientamenti sociali. L’obiettivo finale è di raccogliere il maggior numero possibile di dati, anche i più insignificanti, sul singolo individuo perché prima o poi verrà individuato l’algoritmo giusto per estrarre un’informazione utile, monetizzabile oppure politicamente o socialmente interessante.

In “Minority report”, altro film di qualche anno fa, si raccontava la storia di un ufficio della polizia criminale in grado di prevenire i delitti che risultavano dall’esame cross-mediale di tutte le informazioni sui cittadini che, per probabilità statistica o per sintomatologia di comportamento preannunciavano la possibilità di un evento drammatico a danno della società. Dalla fantascienza alla realtà il passo è più breve di quanto si possa pensare. Nei prossimi anni il controllo dei dati costituirà una delle principali forme di potere.

Dalla posta elettronca, da un social network o dalla carte fedeltà del supermercato, dalla localizzazione del Gps del proprio cellulare o dall’analisi dei cookies rilasciati dai siti web, non è difficile risalire ai gusti, ai costumi, ai consumi e alle propensioni dell’individuo in una società molto monitorata. Vi è mai capitato, scorrendo la vostra pagina Facebook o leggendo la posta elettronica che vi vengano suggeriti acquisti o siti di interesse, stranamente rispondenti –almeno in parte- ai vostri gusti?

Viviamo nell’era digitale, eternamente connessi. Tutti gli eventi più o meno importanti della nostra vita, pubblica e privata transitano spesso sui social network e le nostre tracce social sono una fonte preziosissima di informazioni per le aziende. Con le nostre attività lasciamo traccia delle nostre relazioni attraverso il telefono cellulare e dei nostri interessi navigando in rete.

Con le nostre informazioni personali, tutti noi disseminiamo miliardi di tracce digitali quotidianamente senza farci troppo caso. Insomma, siamo noi a originare i Big Data, ogni giorno, quando affidiamo le nostre vite alla tecnologia. E negli ultimi 2 anni abbiamo generato più informazioni che nell'intera storia dell'umanità.

Tutta questa informazione, se analizzata nel complesso può essere vista come un potentissimo microscopio che può aiutare a capire e predire importanti fenomeni della società in cui viviamo.

Le aziende private o le istituzioni utilizzano le nostre tracce digitali per fini diversi.

Dovremmo riflettere. Quando firmiamo un consenso rinunciamo al possesso dei nostri dati e perdiamo una parte più o meno grande della nostra privacy. Oggi il pericolo non è avere un unico "Grande Fratello" ma piuttosto trovarci di fronte a tanti "piccoli-grandi fratelli", che sanno molto di noi. Tutte le aziende che raccolgono dati (ad esempio Google, Facebook, Twitter, Amazon, Microsoft...) diventano proprietari di tracce digitali che raccontano non solo il nostro passato ma anche quello che faremo nel futuro. Dobbiamo tenere sempre ben presente che, anche se i dati vengono raccolti in forma anonima, raccontano tutto di noi: chi siamo, cosa facciamo, quali sono le nostre abitudini, le preferenze politiche, i nostri desideri, i prodotti che ci piacciono e quelli che non ci piacciono.

Siamo spiati, seguiti, controllati. Sanno dove ci troviamo e sanno anche con chi siamo. Grazie al vostro cellulare, tablet o pc sanno che in questo momento state leggendo questo articolo, Siamo costantemente filtrati, scannerizzati, analizzati. E siamo stati noi a consegnare le chiavi delle nostre esistenze ai nostri spioni.

Forse dovremmo un tantino preoccuparci, e bene ha fatto la Lorenzin a fare un passo indietro. I Governi dovrebbero evitare che il trattamento di dati personali e sensibili cadano nelle mani di oligarchie, tanto più se si tratta di tratta di dati sanitari.


Immagine tratta da: simplilearn.com