Non lasciamoli soli, presidio sotto il carcere di Bari in solidarietà ai detenuti in sciopero della fame

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Redazionale

<> A. Gramsci


Nei governi degli ultimi 20 anni la repressione penale e il carcere hanno assunto un ruolo centrale -prima ancora che della stessa lotta ai fenomeni criminali che necessiterebbe di strumenti ben più efficaci di prevenzione- per la gestione, il controllo e la stessa creazione delle paure sociali variamente indotte e declinate attraverso l’esaltazione mediatica di singoli episodi particolarmente violenti che favoriscono la percezione di una permanente “emergenza sicurezza” attraverso cui garantirsi la gestione e il controllo del potere tout court.

Populismo penale e stato d’eccezione permanente sono i paradigmi entro i quali i governi promuovono le politiche securitarie attraverso cui contenere le “pericolosità sociali”. Quest’ultima risulta essere una categoria ambigua, indefinita ed eminentemente politica, un marchio stigmatizzante che autorizza la repressione al fine di disciplinare e controllare chiunque, libero o detenuto che sia, sulla base del nulla, arrivando alla brutale sospensione e limitazione delle libertà individuali attraverso l’applicazione delle misure di prevenzione per le persone libere o del 14 bis/41 bis per i detenuti.

Un’ideologia securitaria che estende sempre più il confine della carcerazione trasformando le nostre stesse città in carceri a cielo aperto, sacrificando sull’altare del giustizialismo lo stato di diritto. Un’ideologia diffusa ed egemone che dobbiamo affrontare attraverso la decostruzione dell’armamentario emergenziale e giustizialista che tanto ha contribuito a far crescere tra la gente la richiesta di pene esemplari, per qualsiasi condotta fuori dagli schemi tracciati dalla “decorosa normalità” delle classi dominanti.

I destinatari dei processi di criminalizzazione e carcerazione appartengono a specifiche categorie sociali (ceti popolari-migranti-attivisti) e prevalentemente provenienti da aree geografiche specifiche (meridione-sud del mondo). Tra le 57.994 persone detenute, 19.915 sono migranti mentre oltre il 90% dei 38.000 italiani provengono dalle regioni del Sud Italia a confermare il carattere profondamente classista e razzista dell’istituzione carceraria e del sistema repressivo. I dati numerici della popolazione carceraria preannunciano una nuova fase di emergenza carceri e possiamo scommettere fin da subito che, svanite le aspettative di (finta) riforma dell’ordinamento penitenziario con un governo ormai agli sgoccioli, questa sarà cavallo di battaglia bipartisan per le prossime elezioni politiche con la promessa ovviamente della costruzione di nuove carceri, l’introduzione di nuovi reati e il raddoppio delle pene esistenti. Questi sono i temi che portano voti e consenso in una società preda alla paura e all’insicurezza, in cui si lavora costantemente per la guerra tra gli ultimi.
In questo quadro politico è sempre più urgente rimettere al centro i temi del garantismo e del diritto, dell’amnistia, dell’abrogazione del codice Rocco e di tutte le leggi liberticide e classiste sino ad oggi varate, dell’abolizione del 41bis e dell’ergastolo in quanto massime espressioni dello stato penale che torturano e uccidono giorno dopo giorno.

Negli ultimi anni, tra mille limiti, nonostante i circuiti differenziati impongano il divieto di comunicazione tra le diverse sezioni di Alta Sicurezza, la popolazione detenuta si è organizzata per far emergere i meccanismi perversi che li costringono ad essere marchiati a vita come “socialmente pericolosi” senza che abbiano alcuna possibilità di cambiamento o di uscita da questi gironi infernali, perché abbandonati a se stessi, con condanne lunghe ed ergastoli che l’ostatività del 4 bis trasforma in pena di morte quotidiana in barba al valore rieducativo della pena sancito nella nostra costituzione. Il prossimo 10 dicembre migliaia di uomini ombra e di detenuti “temporanei” in diverse carceri italiane aderiranno alla giornata di digiuno e mobilitazione per l’abolizione dell’ergastolo lanciata da Carmelo Musumeci assieme a diverse associazioni, in occasione dell’anniversario della dichiarazione universale dei diritti umani. È una data che dobbiamo sostenere tutti per rafforzare la lotta e amplificare la voce dei detenuti oltrepassando il silenzio mediatico cui saranno sottoposti, attraverso una rete di solidarietà esterna che si faccia carico di organizzare in contemporanea qualsiasi forma di mobilitazione.

<> M. Foucault