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Franca Rame: la donna, la violenza, il riscatto

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di LAURA FANO

Da un po’ di tempo il fenomeno della violenza sulle donne, prima silente, è esploso in tutta la sua virulenza, in tutta la sua drammaticità.

 

 

 

Recrudescenze del fenomeno si avvertono da più parti. Giornali, notizie televisive, programmi ad hoc che invadono sul tema non fanno altro che ingigantirlo, se non addirittura a stimolarlo.

Il fenomeno è esploso perché nuove leggi e nuovi strumenti sociali e culturali le aiutano a difendere diritti sacrosanti: alla libertà, al lavoro, all’espressione libera di volontà e sentimenti. È esploso perché le donne oggi parlano, ed hanno, spesso ma non sempre, il coraggio di denunciare.


Ma, è ancora troppo presto per cantare vittoria. Anzi, per certi aspetti, proprio ora che leggi e norme sono tese a proteggere e salvaguardare la donna, la situazione sembra aggravarsi. Forse perché se ne parla. Forse perché se ne parla troppo.

Difficile per l’uomo tener testa a una donna sicura di sé e determinata nel suo obiettivo, nella sua volontà. Difficile accettare da lei un rifiuto, uno smacco, una delusione. Anzi, direi, inaccettabile. E allora interviene la forza bruta, la rabbia, la voglia di distruggere quella creatura che ha scalfito la tua presunta superiorità di “homo sapiens sapiens”.

Il 25 novembre è la giornata contro la violenza sulle donne e in questo giorno voglio ricordare proprio un’attrice, ma soprattutto una donna che scelse di reagire alla violenza e allo stupro con l'arma della sua arte.

Era la sera del 9 marzo 1973, quando a Milano Franca Rame era rapita da cinque uomini, fatta salire a forza su un camioncino, stuprata e violentata per ore. Le spaccarono gli occhiali, la tagliarono con una lametta, la bruciarono con le sigarette. Fu uno stupro punitivo: i violentatori erano neofascisti, volevano farla pagare per le sue idee politiche, ma scelsero di punirla in quanto donna.

Il fatto fu denunciato, ma i giornali riportarono un semplice caso di aggressione e non menzionarono lo stupro. Il Giorno scrisse due giorni dopo l’accaduto, il 10 marzo 1973: “Un commando fascista ha sequestrato l’attrice Franca Rame, costringendola a salire su un furgoncino dove è stata pesantemente percossa”. Nemmeno L’Unità riportò la verità: “Milano: Franca Rame sequestrata, percossa e gettata dall’auto”. Il giornale del PCI raccontò di “pugni, graffi e schiaffi”.

Era quello un periodo storico in cui non si parlava volentieri di violenza sessuale, le vittime venivano colpevolizzate dell’aggressione subita e si tendeva a mettere tutto a tacere.

Ma, Franca Rame, invece di accettare l’obbligo al silenzio esistenziale e politico, dimostrò con la sua arte che era più forte dei suoi violentatori. Decise di ribellarsi e di difenderla, la sua dignità. La sua e quella di tutte le altre donne, uomini, bambini, persone, che siano mai stati oggetto di violenza. E lo fece con le parole, raccontando pubblicamente la sua storia.

Nel 1975 ricorse a un'«analisi teatrale»: non sul lettino dello psichiatra, ma su un palco, per raccontare pubblicamente in un monologo agghiacciante intitolato Lo stupro quelle ore terribili.

Era l'unico modo per esorcizzare quello che le era successo; finirà nello spettacolo Tutta casa, letto e chiesa, e le parole sono dure, precise, chirurgiche: chi le ascolta non può non vergognarsi.

Sette minuti di dettagli chirurgici e sensazioni soffocanti, che l’attrice portò in televisione, alla RAI, davanti a milioni e milioni di persone, in anni in cui di violenza sessuale si parlava troppo poco.

“…Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le bruciature…“Muoviti puttana fammi godere”. Sono di pietra. Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male. “Muoviti puttana fammi godere”. La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no. “Muoviti, puttana. Fammi godere”. Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie. È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose…”.

E poi la parte finale, che racconta l’umiliazione delle donne che si sentono “sbagliate”, che danno agli altri il diritto di giudicarle, di farle sentire “sporche” e piene di vergogna. Tanto da spingerle a far finta di nulla, a tornare a casa fingendo che niente sia successo, per il terrore di sentirsi additate, di sentire su di sé l’imbarazzo. Come se la colpa fosse loro.

“…Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male... nel senso che mi sento svenire... non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo... per l’umiliazione... per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello... per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero... mi fanno male anche i capelli... me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia... è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino... cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora... Sento le loro domande. Vedo le loro facce... i loro mezzi sorrisi... Penso e ci ripenso... Poi mi decido... Torno a casa... torno a casa... Li denuncerò domani”. 

Per lo stupro di gruppo nei confronti di Franca nessuno ricevette una condanna da parte del giudice istruttore Guido Salvini, anche se, a distanza di anni, un pentito fece i loro nomi. Evidentemente troppo tardi, dato che il reato era caduto, dopo venticinque anni, ormai in prescrizione.

Inizialmente l’autrice non rivelò di essere la protagonista del monologo e raccontò di essersi ispirata a una testimonianza tratta da Quotidiano donna; successivamente invece ammetterà la verità, dimostrando una straordinaria forza interiore e schierandosi apertamente contro lo stupro e la violenza sulle donne.

Ha raccontato della sua esperienza con coraggio, esorcizzando lo schifo, l’umiliazione, la paura, il silenzio. Ha dimostrato con la sua arte che era più forte di ogni violenza e che non si sarebbe mai arresa al silenzio politico ed esistenziale. Che non avrebbe mai smesso di essere una donna scomoda e che soprattutto non avrebbe mai imparato a stare al suo posto. Perché il suo posto era lì: nel mondo, in mezzo alla gente.

Negli anni, dal suo orrore, Franca è passata all'orrore di tutte le donne, raccontando le loro violenze, i soprusi che spesso subiscono persino al momento della denuncia («Lei ha goduto? Ha raggiunto l’orgasmo? Se sì, quante volte?», scriveva nella presentazione del suo monologo, riportando le parole di avvocati, poliziotti, medici e delle loro perizie), per non farle sentire sole. Domande, allusioni, che tendono sempre a sottintendere una certa accettazione da parte della donna, una consensualità di fondo che diventa, rasentando l’assurdo, nel tono dei quesiti posti, persino partecipazione, o piacere nell’atto. Ed è aberrante.

Per una donna vittima di violenza sessuale raccontare la propria esperienza non è facile; troppi sentimenti, emozioni contrastanti, si agitano in lei, dalla vergogna di ciò che ha subito all’angoscia lacerante di rivivere, attraverso le parole e il racconto, quegli attimi terribili.

Eppure, Franca Rame ha trovato, dentro di sé e grazie al compagno di una vita, Dario Fo, la forza e il coraggio non solo per denunciare e parlare dell’orribile stupro di gruppo subito, ma persino per costruirci sopra un monologo teatrale, che ancora oggi fa venire la pelle d’oca. Forse perché, lontana nel tempo di 44 anni, la vicenda di Franca somiglia in tutto e per tutto alle vicende di tante, troppe donne di oggi, perché le brutalità descritte, le sensazioni provate dalla vittima sono le stesse, identiche, ancora adesso. Oppure perché, pur essendo passato quasi mezzo secolo di storia, di progressi e di cambiamenti socio-culturali, poco o niente è cambiato nella mentalità di coloro che usano le donne per affermare una presunta superiorità sessuale, e la forza bruta per sottometterle.


La violenza descritta dall’attrice nel 1975 attraverso il monologo Lo stupro racconta il dramma di ieri e purtroppo le tragedie di oggi.

Proprio come quel monologo, Lo stupro, con cui Franca, dimostrando molto più coraggio e determinazione di tanti “uomini”, scelse di mettersi, ancora una volta, in prima linea al fianco delle oppresse, delle donne vittime di violenza, private della propria dignità e violate nel profondo. Senza vergogna, senza nessun imbarazzo, pronta a raccontare il dolore comune di tante donne, compresa se stessa.

Franca per tutta la vita si batté contro la violenza sulle donne sia da parte degli stupratori, sia ad opera della giustizia. Per questo ho voluto ricordarla in questa giornata, come una grande attrice e una persona dalla forza straordinaria.