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Maria Goia: ritratto di Signora

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di LAURA FANO

 

Il 28 novembre 1878 nasceva a Cervia, da una famiglia di modeste condizioni, Maria Goia.

 

 

Fu femminista, pacifista e antifascista, e per questo fu perseguitata a lungo, prima, durante e dopo la Grande Guerra.

I suoi genitori - padre salinaro e madre lavandaia, entrambi socialisti- avevano partecipato attivamente alle lotte per il lavoro del movimento operaio della seconda metà dell’Ottocento, e trasmisero alla figlia i valori del lavoro come strumento di riscatto personale e collettivo ed emancipazione dallo sfruttamento.

Al termine degli studi d’obbligo, Maria fu iscritta alla regia Scuola Normale femminile di Ravenna nel 1891.  Lì si racconta che la giovane cervese studiava da maestra “con svegliatezza d’ingegno e molto amore allo studio”. Abbandonato l’istituto e continuati gli studi da autodidatta, nel 1897 accedette al primo corso presso la scuola normale superiore di Forlì che, però, abbandonò nell’anno successivo con la venuta meno dei sussidi comunali.

In quegli anni maturarono i suoi sentimenti politici, grazie allo stretto contatto con il mondo proletario e bracciantile, e si iscrisse nel1901, all’età di 23 anni, al Partito Socialista.

Spronava, in comizi e conferenze, operai e operaie a emanciparsi dallo sfruttamento, organizzandosi in cooperative, spingendo le donne a partecipare, a lottare per il lavoro e l'uguaglianza, a lavorare, a rendersi indipendenti, a chiedere la parità dei diritti e a fare sciopero.

Le capacità oratorie e il suo "bel parlare" incantavano chi la stava a sentire; la voce “che andava prima al cuore e poi alla ragione” fece scuola e diventò mito. Di lei parlavano le cronache dei giornali, la celebravano i cantastorie e le canzoni popolari. Una delle più note e più cantate nel primo Novecento è proprio Evviva la Maria Goia.

La giovane sindacalista aveva in mente una donna che “dovrebbe avere un’istruzione, dignità, fermezza coraggio di pensare e lottare”, come affermava nei suoi comizi e come scriveva in numerosi articoli di giornali dove le parole chiave erano sempre le stesse: istruzione, tolleranza e civiltà, lotta, giustizia e coraggio.

Brillante oratrice e propagandista, fu segnalata non più tardi di due anni dopo come persona “da vigilare” in alcune note prefettizie, in un territorio come quello romagnolo e in special modo ravennate, dove le forze dell’estrema sinistra stavano prendendo il controllo, per poi iniziare un confronto al loro interno tra repubblicani e socialisti.

Nel 1901 inaugurò la casa socialista di Cervia alla presenza di Andrea Costa e intervenne più volte nel dibattito sul movimento femminile socialista, con conferenze in Umbria, Marche e Friuli, fino al 1906 quando sposò il farmacista Luigi Riccardi, militante socialista e membro della direzione, trasferendosi a Suzzara.

Le donne e i bambini che lavoravano nelle fabbriche sino a 15 ore al giorno, con paghe da fame, privi di diritti civili e politici, seguivano la combattiva romagnola nelle numerose manifestazioni di protesta; negli scioperi del 1905, ad esempio, su 400.000 scioperanti il 46% era costituito da donne e bambini.

Il Riccardi, però, morì nel 1907 a soli otto mesi dalla celebrazione del matrimonio. La Goia, rimasta vedova, assunse allora nel luglio 1907 la segreteria della locale Camera del Lavoro, e intuì la necessità, assieme ad Achille Luppi Menotti di creare un sistema di cooperazione integrale, a cui si ispirò per organizzare i locali operai disoccupati in una “cooperativa di produzione metallurgica”: un passo importante per far entrare la cooperazione di consumatori nell’ambito produttivo.

A questi eventi associavano una serie di conferenze al nord dell’Italia, ribadendo la sua fiducia nell’uomo, la sua estraneità ai metodi violenti, e l’importanza del ruolo femminile, da valorizzare ad esempio attraverso il diritto di voto come chiesto a Pordenone nel 1905, ripreso anche presso il locale circolo socialista di Suzzara nel 1908 come dalle pagine de “La Provincia di Mantova”, giornale per cui scriverà la Goia sino al 1911.

Nel Mantovano fondò anche una Scuola popolare di arti e mestieri, dove insegnò storia e letteratura. Sua fu l’innovativa proposta di chiedere il “sabato inglese” per le lavoratrici, una mezza giornata in più di riposo “ per dedicarsi alla lettura, per partecipare alle conferenze e a qualche svago“.

Seguirono poi gli anni di lavoro intenso e febbrile:  la sindacalista cervese organizzò forme cooperative di lavoro, leghe di resistenza soprattutto femminili ed entrò a far parte della segreteria socialista di Modena condividendo con Giacomo Matteotti l'azione politica socialista; partecipò inoltre al Comitato Socialista per il suffragio femminile, che si riunì intorno all’altra grande leader del socialismo riformista, Anna Kuliscioff.

Maria e le altre donne socialiste lottarono contro la mentalità dei tanti compagni che non ritenevano ancora prioritaria la “questione femminile” e quando la Kuliscioff fondò la rivista “La difesa delle lavoratrici” riunendo le migliori teste pensanti del socialismo femminile italiano, Maria Goia fu tra quelle, assieme ad Argentina Altobelli, Giselda Brebbia, Margherita Sarfatti, Linda Malnati e Angelica Balabanoff. Il loro motto diventò "il voto è la difesa del lavoro e il lavoro non ha sesso". Nel XIII congresso socialista infine, Maria Goia, Anna Kuliscioff ed Argentina Altobelli fondarono  l’Unione nazionale delle donne socialiste per “stimolare e coordinare l’agitazione o la propaganda socialista nel proletariato femminile”.

La Grande guerra, nondimeno, era alle porte, il Paese era sconvolto da scioperi e da manifestazioni per la mancanza di viveri di prima necessità e Maria Goia tenne il discorso conclusivo al congresso nazionale socialista, dove il dibattito tra neutralisti e interventisti era accesso e anche le donne si stavano dividendo. Mussolini, allora compagno socialista rivoluzionario, era passato al fronte degli interventisti, e con lui si era schierata Margherita Sarfatti mentre Maria, neutralista, restò sempre fedele al pacifismo dando vita ad un vero e proprio manifesto pacifista. Fu allora che pubblicò, l’articolo “Donne siate con noi contro la guerra!” dove invitava l’universo femminile a schierarsi per “il rispetto sacro per la vita” e a trattenere gli uomini dal “fascino orrido della guerra” e invocava concludendo: ”Siate voi l’anima nuova, o compagne o sorelle”.

Durante il periodo bellico, allontanata da Suzzara dall’autorità militare per la sua attività contro la guerra, si portò a Firenze ma nel Natale del 1916 ricevette dal ministero dell’Interno l’autorizzazione a trasferirsi dove meglio credeva. Giunse a Milano, dove ricominciò l’attività sindacale e conferenziera, nonostante alla fine del 1917 fosse gravemente malata tanto da richiedere un’operazione chirurgica. Nel gennaio del 1919 ottenne l’autorizzazione a ritornare a Cervia, suo luogo natale, ricominciando l’attività tanto che due mesi dopo nacquero tre circoli socialisti nelle frazioni cervesi, a cui si affiancarono due circoli giovanili. Nell’agosto del 1919 fu fondata la camera del lavoro di Cervia, di cui la Goia fu segretaria, che non si limitò a seguire strettamente l’ambito economico, ma si estese agli aspetti culturali e educativi della vita dei cittadini con la costituzione della biblioteca popolare circolante.

La Grande Guerra, come lei aveva denunciato, si rivelò un enorme, inutile carneficina e la massa di reduci che tornò dal fronte, trovò solo fame e miseria. Mussolini aveva fondato i Fasci di Combattimento, e la prima violenza squadrista fu proprio contro le donne che si rifiutano di lasciare ai reduci il posto di lavoro.

Gli squadristi la iscrissero tra le persone "da tenere d’occhio"; sindacalisti, popolari e social - comunisti erano, infatti, perseguitati con intimidazioni, pestaggi e omicidi che restarono spesso impuniti. Svolgere attività politiche e sindacali era diventato impossibile. La violenza dilagava nel Paese: assemblee socialiste e Camere del Lavoro vennero assaltate e date alle fiamme. A partire dagli ultimi mesi del 1921, la sorte dell’attività di Maria Goia si legò a quella del socialismo nella morsa del nascente movimento fascista, tanto che ella stessa si salvò per un soffio mentre si trovava nella sede della Camera del Lavoro di Ravenna, che fu data alle fiamme da un gruppo di squadristi; ma dopo il congresso di Livorno scompare dal dibattito politico nazionale.

Dopo la marcia su Roma e la fine della democrazia, il 30 ottobre del 1922, Benito Mussolini in camicia nera si presentò al cospetto del re che lo nominava capo del Governo. In seguito le elezioni nazionali del’24, avvenute in un clima di intimidazioni e pestaggi dalle squadracce fasciste, Giacomo Matteotti denunciò alla Camera brogli in tutte le circoscrizioni e dieci giorni dopo fu rapito da esponenti della polizia politica, picchiato a morte e accoltellato. Il 12 giugno i decreti regi che sopprimevano la libertà di stampa e limitavano pesantemente l’attività dei partiti segnarono ufficialmente l’inizio della dittatura fascista.

Il corpo di Matteotti fu ritrovato solo il 16 agosto dal cane di un guardiacaccia in un bosco a 25 chilometri da Roma.

Maria Goia, addolorata e prostrata dai tragici avvenimenti, era oramai ammalata gravemente, ma non rinunciò al viaggio a Fratta Polesine per portare conforto alla madre di Matteotti. Poche ore dopo il ritorno a Cervia, morì, a soli 46 anni, il 15 ottobre 1924. Le onoranze funebri, nonostante le imposizioni restrittive delle autorità fasciste, “riuscirono imponenti, con grande concorso di popolo”.

Ho voluto ricordare questa figura di donna e delinearne il ritratto perché Maria Goia non fusolo una straordinaria protagonista delle lotte sindacali e politiche in un periodo in cui erano rarissime le donne italiane impegnate nell’attività politica, ma si distinse nel movimento femminile per rivendicare la pienezza dei diritti civili per le donne, a cominciare dal voto.