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“Pull a pig”: il bullismo digitale sulle donne

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di LAURA FANO

I bulli colpiscono per strada quanto sui social

 

 

Internet ha aperto molte strade, ma non tutte meritevoli di un plauso. Spesso la rete fa da sfondo a nuovi giochetti crudeli e di pessimo gusto che tendono a bullizzare, estromettere e ghettizzare ragazzi o ragazze prese di mira per il solo sadico gusto di divertirsi.

E così, ancora una volta ci vediamo costretti a commentare l’ultima moda dei cretini: un assurdo gioco che imperversa tra i giovani, conosciuto come Pull a Pigi: letteralmente “ingannare un maiale”.

Uno “scherzo” che coinvolge ragazze, sicuramente non tra le più carine, e ragazzi, sicuramente non tra i più intelligenti.

Il gioco goliardico consiste nel far credere alle ragazze, più che altro poco attraenti di essere innamorati e invitarle a fare un viaggio per incontrarsi. E fin qui, nulla di strano. Il punto, però, è che le ragazze che ci cascano sono costrette a percorrere centinaia di chilometri per sentirsi rifiutate, insultate e addirittura umiliate. A rendere nota questa pratica crudele è stato il Daily Mail che ha reso noto quanto successo a una ragazza inglese di 24 anni, Sophie Stevenson. La ragazza aveva conosciuto un ragazzo di ventuno anni, tale Jesse Mateman, olandese, durante una vacanza a Barcellona, proprio il giorno dell’attentato terroristico.

I due ragazzi, complice la paura per ciò che era appena accaduto, si erano molto uniti e apparentemente innamorati. Messaggini affettuosi, telefonate per rivedersi, fino all’appuntamento ad Amsterdam. Sophie, preso un biglietto da 350 sterline, giunge nell’hotel in cui si erano fissati appuntamento e non trova nessuno. Le arriva un sms: “You’ve been pigged“, cioè “sei stata maialata”, ci sei cascata e lo scherzo è perfettamente riuscito! Il messaggio rivelava che lo scherzo era reale e lei era stata scelta perché era la più grassa e brutta del locale, come ha dichiarato la stessa giovane.

Il gioco consiste proprio in questo, conquistare e portare a letto la donna meno attraente della serata e fare i gradassi con gli amici, a conoscenza dello scherzo; ovviamente perché gli sciocchi non viaggiano mai da soli.

Ovviamente, raggiunto lo scopo del gioco ci si sente ancora più forti davanti al proprio gruppo di amici complici, si rinforza il proprio ruolo, si ha la sensazione di essere riusciti a dominare l’altra persona e di averle fatto fare tutto ciò che ci si era preposti di farle fare, considerandola un oggetto di divertimento, un passatempo per ridere, prendendosi gioco di un’altra persona, senza un briciolo di empatia.

Da un punto di vista psicologico "c’è una sopraffazione intenzionale, c’è una vittima, ci sono i social e le chat e c’è un meccanismo che distrugge una persona, che intacca profondamente la sua autostima e la sicurezza in sé. Il riconoscimento degli altri, l’approvazione dei coetanei è fondamentale soprattutto in adolescenza e nella giovinezza. Venire umiliati in quel modo, sia da un punto di vista psicologico che fisico, significa essere distrutti moralmente.

È indubbio che chi ha bisogno di sentirsi forte dietro uno schermo, davanti ad un gruppo, con una persona psicologicamente più fragile e con meno strumenti per difendersi, sta mostrando le proprie fragilità, l'assenza di senso morale. Sono vittime anche loro, ma di un fallimento educativo: non ragionano sulle conseguenze delle proprie azioni.

Questa ridicola messa in scena, che prende di mira giovani ragazze considerate “brutte”, è per fortuna poco nota nel nostro Paese, ma quello di Sophie non è l’unico caso a oggi.

Inutile dire che iniziativa crudele sia. Perché va contro tutto quello per cui le donne si sono battute per decenni, ossia far comprendere a tutti che qualunque sia il nostro aspetto fisico abbiamo un cervello, un’anima. E soprattutto un cuore.
Si tratta di prevaricazione, di violazione perché si approfitta dei sentimenti, dell’ingenuità, della sensibilità di un’altra persona.

Insomma, un fenomeno misogino che fa a pezzi l'autostima delle donne e che ci fa capire quanto sia diffuso il fenomeno del bullismo non solo tra gli adolescenti, ma anche tra gli “adulti”.

L'effetto di questi comportamenti sadici nei confronti delle donne, denigrate per il loro aspetto fisico e la loro fragilità emotiva. è devastante, perché l'autostima, distrutta in pochi secondi, fatica poi ad essere recuperata. Nel caso di Sophie, la giovane si è ripresa grazie al sostegno dei genitori e alla voglia di rivalsa, che l'ha spinta a rendere noto online il nome del ragazzo che l'aveva ridicolizzata.

Il web ha amplificato la risonanza e gli effetti di queste pratiche di bullismo. Nel caso di Pull a Pig, ad esempio, esiste un apposito hashtag #pullapig, grazie al quale il fenomeno viene replicato online, dove vengono reclutate le potenziali vittime.

Si tratta di una forma di cyber bullismo che ne ricalca altre, come il fat girls rodeo, "il rodeo delle ragazze grasse'", testimoniato dall'Independent. In questo caso, l'enfasi cade su una particolare caratteristica dell'aspetto fisico. Consisterebbe, in teoria, nell'avvicinarsi a delle ragazze sovrappeso in discoteca, mettendo loro le mani addosso e mimando i versi che fanno i cowboy durante i rodeo. Una vera e propria molestia. E, alla pari del pull a pig, umilia le donne paragonandole a degli animali.

Invero, Pull a Pig, non è proprio una novità.

In un film del primi anni ’90, si raccontava dell’usanza tra militari di dilettarsi in “scherzi” del genere. Il film s’intitola “Dogfight – Una storia d’amore”, ma a differenza della vicenda che ha visto protagonista Sophie Stevenson, c’è una redenzione da parte del bullo. Il nome del film trae ispirazione dalla gara crudele che alcuni uomini compiono a scapito delle donne poco attraenti o solo fisicamente insignificanti che incontrano, per bullarsi di loro. La pellicola era interpretata da Lili Taylor, la ragazza meno carina in un locale, e il compianto River Phoenix, un militare che la rimorchia per gioco, per farsi accettare dagli altri commilitoni. Il personaggio maschile, un marine, avverte comunque delle remore a comportarsi male nei confronti di quello femminile, un’aspirante cantante.

È il 1963, il sessismo è una prassi ampiamente diffusa, non solo negli Stati Uniti pre-rivoluzione sessuale. Così quando la cantante scopre tutto, non solo il marine cercherà di riparare, ma troverà in lei un essere umano assolutamente affascinante, non la vittima di un gioco crudele tra camerati.

Ovviamente è un film, e le cose nella realtà vanno un po’ diversamente: quindi non è possibile minimizzare comportamenti violenti, stupidi, e da bulli, con la scusante dell’aspetto ludico. I bulli adulti sono più cattivi e consapevoli delle conseguenze che il proprio comportamento può avere sugli altri e per questo sono più pericolosi dei "colleghi" ragazzini.

Banalizzando e generalizzando, siamo abituati ai commenti fastidiosi per strada, sui social, agli attacchi fisici o online, agli scherzi che attecchiscono fra le nostre fragilità e poche volte ci fermiamo a riflettere su quel “buon uso” che si potrebbe fare dei social.