Vergogna!

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di LAURA FANO

Il New York Times ha pubblicato un'inchiesta in cui sostiene che negli ultimi trent’anni Harvey Weinstein,

 

uno dei più potenti produttori cinematografici americani, vincitore di un Oscar al miglior film per Shakespeare in Love nel 1999, avrebbe ricevuto diverse denunce per molestie sessuali.

Intanto, dopo l’esplosivo servizio sulle abitudini sessuali di Weinstein (inchiodato dalle testimonianze di molte sue ex impiegate ed anche di attrici che con lui avevano rapporti di lavoro o speravano di averli), la Weinstein Company, ritenendo troppo alto il danno portato alla casa di produzione, lo ha licenziato e ha persino deciso che cambierà nome.

Insomma dalle attrici agli ex colleghi, tutti hanno ritenuto vergognoso il comportamento di Weinstein.

E lui, non si vergogna? Pare proprio di no. Il re di Hollywood che ha realizzato successi come La vita è bellaGenio ribelleThe imitation gameIl discorso del re, si è semplicemente scusato per il comportamento “inappropriato” e ha annunciato che prenderà una pausa dal lavoro per andare in cura da un esperto. "Sono consapevole che il modo con cui mi sono comportato con alcune colleghe in passato ha causato molto dolore e chiedo scusa", si legge in una sua dichiarazione.

L’importante è scopare ciò che desideri senza vergogna, avrebbe detto con una celebre frase la pop star Madonna qualche tempo fa, facendo eco a Oscar Wilde che scrisse che i peccati della carne non sono nulla. Sono malattie che i medici curano, se proprio devono essere curate. Solo i peccati dell’anima sono vergognosi. E quindi il Re del cinema hollywoodiano ha pensato bene di prendersi una pausa per farsi curare da un esperto.

A questo punto vien da chiedersi se, nella nostra società, quella del tutto è possibile, quella attuale, c’è ancora qualcuno che abbassa gli occhi, volta la testa, arrossisce o si vergogni davanti allo specchio.

A guardarsi in giro, sembrerebbe proprio di no; tutt’al più ci si dispiace come ha precisato Weinstein.

Nel nostro tempo egocentrico, la vergogna, ma anche il pudore, suo fratello gemello, non costituisce più un freno al trionfo dell’esibizionismo, al voyeurismo, sia tra la gente comune come tra le classi dirigenti. Quel sentimento che ci suggerisce di provare un turbamento, oppure un senso d’indegnità di fronte alle conseguenze di una nostra frase o azione, che c’induce a chinare il capo, abbassare gli occhi, evitare lo sguardo dell’altro, a farci piccoli e timorosi, sembra proprio essere scomparso.

La vergogna è passata di moda, ormai è un sentimento in caduta libera.

Con il termine “vergognoso”, in passato, si descriveva un certo contegno dell’infanzia di fronte al mondo adulto. L’esclamazione di condanna “vergogna!” -che suppongo quasi tutti noi abbiamo udito da bambini-  funzionava assai bene.

Si riprendeva così chi non faceva il suo dovere o andava contro i principi del suo ruolo, perché la vergogna presuppone un sistema di regole e di condotte codificate e chi contravviene si sente inadeguato, se non addirittura colpevole.

Terenzio scrisse nella commedia I fratelli: “E’ arrossito; tutto a posto” e, in effetti, la vergogna è quell’emozione che ti costringe ad abbassare gli occhi e ti tinge le guance di rosso.

Intere civiltà si sono costruite sul segno della vergogna, l’aidòs per i greci. Ettore, come racconta l’Iliade, pima di tornare al campo di battaglia dove ha una reputazione da difendere dichiara alla moglie “Aideiomai”, mi vergogno. Cicerone la chiamava “verecundia”, dal verbo vereor che significa aver paura.

La vergogna, però, come tutti i sentimenti tipici degli umani, varia secondo i tempi, il luogo e il contesto. La società postmoderna ha cancellato la cultura del senso di colpa, per far posto alla vergogna amorale, di superficie, collegata all’etica del successo, dell’autoindipendenza e del conformismo.

Ci si vergogna di vergognarsi, poiché questo richiama l’attenzione di tutti sull’unica cosa che si vuole nascondere: l’insuccesso. Questo tipo di vergogna non lascia segni profondi, ma solo uno stato d’animo transitorio d’imbarazzo come nel caso di Weinstein. Viviamo nell’era di internet e nessuno ormai si sente responsabile davanti a una società. L’egocentrismo, insieme all’autoindulgenza e alla poca sensibilità, sfonda in tutte le direzioni, e si mischia con altri egocentrismi; saltano gli schemi, la difesa della dignità, il senso del pudore, il buon gusto.

Le persone non si vergognano più perché sentono che intorno a loro la disapprovazione sociale è debole

In treno e in autobus e per la strada si parla ad alta voce al cellulare, a scuola fi va con i pantaloni strappati e il piercing sulla lingua e al naso; in macchina si bestemmia se qualcuno ci taglia la strada; i bruti digitali vomitano insulti e parolacce e, come nel caso del nostro produttore, ci si sente in diritto di abusare degli altri in maniera diffusa e vergognosa: il tutto come se gli altri non possano disapprovare.

La pretesa di aver sempre ragione respinge il confronto; l’arroganza impedisce pareri diversi. L’incapacità di chiedere scusa e chinare il capo regala feudi di rancore.

Cicerone sosteneva che l’ansia preventiva del biasimo ci rende umani. Dunque, diffidiamo di chi non si vergogna e se riteniamo di possederne ancora un briciolo, teniamocelo stretto. Dopotutto vergognarsi è un segno di sensibilità, un sinonimo di intelligenza e, soprattutto, un potente disinfettante sociale.