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De vulgari eloquienzia della Politica

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di LAURA FANO

 

Renzi ha presentato, qualche giorno fa, il suo libro alla Festa de L' Unita' a Bologna.

 

 

Dalla platea una contestatrice, un’anziana signora ferrarese, coinvolta nel crac della Cassa di Ferrara,  ha sventolato uno striscione contro il cosiddetto decreto Salva banche: "Avete rubato un milione". Il segretario, col tatto e l’educazione che lo contraddistingue quando non segue il canovaccio della narrazione, le ha risposto: “Avete rubato lo dice a sua sorella”.

Liquidare una persona che ha perso soldi con il nostro sistema bancario in questa maniera lo trovo veramente imbarazzante e fuori luogo.

Come si può non ammirare questa signora, una dei tanti presunti risparmiatori truffati dalle banche, che ha avuto il coraggio di contestare Renzi e il sistema bancario, in una blindata Festa dell’Unità di Bologna. E come si può non rimanere semplicemente esterrefatti alla risposta a muso duro di Matteo Renzi.

Come si può non essere al tempo stesso sgomenti di fronte a tale arroganza. L’arroganza di un politico senza il senso dello Stato e di un uomo carente di buona educazione e di appartenenza a dinamiche comunicative in cui siano presenti non soltanto yesman/woman. Sembra calzare a pennello la frase di Martin Luther King: “Nulla al mondo è più pericoloso che un’ignoranza sincera ed una stupidità coscienziosa”. Se poi si presentano criticità, la risposta è quella dell’insulto, di citare gufi, rosiconi e sorelle.

Chi non sa dialogare con il dissenso non può andare da nessuna parte. Mai e in qualsiasi ambito. Se è vero che l'intervento della signora che ha perso tutti i suoi risparmi è stato decisamente veemente nei suoi confronti, ciò non giustifica affatto la sua replica. Perché non si giustifica? Per diversi motivi, primo fra tutti la mancanza assoluta di rispetto nei confronti di una persona anziana con espressioni da bar sport, assolutamente indegne di un segretario di partito.

In secondo luogo, la sua reazione è stata ancora più deplorevole perché indirizzata nei confronti di una persona che ha perso tutto e che non ha avuto alcun sostegno dalle istituzioni. E abbia la decenza di evitare di arrampicarsi sugli specchi nell'affermare il contrario, perché i fatti parlano da soli. E invece di ascoltarle, di cercare di incontrarle e di prendere spunti importanti dai loro sfoghi e lamentele per tentare di risolvere problemi di cui anche le istituzioni hanno precise responsabilità, lei cosa fa? Le espelle, le denigra, le mortifica mancando loro di rispetto e considerazione. Tanto è vero che ormai i suoi interventi avvengono in aree blindate e recintate, controllate da servizi di sicurezza che hanno l'impegno di allontanare e silenziare tutti coloro che esprimono dissenso nei suoi riguardi.

E' facile constatare come, in Italia, una certa acredine del linguaggio, una mirata arroganza verbale nascondano l'inconsistenza dei contenuti delle proposte. L'avversario, chiunque esso sia, si deve, prima ancora di contrastare nella sostanza – opponendogli la visione programmatica delle proprie idee – demonizzare a parole, attaccare, svilire, financo insultare. Avendo cura, quasi maniacale, di non cadere nel contenuto. Di non criticare il pensiero avversario, facendo emergere la forza persuasiva del proprio. Giammai parlare di programmi, di idee, di progetti futuri concreti, esponendone le modalità pragmatiche di realizzazione. Distoglierebbero dall'arte della delegittimazione, come unica virtù politica contemporanea.

E’ l’arte della volgare eloquenza.

Riviali, bagarres a Montecitorio, risse tra i banchi parlamentari, gesti scurrili accompagnati dall’esibizione di cartelli offensivi e dal lancio di oggetti impropri, fino alla minaccia del cappio scorsoio. Le scene avvilenti che sempre più spesso appaiono nei Tg e nelle piazze, si accompagnano a un decadimento della lingua italiana. Le parole hanno paralizzato la politica: le vecchie contorsioni del “politichese”, lingua iniziatica e oscura - esemplare lo scalfariano «convergenze parallele» - hanno lasciato il posto al vaniloquio, alla retorica dello story-telling renziano, alla fumosità delle narrazioni, alla tracotanza delle iperboli.

Imprecazioni, maledizioni, insulti e minacce imperversano ovunque, obbedendo a un paradigma di rispecchiamento al ribasso. Un gioco di specchi in cui il narciso di turno blandisce e asseconda l’esasperazione crescente della “gente”.

Leggevo tempo fa una biografia di Antonio de Curtis. Politicamente non era impegnato, e anzi era quasi impossibile puntualizzare il suo pensiero. Era, però, noto per la sua generosità spagnolesca che si concretizzava nello splendore di un dono o nell’omertà di una beneficenza ai più bisognosi, dei quali sapeva ascoltare le storie e i problemi.

C’è un episodio simpatico che val la pena di raccontare a proposito dei nostri politici.

Accadde che, durante la lavorazione di Gambe d’oro, a Cerignola vicino Foggia, un comizio superaffollato era stato disertato con un fuggi fuggi generale, non appena si era sparsa la voce che lui girava una scena poche strade appresso e il parlamentare di turno si era ritrovato su un podio con il discorso preparato e la piazza vuota mentre il suo disperso uditorio si accalcava per vedere Totò. Bene avrebbe fatto a fondare un partito tutto suo; come infatti gli fu offerto. A tutto commento dell’episodio Antonio aveva borbottato: “Be’, come buffone, si vede che batto l’onorevole!”.

Quello a cui stiamo assistendo è l’involuzione di una democrazia divenuta «recitativa», poiché il popolo ormai compare soltanto nelle occasioni, sempre più rare e deserte, del voto. E se prova a far sentire la sua voce in altri contesti viene frettolosamente zittito e allontanato.

«Il giolittismo - denunciava nel 1917 Antonio Gramsci - è la marca politica del decimo sommerso italiano: l’insincerità, l’affarismo, il liberalismo clericale, il liberalismo protezionistico, il liberalismo burocratico e regionalista». E ne Il Grido del Popolo dell’ottobre del 1918 osservava: «La democrazia esplica una funzione morbosa di confusionismo, di scrocco, di predicazione dell’incoerenza. È impaludamento, più che effettivo progresso». Una condizione che, in un articolo dell’Avanti! del 1917, legava all’«ipocrisia del carattere italiano» che pervade tutte le forme della vita familiare, della politica e degli affari, assoluta conseguenza della «mancanza di libertà» e «dell’educazione gesuitica». La «predicazione dell’incoerenza» come specchio dell’«insincerità»: l’analisi del raffinato linguista sardo, ancora valida, va al cuore della «volgare eloquenza», primo indicatore della politica in crisi.

Aldi à di desolate diagnosi e preoccupanti programmi, tentiamo la ricerca di un nesso tra la Volgare eloquenza  della politica attuale e il De vulgari eloquentia  - il richiamo al titolo non è casuale – di Dante Alighieri, al quale l’asprezza espressiva non faceva certo difetto. Uno per tutti, ricordiamo l’incipit dell’apostrofe all’Italia del VI Canto del Purga-torio: «Ahi serva Italia, di dolore ostello,/nave sanza nocchiere in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello!».

Esiste un qualche collegamento tra la presente miseria linguistica e il virulento linguaggio delle tante invettive della Commedia?

Intravedo, sottesa, una comune idea negativa di realtà umana, sempre bisognosa di essere ammaestrata e indottrinata da un pedagogo, o al contrario solleticata e aizzata dal demagogo di turno.