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C'erano una volte le colonie estive

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di LAURA FANO

La Riviera dei ricordi passa anche da qui, dalle Colonie abbandonate lungo le vie che affiancano le spiagge e la Pineta, a volte costruite sulle spiagge stesse della Romagna.

 

 

Abbandonate adesso, ma un tempo vive di bagnanti, soprattutto bambini che in Riviera passavano le vacanze.

Da ragazzini, quando le spiagge non erano attrezzate con campi da racchettoni e da basket e i divertimenti erano davvero pochi, attendevamo le cinque del pomeriggio per portarci sino alle reti da pallavolo delle colonie per giocare le nostre partite.

A quell’ora, infatti, in fila per due, allegri ma disciplinati, magliette e cappellini bianchi tutti uguali i bambini delle colonie rientravano nei loro casermoni. Quello era il momento, ricorda ancora la mia mamma, nel quale mia nonna costringeva ad uscire dall’acqua tutti figli, quasi che il tempo al mare fosse scandito dai ritmi camerateschi delle colonie.

Migliaia e migliaia di bambini e bambine hanno trascorso in colonia periodi estivi più o meno lunghi, mandati dai genitori per rinforzare le vie respiratorie, giocare all’aria aperta, irrobustire il corpo e rinforzare le difese immunitarie. Pullman e pullman di bambinetti dai capelli tagliati corti, sovente con le sacche e le divise, partivano dalle varie città per essere depositati davanti a quei cancelli che per loro si sarebbero riaperti solo al momento della partenza.  Molti miei compagni di scuola, che guardavo con tristezza, mi raccontavano entusiasti di questa loro esperienza al mare lontano da casa e dai genitori.

Le grandi e linde camerate, le corse in spiaggia, i giochi nei vasti saloni interni nei giorni di pioggia, le passeggiate in fila per due per andare a comprare il gelato, il film proiettato nel parco una volta a settimana, sono oggi solo un lontano ricordo.

Storicamente le colonie al mare erano nate per motivi terapeutici e filantropici, ed erano connesse alla diffusione della talassoterapia, legata ai bagni di mare come importante risorsa terapeutica.

La costruzione delle colonie, era stata preceduta in Italia dalla costruzione di “ospizi marini” per bambini affetti da scorofola, una particolare forma di tubercolosi, che nel ’700 divenne una vera e propria piaga sociale. La scienza pediatrica scoprì, infatti, che l’acqua di mare associata ai raggi solari aveva un effetto benefico su questa patologia che colpiva maggiormente i bimbi che provenivano da contesti molto poveri, fu così che a Viareggio nel lontano 1822 nacque la prima colonia marina per i bambini di strada.

Nati da motivazioni terapeutiche e filantropiche, gli ospizi marini si diffusero ben presto in tutta Italia a cavallo tra Ottocento e Novecento, ma è in epoca fascista che queste strutture, oltre a diventare simboli dell’architettura avanguardista degli anni Trenta, vivono il loro momento di massima prosperità con il turismo di massa dedicato anche a bambini e ragazzi che venivano accolti da tutta Italia durante l’estate.

Il fascismo aveva intuito che il soggiorno nelle colonie di una gran parte di bambini costituiva un mezzo straordinariamente efficace per estendere l’opera d’indottrinamento dell’infanzia ed ampliare il consenso.

“Il popolo italiano vuole essere sano perché vuole andare alla potenza e alla gloria”: l’eroico, fascistissimo futuro fulgido di armi e battaglie che le giovani generazioni del ventennio avevano davanti passava pure per l’irrobustimento dei fanciulli più fragili e deperiti. Fu principalmente a scopo curativo, e propedeutico alle future italiche glorie militari, che il fascismo potenziò ciò che rimaneva delle vecchie colonie estive nate a metà ottocento, costruendo ex novo sontuosi edifici nelle principali località balneari italiane, ricovero estivo dei bambini e delle bambine delle classi meno abbienti, che in colonia si sarebbero potuti permettere qualche razione di carne in più alla settimana.

Dopo la Seconda guerra Mondiale, la popolazione era ridotta allo stremo, e ne risentivano soprattutto i bambini. Ecco che gli Enti Religiosi, le Parrocchie, ma anche le grandi aziende come la Fiat, la Olivetti e tante altre, sentirono la necessità di ridare speranza e stabilità alle famiglie, attraverso i soggiorni marini offerti ai figli  delle classi operaie.

Dagli Anni Ottanta cominciò la decadenza: i genitori malvolentieri si separavano dai figli, le situazioni economiche erano andate migliorando e si desideravano le ferie al mare con tutta la famiglia. Andare al mare in colonia era quasi “una vergogna”, un marchio di povertà. Nello stesso tempo iniziò un graduale calo delle nascite, e così, una dopo l’altra, le Colonie chiusero e furono abbandonate a se stesse. Oggi ne sopravvive solo un ristretto numero, trasformate in alberghi o Soggiorni per famiglie.

Che ne è rimasto di tutta questa storia e tradizione?  Cosa resta delle enormi camerate di lettini, dei lunghi stanzoni dove la sera prevaleva la nostalgia, del film proiettato all'aperto ogni mercoledì, dei cambi dei vestiti bisettimanali , delle partite a pallavolo e delle passeggiate per andare a comprare il gelato? L’immagine di questo articolo scattata sulla spiaggia dove un tempo andavamo a giocare le nostre partite, mentre i bambini delle colonie rientravano all’ovile sembra essere più che eloquente. Simbolo degli anni del boom, sono quasi tutte scomparse.

C’era una volta la Colonia, verrebbe da dire guardando gli scheletri dei fasti d’un tempo.  Edifici abbandonati, simbolo di degrado e abbandono e spesso rifugio di clandestini e tossicodipendenti, che raccontano un capitolo importante della storia e che simboleggiano un tipo di vacanza che oggi non c’è più.

Oggi sono facciate scrostate, finestre rotte, cespugli che invadono i portoni d'ingresso. Scorrono una accanto all'altra come i sopravvissuti di un cataclisma. E sulla spiaggia niente più urla festose di bambini.

Pochi comuni riescono a mantenerle, al loro posto i “centri estivi” a pagamento: la loro versione urbana che offre una serie di attività da fare nelle scuole di città, riaperte per l’occasione. Insomma, addio al fascino della scoperta e della vacanza senza mamma e papà.

E la foto, nelle nostre menti, è quasi invariabilmente in bianco e nero, riporta a ricordi d’infanzia un po’ sbiaditi. Non potrebbe essere altrimenti: anche le colonie estive, come tante altre tradizioni, si stanno trasformando in una rarità, un residuo del tempo che fu.