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Lady D.: la regina di cuori

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di LAURA FANO

Il prossimo 31 agosto ricorreranno i venti anni della morte di Lady Diana.

 

Due decenni da quel tragico incidente sotto il tunnel del Pont de l’Alma a Parigi, dove la Principessa del Galles perse la vita a soli 36 anni, insieme al suo compagno Dodi Al-Fayed.  Diana era morta sul campo, mentre combatteva col demone della celebrità, destino di una vita vissuta a 180 all'ora, proprio come la Mercedes inseguita dai mastini-fotografi, versione più crudele e moderna della caccia alla volpe.

La principessa si era addormenta. La favola era finita. Nessun principe azzurro l’avrebbe risvegliata. Era morta Diana, l'inquieta giovane splendente vita spezzata da quelle fatalità che talvolta interrompono l'esistenza di personaggi di grande popolarità, nel momento del loro massimo fulgore, come a renderli immortali, meravigliosi e rimpianti per sempre, preservandoli dal declino e dall'oblio.

Da quando cominciò la sua favola, il suo destino fu sempre lo stesso: quello della copertina, della prima pagina perenne, del proprio glamour e personalità, con una formidabile forza d' impatto qualunque cosa la principessa facesse, che presenziasse a una gala o fosse sotto una tenda da campo in Angola: sempre comunque protagonista, star assoluta, calamita planetaria di sguardi, flash, emozioni. Soprattutto Diana dei miracoli, dei bambini sieropositivi stretti al cuore, dei malati terminali accarezzati con le lacrime agli occhi. Diana della campagna contro le mine antiuomo, Diana ambasciatrice della buona volontà.

Dalla tragica notte parigina tra il 30 e il 31 agosto 1997, sino al 6 settembre, giorno del solenne, spettacolare funerale, mentre il corpo distrutto della principessa veniva quasi dimenticato nella bara, in attesa che si decidesse il destino, in realtà politico, delle sue esequie, quella che era stata una diffusa incredulità, un colpo al cuore, la puntata sbagliata di una soap opera che si pensava infinita, si era trasformata in una corale commozione, era esplosa in un'oceanica disperazione, propagandosi ovunque come una marea, in un'allucinazione, nella delirante partecipazione di una folla che si alimentava del suo stesso gigantismo, e si stringeva in un lutto collettivo che ognuno, ogni individuo confuso nella moltitudine, sentiva come solo suo. 

Il dolore aveva invaso il mondo, oscurando ovunque altri drammi epocali. In Inghilterra una regina riluttante, per salvare la monarchia, era stata costretta a un lutto pubblico, a sottomettersi al volere di un popolo vicino alla rivolta, esprimendo il suo regale e diplomatico dolore in televisione; un giovane premier appena eletto, che riportava il Labour al potere dopo anni di governi conservatori, trovava le parole giuste per farsi amare e iniziare una carriera che appariva, allora, sfolgorante. "Si è spenta la principessa del popolo" aveva detto con passione civile, Tony Blair, pallido, addolorato, vestito di nero.

E mentre la monarchia si dibatteva tra orgoglio e saggezza, tra tradizioni di corte e necessità politiche, tra pena per i principini, orfani smarriti, e forse qualche rimorso, si erano accumulati davanti ai palazzi dei Windsor migliaia e migliaia di mazzi di fiori, di bigliettini intrisi di lacrime, di regalini infantili; in ogni angolo della Terra quella morte segnava la fine di un sogno che, si scopriva, era stato di tutti. Da qualche parte e ovunque, su ogni giornale, su ogni televisione, c'era stata una principessa bella e infelice, che regalava alle grigie vite degli altri una vita dorata e avventurosa, un sovrapporsi continuo d’immagini ufficiali e segrete; ragazza ingenua e sposa da favola, moglie tradita e non amata, depressa e bulimica, madre appassionata di due bellissimi figli, oggi adulti, e eventuale regina madre di un re, benefica dama impegnata in opere umanitarie, signora adultera e vendicativa, principessa appassionata di ballo e di moda, amica di cantanti e stilisti.


Il 31 agosto del 2008 moriva Lady D, la regina di cuori che non volle diventare principessa, ed nasceva il mito.

Di lei si è scritto e detto di tutto, si scavato sino alla nausea nei veri o presunti gossip. Ancora oggi spuntano dossier e documentari inediti. Per molti era la «principessa triste» prigioniera di un matrimonio senza amore; per altri, un’icona di stile, simbolo di un mondo ideale. Di certo quella di Diana Spencer è stata una vita «spericolata», capace di andare oltre le regole e di farsene un baffo della ferrea etichetta imposta dalla monarchia.


E così, inevitabilmente, in questo scorcio di 2017 s’inseguono le commemorazioni, le mostre, i libri, i documentari dedicati a sondare il personaggio e la persona Diana, la donna, il suo carattere e il suo ruolo nell’anacronistica rigidità della monarchia più vecchia del mondo. A ricordarla con una mostra nei mesi scorsi hanno cominciato gli inglesi, in un luogo non casuale: Kensington Palace, i cui cancelli coperti di fiori, venti anni fa, divennero il suo santuario non ufficiale. La mostra attraverso gli abiti di Diana e la “maturazione” del suo stile, ne ripropone la storia da principessa tragica a donna moderna che ha modellato la sua identità.

Amata con trasporto e passione dai suoi sudditi, detestata dalla regina madre, inseguita dalla stampa, tradita e mortificata dal marito, Lady Diana Spencer è diventata uno dei simboli della fine del secolo. L’immagine di Diana, complici i mass media, è stata ridotta negli anni alla banalità di un santino: amica di Madre Teresa, fotografata in un campo minato nell’ex-Jugoslavia, attiva in oltre 100 associazioni umanitarie, testimonial delle campagne per la prevenzione sull’AIDS. Ma tra la vittima e la santa, la donna infedele e la sposa bistrattata, c’è il volto di una donna con tutte le sue contraddizioni, tutta la sua umanità.

Secondo gli ingenui era una peccatrice redenta dal sacrificio sull’altare della prima pagina. Trasmutata non in un albero ma direttamente in un’icona, la madre e la santa patrona di tutte le veline di oggi; la grande sorella della tv dei reality, dove l’empatia supera di gran lunga la razionalità. Alla West Heath School era conosciuta come «zuccona» Spencer e nonostante due tentativi venne bocciata a tutti i suoi «O Level», il diploma inglese. A 15 anni comunque aveva deciso che sarebbe diventata Principessa di Galles. Nel 1978, al matrimonio di sua sorella Jane con Robert Fellowes, Segretario della Regina, qualcuno la sentì dire «Per me sarà Westminster Abbey!»: si stava già coltivando il branco di giornalisti regali. Fu infatti la stampa, che lei aveva sedotto e poi l’avrebbe distrutta, che spinse un incerto Principe Carlo, sconsigliato dai suoi amici, a sposare questa icona dell’era dell’immagine - aiutato dalle sue dichiarazioni di come adorasse andare a pescare nella pioggia scozzese e sentire la musica classica. 

Per il giornalista, e a lungo confidente di Diana, James Whitaker, «La “favola d’amore" era stata in realtà un atto calcolato da due persone che credevano entrambe di sapere quel che volevano e cercarono di ottenerlo senza considerare le conseguenze a lungo temine. Quando la coppia annunciò il suo fidanzamento, nel febbraio 1981, Carlo aveva creduto, per una decina d’anni, di aver trovato la sua anima gemella in Camilla Parker Bowles. Lo sapeva anche Diana ma andò avanti lo stesso con il suo progetto. Lui aveva bisogno di qualcuna adatta a partorire un futuro Re, lei voleva disperatamente essere Principessa di Galles. «Non ho mai avuto troppa fiducia in me stesso» lamentava il Principe Carlo. La Principessa Diana pativa la stessa mancanza di autostima. Entrambi cercavano di vivere all’altezza delle aspettative dei mass media e il risultato per entrambi era quello di oscillare tra il credere nella propria autopubblicità e la depressione clinica.

Diana, la ragazza che aveva due volte fallito al diploma liceale e il cui unico lavoro era stato quella di assistente in un asilo nido, aveva capito anche prima del matrimonio che il lavoro di un’apprendista Regina era quello di passare il tempo a incontrare e cenare con Presidenti, Ambasciatori, politici e capitani d’industria. Ma rifiutava persino di leggere i promemoria scritti per lei su quali fossero le nazioni di provenienza dei ministri, di quale area fossero responsabili o cosa facessero le diverse società: si ritirava invece in lunghi silenzi catatonici e corse bulimiche al gabinetto per vomitare. La mancanza di vitamine aumentava la sua depressione e il suo cattivo carattere, che si esprimeva in sfuriate al suo staff e a quello di Carlo. 

Per placare le sue rabbie irrazionali Carlo era pronto a rinunciare alla caccia e a dar via i suoi magnifici fucili Purdey e soprattutto il suo “miglior amico dell’uomo”, il cane Harvey, oltre a cercarle uno psichiatra per i tentativi di suicidio. In effetti la Principessa Diana aveva una seria depressione clinica e soffriva di quello che lo psichiatra americano Adolf Stern nel 1938 definì «Sindrome da Personalità Borderline», caratterizzata dalla scarsa autostima dei pazienti e difficoltà a sostenere relazioni con uno «schema pervasivo d’ instabilità di umore, rapporti interpersonali e identità che compare con l’ingresso nell’età adulta». La Regina, non tollerante verso l’ipotesi di una malattia mentale o fisica, pensava che la causa delle difficoltà nel matrimonio dei principi di Galles fosse la bulimia di Diana. Il suo stesso matrimonio non era stato rose e fiori né lei si aspettava che lo fosse. C’era davvero una reciproca incomprensione insuperabile tra l’etica del dovere in tempo di guerra e la nuova generazione-io dell’era Thatcher, dove gli obblighi pubblici diventavano privati e i doveri sociali venivano allentati.


Nel 1986 anche Carlo iniziò a soffrire di depressione clinica, non tanto per l’infedeltà di sua moglie con il capitano James Hewitt, ma per il fatto di vivere con una virago che sembrava determinata a distruggerlo come istituzione oltre che come uomo. Fu a questo punto che i suoi amici insistettero perché rivedesse Camilla e si tirasse un po’ su. Diana aveva legami consolatori plurimi ma dopo il divorzio sarebbe stato Hasnat «Natty» Khan a insegnarle cosa significa «senso del dovere». Voleva disperatamente sposare questo medico cardiologo anglopachistano, ma lui non avrebbe mai sposato una cristiana divorziata. Carlo lo avrebbe poi invitato al funerale.


La reazione di Diana fu quella di cercare di ingelosire Hasnat attraverso il legame con un uomo, Dodi Fayed, inadatto per la dignità della sua posizione sociale almeno quanto lo era stata Mrs Simpson per Edoardo VIII. La piccola colpa di non mettere la cintura di sicurezza la uccise. Ma la sua colpa maggiore era stata quella di legarsi al figlio di un truffatore le cui accuse assurde hanno minacciato la vita del capo di stato da parte di musulmani estremisti.

Diana è stata fortunata a diventare una leggenda vivente prima che l’autoindulgenza emotiva diventasse fuori moda, in un’Inghilterra che oggi si riconosce molto più in Elisabetta che in Diana.

Certo è che l'amata Diana ha 'svecchiato' la Monarchia in molti modi. È stata la principessa delle prime volte: delle prime gonne sopra il ginocchio, dei pantaloni in pubblico (prima ammessi solo in occasione della caccia d'autunno), dei primi jeans, delle prime uscite senza cappellino, delle prime vacanze 'in solitaria', delle prime gite al parco divertimenti con i figli, delle prime effusioni in pubblico. Ma soprattutto è stata la prima cui la Regina Elisabetta si è inchinata. Peccato fosse troppo tardi.

Diana resta ancora oggi il membro più amato della Royal Family. E Kate Middleton e tante altre aspiranti regine dovrebbe ringraziarla per averle spianato la strada.