Elvis Presley

Stampa


di LAURA FANO

40 anni dopo la morte “The King” è con noi


Era il 16 agosto del 1977 quando, all’età di 42 anni, "Elvis left the building".

Lasciava la sua faraonica tenuta di Graceland, oggi trasformata in un mausoleo, il Re del rock and roll, all’anagrafe Elvis Aaron Presley.

L’ultimo brano che eseguì al pianoforte, alle 4:30 del mattino, fu Blue Eyes Crying In The Rain, l’ultimo libro sfogliato A scientific search for the face of Jesus. Lo portò con sé in bagno, dove, quattro ore dopo, venne ritrovato agonizzante dalla sua compagna Ginger Alden. Trasportato al Baptist Memorial Hospital, venne dichiarato morto alle 15. Causa ufficiale: arresto cardiaco.

Da tempo era scomparso dal radar. Sul palco balbettava e biascicava le parole delle canzoni sino a renderle incomprensibili; lo sguardo spento, i movimenti confusi. Obeso, inebetito dai farmaci e dagli eccessi, lo si applaudiva per quel che era stato, lo si compativa per quel che era.

«La morte di Elvis Presley priva il nostro Paese di una parte di sé stesso. Egli era unico e irripetibile. Più di venti anni fa, irruppe sulle scene in un modo che è stato senza precedenti e che forse non sarà mai eguagliato. La sua musica e la sua personalità, fondendo il country bianco e il nero rhythm and blues, hanno cambiato permanentemente la  faccia della cultura popolare americana», queste le parole scelte per lui dall’allora presidente degli Stati Uniti d’America Jimmy Carter. Del resto, come amava dire un ragazzo che nel tentativo di imitarlo conquistò il mondo, tale  John Lennon, «prima di Elvis c’era il nulla». Affermazione condivisibile, se consideriamo l’impatto rivoluzionario che Presley esercitò sulla cultura musicale, sulla società e anche sull’economia.

Quarant'anni dopo, il mito torna ad essere tale. Tutti hanno dimenticato l’Elvis devastato da alcol e barbiturici ed è rimasto l’Elvis meraviglioso, bello come i ribelli sanno essere. Cantava come un nero e gli bastava muovere il bacino per far svenire mezzo mondo.

Era nato in un’ umile baracca da Gladys e Vernon, e di talento ne aveva da vendere. Per uno di quei colpi di fortuna che segnano la storia della musica, a notarlo fu proprio la segretaria di quel negozietto, non le dispiacque il modo di cantare dell’adolescente Presley e lo segnalò al suo capo che, altro colpo di fortuna, era il leggendario Sam Phillips, capo dell’etichetta Sun, il quale un giorno ebbe la felice e celeberrima intuizione: "Cerco un bianco che canta come un nero". Elvis si presentò in studio il 6 luglio del 1954, immaturo, impreparato, con un sacco di sbagli, indecisioni, ma a poco a poco la rivoluzione prese forma. Si intitolava That’s alright mama e Sam Phillips aveva trovato il suo ragazzo bianco che cantava come un nero.


I suoi trucchi vocali, i vocalizzi ritmati, erano tutto sommato demodé, li aveva imparati alla scuola del gospel e dalle radio di Memphis, ma per incanto diventano una miccia per il nuovo corso. Phillips portò il disco a una radio locale che all’inizio non voleva trasmetterlo perché proponeva solo roba nera. Poi si convinse e i centralini andarono in tilt: a fine luglio il primo concerto e le ragazzine già urlavano. Elvis non capiva. Dovette spiegarglielo Scotty Moore, il suo chitarrista: "È per via della gamba, per come la muovi". Altra lezione che Elvis memorizzò immediatamente.

Continuò a incidere singoli e a espandere il suo successo che aveva ancora dimensioni territoriali. I dischi non decollavano perché molte radio bianche lo trovano troppo nero e le radio nere troppo bianco. Ma era il suo segreto e la sua forza. Elvis cominciò ad assaporarla sempre di più col pubblico, si atteggiava come una sorta di nuovo Rodolfo Valentino, sognando di diventare un idolo del cinema; comincia a sviluppare nei concerti la sua attitudine selvaggia e sexy e le donne vanno sempre più in visibilio quando lo vedono.

La sua mimica è il primo mattone del rock, nelle sue movenze c’è già tutto quello che si svilupperà negli anni a venire, nei concerti rock. Nel tour del 1955 accadono scene di isteria, piccoli tumulti e questo è molto interessante perché Elvis non era ancora conosciuto a livello nazionale, quindi non c’era nessuna copertura dei media. Era un fenomeno spontaneo e immediato: finché incontrò un personaggio destinato anche lui a diventare un archetipo, il manager, il famigerato Colonnello Parker, esperto di elefanti e luna-park. Tom Parker capisce bene quale miniera d’oro gli si sia presentata davanti.

Nel frattempo Elvis stava sempre più diventando un idolo locale, grazie ai concerti, ma i dischi vendevano ancora pochissimo e per questo, malgrado la sua formidabile intuizione iniziale, Sam Phillips vendette Elvis per un pugno di dollari alla Rca. L’11 gennaio 1956 viene organizzata la prima seduta con la Rca. Incide I got a woman e poi Heartbreak Hotel che esce in febbraio e trionfa, per la prima volta nella storia, in tutte e tre le classifiche: country, rhythm and blues e pop. Il crossover del rock&roll si era compiuto. E ancora di più si definì con le prime scandalose, contestate, censurate apparizioni televisive, anche perché Elvis non bastava ascoltarlo.

Per capire fino in fondo la sua rivoluzione bisognava vederlo, bisognava vedere quel volto ambiguo, allo stesso tempo maschile e femminile, bisogna vedere il suo corpo che scattava come se fosse percorso da una scossa elettrica. Quado arrivarono Don’t be cruelLove me tender, l’ultimo pezzo che mancava, ovvero la grande prateria del pop, fu sua. Non c’erano più limiti, il mito di Elvis attraversò il pianeta. La faccia di Elvis, languida ma anche oltraggiosa, lo aveva palesemente reso un idolo erotico, un peccatore dal volto d’angelo, chiamato 'Elvis the Pelvis' per il modo in cui muoveva le anche. Quando finalmente arrivò all’Ed Sullivan Show, il 5 settembre 1956, a guardarlo furono 53 milioni di spettatori.

Recita in 29 film, a partire proprio da Love me tender che fu reintitolato così proprio grazie a Elvis. Elvis, però, non era poi così semplice: in lui convivevano in modo tumultuoso un'anima da peccatore e ribelle, e una da figlio di mamma, rispettoso e in fondo un po’ reazionario, tant’è che quando a dicembre del 1957 arrivò la chiamata alle armi, Elvis accettò di buon grado, anzi ne approfittò per spandere in giro l’immagine del bravo ragazzo, obbediente e patriottico. Per molti Elvis è finito lì o - per meglio dire - lì è finito l’Elvis rivoluzionario, quello che aveva inventato un nuovo modo di pensare la musica, che aveva unito fisicità e pensiero, che aveva portato nel mainstream la selvaggia libertà sessuale della musica afroamericana. Dopo ci fu solo il Re, stracolmo di onori e successi, l’eroe di Las Vegas, il monarca sempre più solo, l’isolamento della reggia di Graceland circondato dalla cosiddetta Memphis mafia, il Re che morì ancora giovanissimo, a 42 anni, riempito di medicine, di oblio, di oscure fantasie, di ricordi sempre più appannati e che ha lasciato in eredità al rock una corona che ancora luccica come una stella nel firmamento.

Sulla sua morte tante leggende: dalla firma-autografo sul certificato di morte, il nome errato sulla lapide, la cicatrice inesistente di cui si parla nell’autopsia. Poi la rosa e il biglietto acquistati con i suoi pseudonimi segreti, il giorno dopo il decesso, perché si può sparire dagli occhi, ma non dal cuore di milioni di fan.

Quantant’anni senza «The King»: la cifra è tonda e si presta a celebrazioni clamorose, da un capo all’altro del pianeta.


Anche l’Italia dice la propria in tema di festeggiamenti. A Senigallia si è da poco conclusa la mostra «Elvis Presley Museum» allestita in collaborazione con Graceland. Cimeli presleyiani anche a Napoli dove, dal 2 al 30 settembre, al Pan si svolgerà la settima edizione della mostra «Rock!». Per gli amanti del genere, dal 10 al 15 ottobre parte dal Teatro nuovo di Milano il tour di «Elvis The Musical» diretto da Maurizio Colombi, spettacolo che poi farà tappa a Sanremo (Teatro Ariston il 27 ottobre), Torino (Teatro Alfieri dal 7 al 12 novembre), Roma (Teatro Brancaccio dal 6 all’11 marzo 2018), e poi Bari, Varese, Lugano, Como e altre venue fino all’estate 2018.