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Storie e storiacce di nera/ L'omicidio del magistrato Pietro Scaglione, il primo passo verso Capaci

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di PIERDOMENICO CORTE RUGGIERO

Capaci, 23 maggio 1992. Un luogo e una data simbolo. Il tremendo attentato che uccide Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta. Uno schiaffo allo Stato e all'opinione pubblica. Un bagliore che ha aperto molti occhi, che non vedevano il fenomeno mafioso. La mafia con ferocia e arroganza imbottisce di esplosivo un tratto autostradale.

 

Mostra tutta la sua potenza militare. Molti sono stati i servitori dello Stato uccisi dalla mafia. Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Paolo Borsellino, solo per citarne alcuni. Eppure Capaci è il simbolo della lotta alla mafia. Il seme che, morendo, fa nascere una nuova stagione dell'antimafia. Il percorso che porta alla strage di Capaci, è un percorso che inizia molti anni prima. Nel 1971. Precisamente nel maggio 1971. Il 5 maggio, viene ucciso Pietro Scaglione, Procuratore capo della Repubblica di Palermo. Un nome che, a molti, non dice nulla. Eppure è con il suo omicidio che inizia quella strategia mafiosa, che porterà all'attentato di Capaci. Scaglione è un magistrato di grande esperienza e di grande spessore umano, dato il suo impegno per l'assistenza ai detenuti. Aveva indagato sulla banda di Salvatore Giuliano, aveva sostenuto l'accusa contro gli assassini del sindacalista Salvatore Carnevale. Nel 1962 viene nominato Procuratore capo della Procura di Palermo. Scaglione era convinto che la mafia avesse forti legami con la politica. Seguendo questa linea inquisì diversi politici locali e nazionali. L'azione congiunta dell'ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo guidato da Cesare Terranova e della Procura della Repubblica guidata da Scaglione, assesta duri colpi alle organizzazioni mafiose. Nel 1963, Scaglione indaga sulla strage di Ciaculli. La mafia sta cambiando, diventando più imprenditoriale e più militare. Un cambiamento violento, perché l'ala più “moderata“ guidata da Gaetano Badalamenti, si scontra con la fazione più spregiudicata guidata da Liggio e Riina. La strage di Viale Lazio a Palermo nel 1969, è uno degli episodi più sanguinosi di questa guerra tra fazioni mafiose. Il 16 settembre 1970 scompare il giornalista Mauro De Mauro. Un mistero mai risolto, che si intreccia con la morte di Enrico Mattei e con il golpe Borghese. Scaglione si trova, quindi, ad indagare sulla strage di Viale Lazio, sulla scomparsa di De Mauro, sui legami tra mafia e politica. Poi c'è quella tela nera che nel 1970 lega la mafia e gli estremisti di destra del golpe Borghese. Pietro Scaglione è uno che le indagini sa farle bene, questo per la mafia è un problema, un pericolo. Un problema che viene risolto con il piombo. La mattina del 5 maggio 1971, Scaglione è in macchina con il suo autista Antonio Lorusso, rientra dal cimitero dove aveva fatto visita alla tomba della moglie. Degli assassini, rimasti senza nome, bloccano l'auto di Scaglione, uccidendo lui e il suo autista. Non basta uccidere Pietro Scaglione, si tenta di sporcare la sua memoria. Accusandolo di aver favorito la latitanza di Liggio. Ovviamente sono falsità, Scaglione è un magistrato onesto e vittima della mafia. Questa è la strategia mafiosa, la vittima viene prima isolata, poi uccisa, e alla fine si tenta di distruggerne la memoria per evitare che possa lasciare la sua eredità morale. Molte vittime della mafia sono morte in solitudine, per colpa di una opinione pubblica distratta e istituzioni latitanti. Come Paolo Borsellino, vittima designata della mafia, lasciato morire senza le più elementari misure di sicurezza e senza assegnargli il più alto incarico di coordinamento delle indagini antimafia. Ecco perché è necessario ricordare Pietro Scaglione, ed è necessario farlo anche quando non ci sono ricorrenze. La lotta alle mafie deve essere quotidiana, l'attenzione dell'opinione pubblica deve essere massima, sempre. Per evitare quanto accaduto a Foggia, ci siamo accorti del forte fenomeno mafioso, solo dopo la strage e passato il clamore c' è il rischio che venga dimenticato. Per evitarlo facciamoci guidare dalla parole di Paolo Borsellino “La lotta alla mafia dev'essere innanzitutto un movimento culturale che ci abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Foto tratta da sito www.famigliacristiana.it