Il SudEst

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Il tempo delle mele

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di LAURA FANO

Riscoprirsi adolescenti dopo gli “anta”

 

 

Negli anni confusi delle scuole medie ero una ragazzotta non dissimile dai tanti adolescenti di oggi. Volevo piacere e pensavo di non esserne capace. Erano i tempi dell’età ingrata o, come diceva la nonna, quella della stupidera. Per un periodo fui perdutamente innamorata di un compagno di scuola, per la verità, nonostante gli occhi azzurri, piuttosto bruttarello, che andava in giro con il motorino truccato.

Devo a questo deviante e acerbo fidanzatino i primi languori che si trasformarono presto in nera disperazione quando un bel giorno lo vidi avviluppato a una giunonica di terza A. A nulla valsero i mille amorevoli modi familiari per sublimare i miei tormenti e le mie frustrazioni.

In un’ epoca in cui tablet e smartphone non avevano ancora fatto capolino nelle nostre vite, consentendoci di dare libero sfogo ai nostri pensieri quotidiani, l’unica via di fuga per i disagi esistenziali era il cinema: lì, al buoi sgranocchiando popcorn e tirando su col naso,  insieme alle mie amiche, una volta a settimana, davo sfogo a fragorose risate o a catartici e liberatori pianti.

Diventammo esperte di pellicole adolescenziali sentimentali: Laguna Blu, Paradise, Una spina nel cuore, e ovviamente Il tempo delle Mele 1, seguito da Il tempo delle mele 2. Una volta a settimana, per un paio d’ore, ci regalavamo il superpotere di immedesimarci nelle protagoniste dei film (e questo era ancor più vero per me che all’epoca, a detta dei miei amici, assomigliavo molto a Sophie Marceau) e immaginarci altrove, tra le braccia di un aitante Pierre Cosso o perse nello sguardo di Anthony Delon.

E’ passato qualche decennio da quei mitici anni ’80, ma l’ipnotica colonna sonora de Il tempo delle mele, saldamente in vetta alle classifiche ai miei tempi, è ancora capace di mietere le sue vittime.

A tiralo fuori dal baule dei ricordi, mio figlio che muove passi incerti nel territorio impervio e incantato dei primi amori.  Affronta con coraggio le insidie dei suoi tredici anni e ogni tanto scorgo sguardi languidi e persi non so dove; quindi indovino palpitazioni, cerco introvabili risposte a vitali interrogativi. E ripercorro il mio passato attraverso il suo presente che gira vorticosamente su un 45’ rispolverato nella casa del mare.

Sono bastati pochi minuti di quel disco per farmi tornare a quegli anni di struggimenti e malinconie, seguiti per fortuna da tempi migliori di brividi e prime volte e dalla scoperta che la felicità amorosa non ha alcuna correlazione con la misura del reggiseno o un paio di occhi chiari.

Ho lo stesso amore da anni. Circondata da coppie che si frantumano, conosco l’inestimabile valore della longevità, pur ignorandone la ricetta. Amo la mia consuetudine, la telepatia, la complicità fatta di sguardi incrociati e parole non dette, la conoscenza reciproca di testa, cuore e pancia.

Conosco gente all’eterna ricerca del principe azzurro, capace di far palpitare il cuore anche di chi adolescente non lo è più da tempo. E penso a mio figlio e alla sua euforia inquieta, la stessa dei miei diari di ragazzina, nella memoria dei miei anni di liceo, negli esordi palpitanti del grande e attuale amore della mia vita. Lo ricordo meraviglioso e sfibrante, travolgente e perfido. Mi manza un po’? Mentirei se dicessi di no.

Un consiglio per chi ha perso smalto con la vita coniugale: riguardate il film cult del 1980, aiuterà a riscoprirvi romantici.