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Terrorismo in Europa: io non ho paura

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di LAURA FANO

Negli ultimi anni gli attentati terroristici hanno subito un esponenziale aumento, creando diffidenza e paura nelle persone.

 

Non si è più sicuri nemmeno a passeggiare tra le vie della propria città, figuriamoci se poi parliamo di viaggi all’estero.

La mia destinazione era Londra. Voli aerei e hotel prenotati con largo anticipo, prima dei recenti attentati. Mia madre ha tentato in tutti i modi di dissuadermi dall’idea di partire, non tanto per me quanto perché avevo deciso di trascinare un bambino innocente in una delle capitali europee considerate ad alto rischio attentati.

Dopo gli atti terroristici, specie quelli degli ultimi mesi, la paura è entrata a fare parte della nostra quotidianità e il livello di tensione è ancora molto alto. Il terrorismo è diventato il nuovo “uomo nero”, un mostro senza identità, senza volto, né gambe, né braccia, che ci colpisce nella nostra quotidianità, capace di spaventarci.

Si è insinuato fino a diventare un buco nero che ci divora di paura e terrore.


E proprio  perché si è insinuato così profondamente, radicalmente, ci fa ancor più paura. Ormai è parte integrante della nostra malata quotidianità, una costante presenza oscura al nostro fianco.

Certo, devo ammetterlo: parlando da mamma e viaggiatrice, ciò che mi spaventava maggiormente all’idea di partire comunque per Londra non era la mia incolumità, bensì quella di mio figlio.

Oggigiorno viaggiare significa correre un rischio… e quel rischio farlo correre a chi ci sta affianco. E in questo caso, la posta in gioco era decisamente alta: un ragazzino di appena tredici anni, per giunta influenzato dalla nonna fifona.

La grandi città non sono più sicure. Le capitali europee sono costantemente bersagliate. Basti pensare proprio a Londra che ha subito ben tre attacchi in tre mesi. Una percentuale davvero alta tanto da far desistere diversi viaggiatori e presidi di scuole dall’intraprendere un viaggio in questa località.


E se il viaggio si prenota lo stesso, la paura è comunque palpabile, a cominciare dal volo aereo, nel mio caso con un atterraggio rocambolesco.

Dubbi per la propria incolumità e, come dicevamo, anche e soprattutto per chi viaggia con noi.

L'intensificarsi degli attentati ci intimorisce in modo così intenso e profondo da portare alcuni di noi a modificare, talvolta anche sostanzialmente, le proprie abitudini di vita, adottando, spesso anche inconsciamente, misure prudenziali o mutando almeno in parte comportamenti consolidati.

I giovani risultano, forse comprensibilmente, più «coraggiosi» e meno spaventati dalla minaccia terroristica. Ciò accade in misura ancora più accentuata per gli studenti. Chi è più anziano (vedi la mia mamma), appare più spaventato. Io, per il momento, sto nel mezzo…

Insomma, per molti il timore di essere coinvolto in atti terroristici comporta una rinuncia alla socialità diffusa e alla partecipazione collettiva. I recenti fatti, però, dimostrano che non esiste un Paese a rischio zero per quanto riguarda la minaccia terroristica e che ogni luogo di ogni città può diventare il bersaglio. Tutti gli elementi della quotidianità diventano potenzialmente pericolosi, il bar sotto casa dove abitualmente faccio colazione, il locale alla moda dove prendo l’aperitivo con gli amici, il supermercato sotto casa.

Se prima il rischio era legato a determinati luoghi, come ad esempio un aeroporto o l’ambasciata, oggi non ci sono più target privilegiati. Il livello di ansia è così alto che qualsiasi piccolo evento, come ad esempio un sacco della spazzatura abbandonato, può generare allarme e comportamenti di fuga. Questo stato d’animo di tensione cronica e di allerta impegna molte delle nostre risorse personali ed è per questo che siamo vulnerabili al più piccolo imprevisto vissuto poi come un’emergenza.

Purtroppo non sappiamo quando tutto questo passerà, né se mai passerà. L’allarmismo è una fase naturale dopo un evento traumatico. Il nostro cervello è “facilitato” nel ricordare gli avvenimenti più recenti e di questi tempi è difficile sentire un petardo che scoppia e non pensare a un colpo di fucile.

Dopo i diversi attentati che hanno colpito l’Europa, resta alto il sentimento di sgomento e paura. I governi reagiscono innalzando il livello di allerta e militarizzando le nostre citta, ottenendo però il risultato di aumentare la sensazione d’imminente pericolo. Fiutare il pericolo è qualcosa che abbiamo disimparato. Oggi però siamo chiamati a guardarci intorno, a essere curiosi anche di chi si aggira intorno a noi in metro o in aeroporto.

Non dobbiamo avere paura di avere paura, ma cercare di abbassare il livello di tensione. Dobbiamo farlo non solo per noi, ma soprattutto per i nostri figli che dovranno abituarsi all’idea di viaggiare anche per lavoro. Un conto è la sana preoccupazione, un altro è invalidare tutta la propria vita a fronte di ciò che è successo, rimanendo incastrati in pensieri negativi. Se viaggiavamo, continuiamo a viaggiare. Se andavamo ai concerti, continuiamo ad andarci. L’obiettivo dei terroristi è proprio quello di far crollare le nostre certezze. E poi, detto francamente: il destino e destino. Posso scegliere di non volare a Londra per paura di morire i un attentato, ma non posso scegliere di morire perché un balordo ubriaco si schianta contro la mia auto su una provinciale a due passi da casa mia.

E siccome, almeno per questa volta, le mie certezze non sono crollate ho deciso di salire comunque su un aereo diretto a Londra, con tanto di pargolo al seguito e passeggiare a metà mattina sul ponte di Westminister per raggiungere il London Eye dove la vita scorre «business as usual» come il Tamigi.

Sotto sotto il Big Ben si va avanti come se nulla fosse. Un gruppetto di turisti si stringe in cerchio, sotto l’occhio vigile di Churchill, attorno a un musicista di strada con il kilt e la cornamusa e insieme cantano «Let It Be». Lascia che sia.

La miglior riposta al terrorismo è la normalità. Lo slogan «We are not afraid» spunta ovunque. Scritto con i pennarelli sulle lavagne informative nelle fermate della metropolitana. Disegnato con gessetti colorati sul pavimento di Trafalgar Square. Condiviso come immagine sui social network.

Poco dopo l’una del pomeriggio se ne vanno le nuvole. Le cabine trasparenti del London Eye iniziano a girare e riflettono i primi raggi di sole. Ai semafori i pedoni britannici si distinguono dai turisti stranieri perché continuano a passare col rosso, e noi ci accodiamo. Qui l’atmosfera non è quella del post-attentato. Sembra quasi che ci sia stato «solo» un brutto incidente stradale. È il coraggio della normalità che prende il sopravvento. O forse solo la forza della rassegnazione.

Al British Museum c’è la fila per entrare. Al St James’s Park le coppiette camminano mano nella mano e i bambini giocano con le anatre. Le metropolitane brulicano di persone frettolose e al Coven Garden è un susseguirsi di artisti di strada che si esibiscono davanti a turisti rilassati davanti a una birra fresca o intenti a fare shopping al Jubilee Market.

Nel tardo pomeriggio Piccadilly inizia a riempirsi di gente. Il London Eye fa gli ultimi giri, il musicista col cappello bianco è ancora lì. Gli studenti in attesa del proprio turno sulla ruota panoramica sono cambiati, la canzone è sempre la stessa. «And when the broken-hearted people / Living in the world agree / There will be an answer / Let it be».