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"La legalità in USA: potere, non giustizia"

di ROSAMARIA FUMAROLA

L'America continua ad essere un paese razzista. Lo dimostrano la morte di Floyd e quelle di tanti altri afroamericani che, da quando ho memoria non si sono mai fermate. Ai tempi  del liceo non riuscivo a credere alle immagini che provenivano ora da questo ora da quello stato americano, in cui regolarmente un agente di polizia si accaniva contro cittadini di colore, fino in molti casi a provocarne la morte e la punizione di quanti ne prendessero le difese. Come me mio padre. Mi dicevo che ormai tutti sapevamo come i neri fossero arrivati in America e per tutti intendevo proprio TUTTI, visto che pur non essendo ancora  un mondo globalizzato da internet in tv si poteva assistere a serie come "Radici" che non lasciavano alcuno spazio a dubbi circa la tratta degli schiavi operata dai bianchi e grazie anche ai  libri di storia delle scuole di ogni ordine e grado, che largo spazio lasciavano alla descrizione del fenomeno, sul quale il giudizio di condanna pareva essere sempre unanime. Alla maggioranza degli italiani appariva pacifico che non vi potesse essere tra gli uomini distinzione alcuna di razza, come sancito dalla nostra stessa Costituzione. D'altra parte sul suolo italico il numero degli uomini di colore era in termini di percentuale rispetto all'intera popolazione praticamente inesistente ed il problema rimaneva dunque un fatto astratto e pertanto non immaginabile né valutabile quanto alla sua complessità. Nonostante ciò non mi capacitavo del fatto che al mondo potessero esserci ancora individui che mettessero in discussione l'uguaglianza tra gli uomini.

In questi giorni stiamo tutti osservando quanto negli Stati Uniti  accade in risposta all'omicidio Floyd: le rappresaglie, le manifestazioni pacifiche, gli errori delle amministrazioni locali, i proclami di Trump, che non so ancora se definire presidente, a prescindere dal giudizio che si dia quanto al suo operato, vista l'assoluta eccentricità del personaggio. È ovvio infatti che dati i tempi, in un'era cioè globalizzata, i modi della politica dovessero cambiare per intercettare il consenso e Trump ha incarnato questo cambiamento.

A prescindere da ciò le immagini che ci giungono dall'America parlano un linguaggio diverso da quello del razzismo e dell'antirazzismo della fine del secolo scorso: gli americani ci sembrano sempre più simili a noi di quanto prima non ci apparissero. Saranno ancora il popolo più ricco del globo ma la ricchezza appare mal distribuita esattamente quanto nel resto del mondo. Per questa ed altre ragioni anche culturali non si guarda più a questo paese come al faro di civiltà che sembrava essere alla fine del secondo conflitto mondiale. Uso il verbo "sembrare" perché in effetti le scelte politiche che  operava all'epoca si ispiravano al capitalismo ed al consumismo più sfrenati e dunque più che parlare degli americani come i migliori al mondo sarebbe stato più corretto sottolineare che erano stati i primi al mondo ad adottare certe strategie, che però non sembravano porsi il problema del fatto che le risorse non sono mai illimitate e ciò che andava bene in un mondo in cui Francia ed Italia ad esempio erano per svariate ragioni diverse, un giorno non avrebbe più funzionato. La globalizzazione ha imposto attraverso il principio banale dei vasi comunicanti un livellamento tra gli stati da un punto di vista economico e culturale prima inimmaginabile, sebbene esistano delle peculiarità che attengono alla storia di ciascuno stato e che continuano ovviamente a permanere. E così, guardando i filmati che provengono in questi giorni dall'America si vedono sfrecciare giovani in monopattino come accade anche nelle strade delle nostre città, vestiti con gli stessi abiti di marchi acquistabili  ormai in ogni parte del mondo. Certo la violenza perpetrata dalle forze dell'ordine contro gli afroamericani ha connotazioni peculiari che la differenziano da ogni altra, ma a mio modo di vedere questo potrebbe essere interpretato come il sintomo diverso di un male uguale però in gran parte del mondo e che con la razza ha un legame solo apparente. Questo male attiene infatti più al reddito pro capite dei cittadini che al loro colore della pelle. I neri riempiono le carceri americane ed i condannati a morte sono quasi sempre di colore, non per ragioni razziali ma economiche e questo scontro è lo stesso al quale stiamo assistendo in Europa e nel nostro paese, dove siamo stati tutti antirazzisti fino a quando qualcuno non ci ha fatto credere che gli immigrati si stavano arricchendo a nostre spese, sottraendo le poche risorse a noi destinate e creando la famosa guerra tra poveri che a tutti fa comodo fuorché appunto ai poveri.

Anche noi dunque abbiamo reagito come gli americani, nei confronti dei quali ci piaceva vantare in fatto di razzismo una superiorità morale che alla prova dei fatti si è sciolta come neve al sole. Vi sono cose peculiari, che attengono alla storia specifica di un paese, il rapporto dialettico tra poteri ad esempio ed altre, la maggior parte, che invece riguardano ogni essere umano, che di fronte alle minacce reagisce sempre nel medesimo modo. Al primo gruppo appartengono le leggi, che nel caso degli Stati Uniti sono molto diverse dalle nostre e permettono ciò che da noi sarebbe incostituzionale. Le disposizioni normative esprimono la storia e la cultura specifiche di un paese ed è per questo che possono risultare diversissime da popolo a popolo. La storia americana è giovane, molto lontana da quella della vecchia Europa, da cui comunque nasce. È probabile che tale diversità venga nell'imminente stemperata a causa di un' organizzazione mondiale sempre più globalizzata, tuttavia oggi convivono in ciascuno stato elementi di peculiarità ed altri di perfetta similarità con gli altri.

Il nostro paese non ha una tradizione razzista semplicemente perché non si è confrontato con neri, ispanici etc. come invece gli americani che, non va dimenticato, hanno comunque saputo esprimere anche il primo presidente americano di colore e dunque ciò ci testimonia sì la presenza del razzismo ma anche della risposta democratica ad esso.

Per quanto ci riguarda molti di noi  scoprono  oggi che dovendo scegliere tra un italiano ed un immigrato chi aiutare preferirebbero che il tozzo di pane andasse ai propri connazionali. Sulla base di cosa? Del sentirsi parte di un popolo e non dell'umanità e qui la questione delle risorse economiche e della loro pessima distribuzione svolge quel ruolo effettivamente dirimente che taluni attribuiscono, sbagliando, al colore della pelle. Sarebbe auspicabile che i meccanismi di strumentalizzazione dell'opinione pubblica fossero noti a quest'ultima, che il più delle volte li ignora per tante ragioni  rispetto alle quali  talvolta è responsabile ed altre volte no. Una responsabilità certa è invece quella politica dei tanti demagoghi che in ogni parte del mondo spingono gli umori delle masse in una direzione piuttosto che in un'altra, sfruttandone l'assenza di spirito critico e favorendo quell'ignoranza che da sempre sta alla base del mantenimento del potere di alcuni gruppi a scapito di altri, in difesa delle risorse economiche che gestiscono. A tal proposito converrà in conclusione  ricordare e tenere sempre a  mente la frase pronunciata da Cassius Clay: "È dura essere negro. A me è capitato una sola volta, quando ero povero",  insegnandola ai bambini, affinché abbiano sin da subito chiara una legge della storia che, tra infinite variabili, dimostra sempre la sua autentica, granitica, inamovibile veridicità.

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