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Caccia all'untore dalla pelle scura

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di LAVINIA ORLANDO

Lo scontro in atto in questi ultimi giorni nell'ambito della gestione relativa ai migranti vede, da una parte, il sacrosanto esigere un rispetto delle regole reso ancora più pressante alla luce di mesi e mesi di limitazioni di ogni tipo e, dall'altra, le rimostranze dei migranti che ritengono che le restrizioni imposte possano determinare un definitivo affossamento alla luce di un'esistenza già di per sé estremamente problematica.


Nel mezzo, come al solito, troviamo i noti sciacalli, che sembrano quasi auspicare, pure se in silenzio, un incremento delle tensioni, convinti che un'escalation di questo tipo determinerebbe l'aumento dei consensi a loro beneficio.

Al di là della ripresa degli sbarchi, uno dei problemi maggiori si sta verificando con riferimento alle diverse rivolte in atto all'interno dei centri di accoglienza, motivate da differenti ragioni a seconda della tipologia di migranti in essi accolti. Ci sono i richiedenti asilo di medio corso, che si ritrovano costretti ad affrontare una quarantena di almeno due settimane in caso di positività accertata al Covid-19 all'interno dei centri in cui si trovano. In questo caso, oltre alla maggiore probabilità di contrarre la malattia a causa della permanenza forzata in luoghi sovraffollati ed in condizioni igieniche non propriamente ottimali, si aggiunge il timore di perdere un lavoro che è, quasi sempre, assolutamente precario, oltre che del tutto privo di tutele ed ammortizzatori. C'è poi l'ulteriore filone che riguarda coloro che stanno approdando in Italia in queste ultime settimane e che, temendo rimpatri celeri, cercano di scappare subito dopo l'arrivo nel nostro Paese.

Nonostante la categoria “migranti” sia tra le più controllate con riferimento al rischio coronavirus – di sicuro maggiormente rispetto ai tanti altri stranieri che entrano e si muovono liberamente in Italia ed ai tanti italiani che, totalmente asintomatici ma comunque positivi al virus, continuano a condurre una normalissima esistenza –  la caccia all'untore scuro di pelle è ripresa, ovviamente capitanata da chi fonda la propria esistenza politica sull'esistenza stessa del fenomeno migratorio.

Capita, così, di riprendere a leggere frasi di una gravità inaudita, spiattellate sui social network come se nulla fosse, con la stessa leggerezza con cui, sempre sulle medesime piattaforme, si porgono gli auguri per un anniversario di matrimonio o un compleanno.

“Non preoccupatevi, stiamo organizzando gli squadroni della morte e in giro di due giorni riportiamo la normalità” e, ancora, “quattro taniche di benzina e si accende il forno crematorio, così non rompono più”. Trattasi delle frasi prodotte su Facebook dal responsabile della Protezione Civile del Comune di Grado con riferimento alle proteste scoppiate nell'ex caserma Cavarzerani di Udine, che ora ospita circa 400 migranti – ben oltre il limite massimo che la struttura potrebbe accogliere – costretti ad una prolungata quarantena, in spazi estremamente risicati e con i timori sopra esposti, a causa della presenza di alcuni ospiti positivi al Covid-19.

“Noi sappiamo solo assistere i stranieri e i nostri non li aiutiamo” è un'altra delle argomentazioni presentate, in un italiano alquanto claudicante, dal “signore” in questione che, dopo essersi reso conto degli effetti determinati dalle sue affermazioni e dopo aver appreso dell'intenzione del Sindaco del Comune di Grado di sospenderlo dal ruolo di coordinatore della locale Protezione Civile, ha chiesto scusa del suo delirio (“...chi mi conosce sa che non la penso così e che è stato uno sfogo”).

L'auspicio è che il Sindaco resti fermo nell'asserito proposito, poiché è inammissibile che il buon nome di un'istituzione come la Protezione Civile sia sporcato da affermazioni di tale gravità, oltre a non essere più accettabile tollerare affermazioni pregne di autentiche istigazioni all'odio razziale, che restano sistematicamente impunite.

Permane, tuttavia, il problema di fondo di una parte della politica che prosegue, per pure ragioni di convenienza elettorale, a gettare benzina sul fuoco, fomentando il facile malcontento di chi cerca qualcuno o qualcosa contro cui scagliarsi per trovare il fondamento della propria insoddisfazione.