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Quell'insana voglia di violare le regole

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di LAVINIA ORLANDO

Quando la necessità di aggrapparsi a qualsiasi pretesto pur di risalire la china prende il sopravvento, è allora che si commettono i maggiori errori.


Se questa massima vale in generale per qualsivoglia ambito di vita, essa risulta essere ancora più dirompente in politica.

Non ci sono altre ragioni per spiegare il comportamento, a dir poco sconsiderato, del leader dell'opposizione Matteo Salvini che, da massimo esponente della cultura del rispetto delle regole, dell'ordine e della pulizia, si è ora trasformato nel più convinto tra gli anarchici.

Che poi la pedissequa ortodossia legalitaria fosse da sempre declinata a senso unico nei confronti di categorie ben precise (solitamente minoranze) è quasi inutile precisarlo, dal momento che, al contempo, la Lega ed il suo leader hanno sempre predicato il massimo garantismo rispetto alle vicende che riguardano potentati a loro vicini (si guardi uno fra tutti, Silvio Berlusconi). Le regole, quindi, continuano a valere solo per le principali vittime della propaganda salviniana, tra cui spiccano i soliti migranti, spariti dai radar leghisti per un po' di mesi, ma tornati prepotentemente in auge da qualche settimana e da Salvini descritti quali terribili untori. Quanto, tuttavia, tale rappresentazione si componga con la contestuale affermazione propria della medesima macchina dell'odio leghista, che indica il rischio coronavirus come oramai superato, è un mistero difficilmente sbrogliabile.

Trattasi di una tra le tante contraddizioni di cui Salvini si fa artefice senza minimamente preoccuparsi dell'esempio negativo che scaturisce dalle sue affermazioni e, soprattutto, dai suoi gesti.

Questo perché, migranti a parte, la nuova bestia nera del leader leghista è l'emergenza da coronavirus, che per l'ex vice Premier sarebbe oramai superata. Rispetto a tale concetto, Salvini ha assunto una serie di comportamenti seguendo un climax ascendente che ha raggiunto l'apice - per ora, poiché c'è da aspettarsi di tutto - con quanto accaduto durante un approfondimento sul Covid-19 tenutosi nella sala della biblioteca del Senato, alla presenza, solo per citare i più noti, di Vittorio Sgarbi, Andrea Bocelli e Sabino Cassese, tutti concordi nell'affermare che la pandemia sarebbe terminata, il virus sarebbe scomparso e che il governo avrebbe cavalcato, se non artatamente creato, una situazione di terrore per limitare le libertà costituzionalmente garantite.

A tale rendez vous non poteva di certo mancare Matteo Salvini, che non ha risparmiato la solita esibizione, rifiutandosi, nonostante l'invito di un commesso, di indossare la mascherina, che peraltro non portava con sé, e ribadendo il concetto anche dopo che qualcuno del suo staff si è preoccupato di procurargliene una. Menefreghismo, disprezzo per le regole, convinzione di poter violare le norme sulla base delle proprie personalissime convinzioni sono i vergognosi messaggi veicolati attraverso tale comportamento, aggravati dal fatto che non risulta che l'onorevole leghista sia stato in qualche modo sanzionato.

Al di là delle incertezze iniziali, l'obbligo di indossare la mascherina nei luoghi chiusi è uno dei messaggi più chiari che i vari provvedimenti nazionali hanno ribadito nel corso dei mesi, gesto che, peraltro, non si comprende quale grossissima limitazione della libertà personale comporti.

Ciononostante, Salvini, come sempre, adotta la strategia che parrebbe essere la più proficua sotto il profilo elettorale: se una parte dei cittadini manifesta insofferenza rispetto a determinate situazioni, egli decide di farsene portavoce, tentando anche di incrementare la portata di tale malcontento, nell'auspicio di rafforzare il proprio consenso, senza preoccuparsi minimamente del fatto che tale atteggiamento possa risultare disumano (come nel caso delle tante vicende inerenti i migranti) o contra legem, oltre che pericoloso sotto il profilo della tutela della salute (come nel caso del coronavirus).

Salvini continua, così, a rappresentare l'idea di una mala politica che prosegue ad atteggiarsi secondo l'esatto contrario di ciò che dovrebbe fare: invece che fornire il buon esempio, ricercare spasmodicamente il consenso calpestando tutto ciò che possa impedire il raggiungimento di tale risultato.