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In memoria dei tanti femminicidi

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di LAVINIA ORLANDO

Partiamo, per una volta, dalla triste cronaca. Un uomo, un padre di famiglia ed un lavoratore, che aveva da poco superato i cinquantanni, ha praticamente sterminato parte della sua famiglia, ammazzando, nella notte, moglie e due figlie, prima di uccidere se stesso, risparmiando il solo figlio maggiore, in quel momento fuori Regione per lavoro.


Si tratta di una tragedia tanto terribilmente simile a molte altre vicende “di sangue familiare” narrate dalle cronache, quanto inevitabilmente peculiare, fermo restando che sussistono ancora molti dubbi su dinamica e motivazioni, per chiarire le quali chi di competenza è ancora al lavoro.

Ciò che lascia sgomenti, vicenda in sé a parte, è la facilità con cui soggetti terzi cavalchino la drammaticità della storia per porre all'attenzione del grande pubblico questioni certamente importanti, ma, almeno per il momento, del tutto avulse dal fatto.

È il caso delle quantomeno curiose dichiarazioni rilasciate, in maniera oltremodo avventata, da esponenti del Sindacato Polizia Penitenziaria, interessati alla questione poiché l'omicida – suicida svolgeva la professione di assistente capo presso il carcere di Foggia.

Spiccano, tra tutte, le parole pronunciate dal segretario generale dell'organizzazione, Aldo Di Giacomo che, senza neanche attendere l'esito delle indagini, ha immediatamente ricollegato l'accadimento alla “forte condizione di stress” cui sono sottoposti gli agenti di Polizia Penitenziaria “in relazione ad aspetti organizzativi, quali turni ed orari, soprattutto notturni, ai carichi di lavoro, al difficile rapporto con i detenuti (specie se malati o se mafiosi-terroristi, stranieri), alle condizioni scadenti in cui versano le strutture ed i mezzi”. Nel rivendicare l'esigenza di “aiuto psicologico per il personale penitenziario” e nel rammentare la presenza, all'interno degli istituti, di “due detenuti su tre malati” (Hiv, tubercolosi, epatite B e C), il Segretario ha altresì preteso che le istituzioni competenti “investano nella prevenzione della salute fisica e mentale del personale come dei detenuti”.

Questo ed altri interventi similari, rilasciati da diversi esponenti del Sindacato in questione, pure abbastanza condivisibili nel merito, risultano del tutto fuori luogo, se non addirittura pericolosi, quando accostati a vicende come quella di cui si è narrato.

Se, con riferimento ai tanti femminicidi avvenuti nel corso degli ultimi anni, le organizzazioni sindacali di appartenenza di ciascuno degli uomini artefici dei delitti avessero addotto quale ragione attenuante, se non addirittura esimente, le difficili condizioni di lavoro in cui si trovava ad operare l'uxoricida, nessuno avrebbe sollevato il problema dell'incremento dei femminicidi ed in pochi si sarebbero interrogati sulle ragioni, soprattutto culturali, che li generano.

Che le condizioni delle carceri italiane siano in molti casi problematiche è circostanza nota e valevole tanto per chi ci lavora quanto per chi sia stato condannato a viverci per espiare le pene comminate, ma questo non giustifica la commissione di delitti da parte dei poliziotti penitenziari, così come non sarebbe scusato un bracciante agricolo, che si ritrovi a prestare manodopera nelle condizioni climatiche più estreme, dal freddo pungente al caldo afoso, per ore ed ore, sovente sottopagato, analogamente ad un operatore socio sanitario, dipendente di una cooperativa che lo retribuisca con notevole ritardo ed assegnandogli mansioni che lo pongano in costante contatto con persone affette da patologie di vario tipo, nello stesso modo di un assistente sociale, che ha sempre a che fare con un'utenza a vario modo problematica, se non, talvolta, pericolosa.

Ciascuna professione reca con sé rischi di cui chi decide di svolgerla dovrebbe essere a conoscenza e carenze per cui le singole categorie professionali sono assolutamente tenute a lottare, senza, tuttavia, che le difficili, pericolose, poco salubri (e via dicendo) condizioni di lavoro possano fungere da alibi rispetto alla commissione di reati motivati da ben altro substrato culturale, che è quello, oramai noto, che fa della supremazia maschile un mantra che va sì scrostandosi, seguendo, tuttavia, un processo estremamente lento, di certo non aiutato dalle sortite, in questa situazione di sindacati, guarda caso presieduti da uomini, assolutamente non all'altezza del ruolo ricoperto.