Il SudEst

Saturday
Jun 06th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Politica Politica Il Vaticano e il delitto Matteotti

Il Vaticano e il delitto Matteotti

Email Stampa PDF

di MARIO GIANFRATE

Nei suoi scritti sul fascismo, Gaetano Salvemini traccia con una lucida analisi – in particolare, in Mussolini diplomatico, ed. Loversa, 1952 – il sostanziale appoggio del Vaticano alla legge Acerbo, imposta dal Duce per vincere le elezioni del ’24 e, di riflesso, il sostegno a Mussolini in tutta la fase successiva all’assassinio di Giacomo Matteotti, contribuendo efficacemente a impedire il crollo del fascismo, in piena crisi per il delitto del deputato e segretario del Partito Socialista Unitario.

Matteotti ha chiara l’opinione sul fascismo: esclude aprioristicamente ogni possibilità non solo di collaborazione ma finanche di confronto avendo egli individuato nel partito di Mussolini le potenzialità eversive, prefigurando un regime tirannico che avrebbe eliminato ogni posizione di dissenso servendosi, senza scrupoli, anche della violenza e della soppressione fisica degli avversari.

In tale ottica, Filippo Turati, prestigioso leader dei socialisti riformisti, tesse un progetto – che trova una sponda in don Luigi Sturzo – teso a realizzare un rapporto di alleanza strategica tra socialisti e popolari, con l’obiettivo di mettere in minoranza il fascismo e impedire la sua trasformazione in Stato.

Giacomo Matteotti, com’è noto, fu rapito e ucciso il 10 giugno del 1924, dagli squadristi della Ceka, una sorta di polizia segreta alle dirette dipendenze del Ministero degli Interni e, quindi di Mussolini che aveva tenuto per sé la responsabilità del dicastero,  capeggiati da Amerigo Dumini, il giorno prima, cioè, di una nuova seduta parlamentare nella quale il deputato socialista si apprestava a denunciare gli intrecci tra politica e affarismo, un giro di “mazzette” legate, soprattutto ma non solo, al petrolio, che vedevano invischiati esponenti di primo piano del fascismo, tra cui lo stesso Benito Mussolini. Destinatari delle “mazzette” - che lo studioso Mauro Canali quantifica in 30 milioni – erano infatti il fratello de Duce, Arnaldo, direttore del quotidiano fascista Il Popolo d’Italia, e Vittorio Emanuele III.

Nella seduta del 30 maggio, Matteotti, in un memorabile discorso, aveva accusato Mussolini e il fascismo di aver vinto le elezioni attraverso la violenza e i brogli. Una seduta drammatica nella quale la palude fascista aveva tentato con ogni mezzo – interruzioni, minacce e tentativi di aggressioni fisiche – di impedire a Matteotti di parlare e che la sua voce fosse coperta, senza riuscirvi, dagli insulti e dalle grida forsennate delle camicie nere.

Progetto – l’incontro tra socialisti e cattolici - che viene da subito ostacolato dal Vaticano, attraverso gli attacchi a più riprese a don Sturzo – che è il segretario del Partito Popolare – fino a delegittimarlo e a obbligarlo, dopo l’assassinio di Matteotti, ad abbandonare l’Italia. In questa circostanza – nel settembre del ’24 – è il papa Pio XI a intervenire in prima persona ammonendo i cattolici che tra socialisti e popolari sussisteva una inconciliabilità totale e, quindi, vietava ogni forma di collaborazione tra i due partiti.

La scesa diretta in campo del Pontefice, supportata dal cardinale Gasparri, avviene nel momento in cui il fascismo e Mussolini sono al centro dello sdegno popolare e in una evidente situazione di precarietà perché le indagini in corso sulla morte del deputato socialista indicano immediatamente in Mussolini il mandante morale dell’assassinio – ma il giudice istruttore, Mauro Del Giudice lo considera anche responsabile penale -.

L’intervento di Pio XI si rivelerà, quindi, decisivo per la sorte di Mussolini e del fascismo. D’altra parte, la posizione della Chiesa rispetto al delitto Matteotti è ambigua e fuorviante: nei giorni truci in cui si compie il barbaro assassinio, essa viene espressa in due articoli successivi pubblicati dall’Osservatore Romano del 25 giugno, quindici giorni dopo il delitto, nel quale si chiede al Governo fascista di porre termine alla violenza in atto nel Paese – una condanna generica e che contrappone alla violenza fascista una violenza “rossa” – asettica nei confronti dello stesso delitto che sembra non interessare al Vaticano, ma che diventa pretesto di durissima condanna di coloro che, all’interno del mondo cattolico propendono per una intesa con i socialisti in funzione antifascista.

Dello stesso tenore l’articolo di Civiltà Cattolica – entrambi gli articoli nel saggio del gesuita  Giovanni Sale, Fascismo e Vaticano prima della Conciliazione – ispirato su indicazione del Pontefice dal Cardinal Gasparri, che a sua volta condanna la “delinquenza politica” ma esclude aprioristicamente alleanze innaturali che avrebbero portato a “sostituire al cattivo o pericoloso il peggiore o rovinoso”, richiamando i cattolici al dovere dell’obbedienza. In sostanza il fascismo è considerato il male minore da cui ne deriva la necessità impellente di bloccare ogni ipotesi di intesa tra i cattolici del partito popolare e i socialisti.

Una posizione quella del Vaticano, in un momento cruciale della vita della Nazione, che unitamente all’indegno atteggiamento della Monarchia, di estrema gravità e responsabilità in quanto avrebbe potuto evitare al Paese vent’anni di dominio fascista, la soppressione delle libertà democratiche e la tragedia di una guerra insulsa e distruttrice.