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Home Politica Politica "La memoria e la sua parola come esercizio del diritto di essere liberi"

"La memoria e la sua parola come esercizio del diritto di essere liberi"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

 

L'essere umano è tra gli esseri viventi indiscutibilmente il più potente.

 

La sua è una potenza ovviamente non fisica, ma da intendersi come capacità di penetrazione e dominio delle cose attraverso l'intelletto e nonostante per secoli si sia voluto considerare padrone assoluto anche della natura, ammette oggi di essere assoggettato alle sue regole, di essere un microcosmo all'interno di un macrocosmo e di doversi prendere cura tanto dell'uno quanto dell'altro. Non ha dunque creato né il primo né il secondo ed il suo potere si estrinseca nel servirsi di ciò che già esiste per propri fini, in genere per ottenerne profitto. Dalla natura è sconfitto più di una volta ed in vari modi, ma la sua sconfitta maggiore consiste nell'essere incapace di fermare il tempo e dunque di sottrarsi alla morte. La natura non sempre gli appare come amica, benché l'uomo abbia dimostrato di essere capace di difendersi da essa e di sapersene spesso servire. Pertanto, da un lato non si contano le nuove scoperte scientifiche che ogni giorno gli consentono di sconfiggere un numero sempre maggiore di malattie, dall'altro è impossibile non ricordare le parole di Giacomo Leopardi "O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor, perché di tanto inganni i figli tuoi?" intendendo con ciò il tradimento da parte della natura delle aspettative di felicità dell'uomo, da cui la famosa espressione "Natura matrigna" anziché appunto "madre".

Un atteggiamento vincente che l'uomo può porre in essere per subire quanto meno possibile il rigore del macrocosmo a cui appartiene è non opporsi, ma cercare invece di adeguarvisi, poiché da qualunque battaglia ingaggi con arroganza nei confronti della natura, uscirà prima o poi amaramente sconfitto. Quanti siano incapaci di adattarsi al suo continuo fluire sono perdenti e di conseguenza lo sono anche nei confronti della società, all'interno della quale vincenti risultano sempre coloro i quali siano in grado di adattarsi alle circostanze.

L'essere umano è comunque sommamente capace di creare sistemi le cui regole sia solo lui a fissare e nei quali risulti essere signore, padrone assoluto, opponendo in tal modo all'attivita` creatrice della natura la sua e svariati sono gli artisti che considerano la propria attività come antitetica a quella naturale, in opposizione ad essa, anche quando tale facoltà in diverse epoche si sia estrinsecata nell'imitazione della natura (nella Grecia antica e durante il Rinascimento, ad esempio). Esistono quindi svariati modi attraverso cui l'uomo ruba alla natura terreno. Quando si serve dell'arte è obbligato a fare appello ad un' imprescindibile risorsa, quella della memoria. Creare prevede infatti un suo uso quasi esclusivo, come ha ampliamente sottolineato Proust in letteratura. Freud ci ha insegnato come la memoria ed il suo recupero possano svolgere un ruolo fondamentale non solo in arte. Chiunque, che conosca o meno tanto Proust quanto Freud, si sarà reso ampliamente conto del fatto  che l'identità umana si formi tramite la memoria e che l'individuo senza di essa non può vivere (le devastanti conseguenze del morbo di Alzheimer appartengono direttamente o indirettamente all'esperienza di tutti).

Dunque, diremmo per la proprietà transitiva dell'uguaglianza, l'arte è strumento alternativo alla natura e la memoria, di cui l'arte si serve, in extrema ratio lo è a sua volta, almeno nel suo uso.

Quando da studentessa, mi imbattevo in testi poetici che sottolineavano come fosse  bello post mortem continuare a vivere nel ricordo degli altri, pensavo che si trattasse di una magra consolazione alla quale ambire, ai miei occhi addirittura di scarso se non nullo interesse. Mi era ancora ignoto il procedere da un lato  per sottrazione e dall'altro per arricchimento (solo culturale) dell'esistenza e dunque ero convinta che per ben altro l'uomo dovesse combattere. Oggi so che si fanno i conti solo con ciò che la vita decide di lasciarci e che ad un certo punto si può disporre di molto poco, senza che si possa fare nulla per cambiare le cose. È a questo punto però che ci si accorge, almeno nella maggior parte dei casi e quando una malattia non lo impedisca, di essere dotati di una incredibile risorsa: quella di ricordare ciò che siamo, ciò che abbiamo fatto, anche di ciò di cui siamo stati solo passivi spettatori; perché siamo stati infatti testimoni di ciò che la natura è attraverso la vita. Non è improbabile che tutti gli esseri viventi siano dotati di tale consapevolezza, ma solo l'uomo, attraverso la parola è in grado di trasmetterla.

È forse inevitabile che la maggior parte di noi si annoi di fronte ai racconti delle persone anziane, eppure quei ricordi sono tutto ciò che la vita ha lasciato loro di importante e che dunque di tutto quegli uomini hanno bisogno fuorché che si ignori o peggio, si dileggi quelle memorie. Nessuno, tranne qualche rara eccezione, riprenderà un giovane annoiato di fronte ai racconti di un ormai anziano parente, perché si ritiene sia giusto che segua la forza della propria giovinezza finché ce l'ha e forse è giusto così. Tuttavia sarebbe necessario si fosse talvolta, anche da giovani, consapevoli di esseri sì strumenti di qualcosa di più grande, ma di dovere proprio per questo offrire il proprio contributo di uomini al tempo che ci è dato di vivere. Sarebbe necessario essere consapevoli che la memoria è la sola forma di resistenza di cui disponiamo, certo un'arma spuntata, ma cosa ne sarebbe di noi se Tucidide non avesse ritenuto opportuno trasmettere la propria esperienza delle cose? Se lo stesso avesse fatto Bernard Shaw o Dante o gli autori ancora ignoti dell'Iliade e dell'Odissea? Perché una cosa è certa, tanto che si consideri le facoltà umane al servizio assoluto della natura, quanto un loro uso in opposizione, benché da essa sempre e comunque partorite: abbiamo bisogno del racconto degli altri ed ovviamente della interpretazione della vita di chi ci ha preceduto. Questo non ci salva, né ci garantisce l'immortalità (ammesso che la vita di ciascuno, per come è vissuta la meriti, cosa questa che potrebbe rivelarsi più che un bel dono una punizione, forse la peggiore che si possa immaginare). L'esercizio della facoltà di parola per trasmettere ciò di cui siamo a conoscenza a qualunque titolo è la prima forma di libertà alla quale ambire; senza di essa nessun'altra forma ed esercizio di libertà esiste e se la parola è cultura non vi potrà essere esperienza, per quanto limitata, di liberazione dalle catene, senza la sua trasmissione.