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Il vuoto morale degli orfanelli di Manduria

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di DALE ZACCARIA

 

Per anni il branco degli adolescenti ha terrorizzato il pensionato Antonio Stano

 

 


Attorno solo un vuoto morale, sociale, culturale, di famiglie, scuola e istituzioni

Manduria -  Un centro di 31 mila abitanti in provincia di Taranto, dominio dell’Impero Romano prima, distrutta dai Saraceni poi, acquisisce il titolo di città nel 1895 con Umberto I re d'Italia.  E’ in questa cittadina pugliese, di stradine strette e corte, tra chiese in stile neoclassico e barocco che si consuma una storia crudele ai danni di un uomo di 66 anni: «Da sempre sono oggetto di scherno e a volte di aggressione da parte di ignoti. Questi a volte vengono sia di sera sia di notte e predono a calci il portone di casa mia rivolgendomi insulti. Ricordo che circa un mese fa dopo mezzanotte sono entrati dentro casa. Ricordo che quando sono entrati in casa erano cinque o sei o impugnavano delle mazze con le quali mi hanno più volte picchiato sulle mani, sui fianchi, sul ventre e sul ginocchio. Ricordo che in quell’occasione hanno buttato a terra un sacco di cose in casa, tra cui un televisore che mi hanno rotto. Infine mi hanno rubato 300 euro e sono scappati via».

Queste le parole di Antonio Stano nella sua denuncia, forse arrivata troppo tardi, come afferma lui: «sono senza forze, dovevo denunciarli prima ma avevo paura».

Un uomo lasciato solo in balia di un branco di adolescenti, sei minorenni e due maggiorenni, oggi agli arresti e rinchiusi nel carcere minorile “Fornelli” di Bari. A nulla sono servite le segnalazioni e gli esposti dei vicini alle forze dell’ordine. Ben 7 residenti di via San Gregorio Magno, la stessa strada dove viveva il 66enne, e  don Dario, il parroco della chiesa davanti all'abitazione della vittima avevano presentato un esposto al Commissariato di Manduria.

Il branco, stile Arancia Meccanica, ha continuato a lungo a vessare, picchiare, insultare, terrorizzare, Antonio Cosimo Stano. Gli orfanelli, questo il nome che utilizzavano nella loro chat di gruppo, un nome che va già ad indicare quel vuoto, quell’assenza delle famiglie, di regole, controllo ed educazione, che forse sta alla base, di una deriva morale e sociale di questi giovani.

Un episodio che veramente deve farci riflettere su come il fallimento sia collettivo. Un gruppo di ragazzini a cui è stato permesso di uccidere, ancor prima di agire tortura e violenza, in un’anarchia sociale e istituzionale, dove molti sapevano, ma nessuno è intervenuto, e se si è intervenuti, è stato sicuramente troppo tardi. Normalizzare la violenza, il male, è altamente pericoloso. Abituarsi alla violenza e al male, come quasi fosse un fatto naturale, non prevenirla, non punirla, questa è la grossa responsabilità di questa vicenda.

A monte di questo terribile fatto di cronaca, bisogna interrogarsi sul ruolo delle famiglie e dei genitori, sul ruolo della scuola e degli educatori, sul ruolo di una società intera, immersa costantemente, a partire dai mass media e dalla tv, in un bombardamento di crimini ed efferatezze. Il sadismo, l’irresponsabilità, con cui questi adolescenti hanno perpetrato le loro violenze, filmandole e commentandole, è equivalente alle stesse irresponsabilità degli adulti, che sia nel piccolo, che nel grande, non producono, e non hanno prodotto, esempi costruttivi, positivi, per le nuove generazioni,  in un vuoto morale, che non è solo della cittadina di Manduria, ma di uno stato intero, l’Italia, e ancor prima di un mondo, dove il messaggio che si fa passare è che si è vincenti se si sopraffà l’altro. Ma in questa malattia contemporanea della sopraffazione, la verità è che siamo tutti perdenti.  Perché  prevaricare l’altro è solo un atto che indica un fallimento, frutto di un’aridità di spirito e di sentimenti, una coscienza e una legge morale mai nata, prima di tutto dentro di sé.

 


* fonte foto www.psicologi-italiani.it


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