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“A che serve il poeta?"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

“Se un borghese chiedesse un po' di poeta arrosto, non ci si stupirebbe molto, sembrerebbe cosa naturalissima”.

 

Così Charles Baudelaire ne “Il mio cuore messo a nudo “, mirabilmente descriveva la condizione del poeta nella Francia a lui contemporanea.

Ma chi è il poeta? Il poeta appartiene sempre ad una minoranza e non decide o sceglie di esserlo: ne prende atto ed in questa sua presa di coscienza comprende di essere bravo a fare qualcosa che non interessa quasi a nessuno, che quasi a nessuno potrà vendere e che dunque nella nostra società non potrà sedersi nelle prime file, ma accomodarsi solo nelle ultime, lasciate libere perché non interessano appunto a nessuno.

Imparerà presto che non sarà mai chiamato a ricoprire gli importanti incarichi pubblici che il potere politico gli avrebbe affidato nell'antica Grecia oppure a Roma: il potere politico non ha più bisogno della sua modesta cassa di risonanza, poiché dispone di altri strumenti e ben più potenti per assicurarsi la propaganda necessaria all'ottenimento del consenso ed alla conservazione del suo potere.

Il poeta nonostante ciò, non può decidere di essere altro da ciò che è, perché non è partorito dalla società ma dalla natura e la poesia non si estingue con il mutare dei tempi, delle società, delle civiltà.

Non salendo mai sul carro del vincitore, il poeta può, godendo della distanza necessaria, ben descriverlo ed è per questo che, senza volerlo, svolge un ruolo essenziale per quanti siedono sul carro: la descrizione dei limiti e la registrazione delle menzogne propagandate come verità da chi è potente e tale desidera mantenersi. Niente infatti è più prezioso per il vincitore di colui il quale lo mette in guardia dai pericoli che egli stesso ha creato e che peraltro, non è nemmeno nel suo libro paga ed a cui dunque, nulla deve. .

In questa sua resistenza titanica il poeta è però il solo capace di ricordarci cosa siamo, il solo a proferire parole di miele immezzo ad un doloroso caos di rumori metallici ed è per questo che bisogna prestargli ascolto anche quando parla antichi o strani idiomi che non riusciamo a decifrare.

Ovviamente non tutti coloro i quali alludono a sé come a poeti lo sono, se è vero quanto osservava Benedetto Croce e cioè che fino ai diciotto anni tutti scrivono poesie e che dopo possano continuare a farlo solo due categorie di persone: i poeti ed i cretini e che i cretini sono senz'altro una maggioranza e non sempre innocua.

Dunque, in questo momento, se fossimo sani, dovremmo prestare ascolto al monito dei poeti e non considerarli più come dei folli visionari, incapaci di guadagnarsi il pane con un lavoro “normale”. I poeti narrano infatti una storia eterna di cui facciamo parte, con suoni che rassicurano ed accolgono la nostra umanità. Ma allora, per essere felici non ci resta che seguire la strada che essi  ci indicano? No, sarà sufficiente che, accanto a tutte le voci che riempiono le nostre giornate, impariamo a riconoscere ed ascoltare anche quella dei poeti e della poesia, che forse non dant panem, ma che possono offrirci una speranza in più per l'esistenza.

 

 

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