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“La memoria bruciata dello scrittore”

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di ROSAMARIA FUMAROLA

La storia della letteratura ci ha abituato a definizioni della scrittura necessariamente contraddittorie l'una rispetto alle altre, in ragione della diversità dei contesti storici che in essa riflettono le proprie istanze e dell'unicità della personalità di ciascuno scrittore che in quel contesto si trova a vivere.


Ammetto che, tra le tante, la lezione di Marcel Proust sul ruolo essenziale svolto dalla memoria nell’arte, rimane per me insuperata e che mi ritrovo ancora a riflettere ed a navigare tra le sue” acque”, acque scure come sono sempre le profondità dell'animo umano.

Un contributo altrettanto insuperabile sul ruolo della memoria nella scrittura è quello dato da Italo Calvino in tempi più recenti ed è proprio da una sua riflessione che vorrei partire per affrontare il discorso su ciò che l’arte (che pure sino almeno da Saffo, si propone di salvare la vita) non riesce a trattenere e dunque a salvare.

In chiusura alla prefazione di un libro di Calvino si legge infatti:”Un libro scritto non mi consolerà mai di ciò che ho distrutto scrivendolo”.

Esiste pertanto una responsabilità della scrittura che viene molto prima della ben più nota responsabilità civile da molti richiesta ad un autore, ma che è in qualche modo civile anch'essa ed è quella che riguarda la fedeltà dello scrittore alla propria memoria dei fatti, o meglio alla memoria dell'esperienza che ne ha avuta. Se la scrittura è testimonianza, così come in tribunale al teste viene richiesto un racconto fedele a come i fatti si siano svolti, allo stesso modo lo scrittore esige da sé una testimonianza il più possibile conforme alla memoria degli accadimenti che vuole narrare.

Uno scrittore si consuma soprattutto in quest’impegno, in assenza del quale egli stesso in quanto tale non esisterebbe.

Tuttavia quest’impegno implica non solo la consapevolezza di intraprendere un'impresa ardua per la difficoltà che in sé ha, ma anche un'altra e cioè quella della scelta tra le immagini che nella memoria aveva immagazzinato.

Sartre aveva già sottolineato la responsabilità della scelta che grava continuamente su qualsiasi uomo, tale responsabilità riguarda ovviamente anche lo scrittore e non solo dunque nel decidere dove impegnarsi e come spendersi fuori di sé, ma anche nella selezione da operare necessariamente dentro di sé, tra le cose da esprimere e quelle da lasciare mute dietro il sipario.

Per rispondere ad un'esigenza di espressione che Baudelaire si spinse (e non senza ragione) a chiamare “prostituzione”, lo scrittore impone una gerarchia arbitraria tra i propri ricordi, costruendo una memoria più “degna” dell'altra ed in quest'operazione finisce inevitabilmente per preferire qualcosa, per far perdere a quanto scrive la ricchezza della memoria che ne aveva.

Così l'esperienza, che è l’imprescindibile ricchezza dello scrittore, muore non appena questi le dà forma in un'opera letteraria, a seguito della violenza, della ferita infertagli privandola di talune sue parti. Ciò che invece l'autore sceglierà di portare alla luce, diventerà una fissa definizione di sé, un sé, al contrario, sempre sfumato ed indefinito, che a sua volta verrà a far parte dell'esperienza e che lo condizionerà inesorabilmente, limitandone la libertà futura (e non è poi escluso che i ricordi salvati entrino prima o poi in polemica con quelli sacrificati!).

Un'opera letteraria porta dietro di sé dunque anche una sconfitta, che si traduce nel dubbio perenne che quell’opera parziale che il suo autore ha scritto, poteva essere evitata, se avesse avuto la pazienza di aspettare, se non avesse avuto l'esigenza di spendere i suoi ricordi, in attesa di un tempo nel quale scrivere una sola opera, quella “totale”, la prima e l'ultima, nella quale non ci sarebbe stato più posto per immagini mute, lasciate a morire dietro un sipario.