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Palermo, 19 ottobre 1944, la rivolta del pane

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di MARIO GIANFRATE

Palermo, 19 ottobre 1944, davanti a Palazzo Comitini, sede della Prefettura.

 

La piazza è gremita da una fiumana di gente in tumulto.

Protesta per le drammatiche di condizioni di vita dovute alla guerra che ha devastato la città e dall’aumento vertiginoso dei prezzi. Un chilo di pane, quando lo si riesce a trovare, costa 3,40 lire. La folla che straripa in ogni angolo, invoca “pane e lavoro”. Sotto una pioggia battente, gli organizzatori dello sciopero chiedono di essere ricevuti dal rappresentante del Governo, Paolo D’Antoni, ma il portone del palazzo resta inesorabilmente sbarrato.

L’atteggiamento di ottusa chiusura assunto da Prefetto inasprisce gli animi: alcuni facinorosi, muniti di bastoni, cominciano a battere contro le saracinesche abbassate dei negozi.

Palermo, qualche minuto dopo. Dai “Quattro Canti” spuntano due camion carichi di soldati del 139° fanteria. Una cinquantina, quasi tutti sardi, inviati sul luogo della sommossa, dal comandante della Caserma “Ciro Scianna” ubicata in Corso Calatafimi. L’arrivo dei militari è accolto con qualche fischio e urla. Giunti davanti al palazzo e fatti scendere i militari dal camion, senza spiegazioni e con una condotta criminale, il sottotenente Calogero Lo Sardo   fa puntare sulla folla i moschetti 91 di cui sono armati i soldati e ordina il fuoco. Sulla strada insanguinata restano a terra i corpi senza vita di ventiquattro morti, in prevalenza ragazzi. Una strage. I feriti ammontano, invece, a 158.

Sugli avvenimenti calerà il silenzio. Nel clima di ritrovata “solidarietà nazionale” era necessario mettere le cose a tacere; la stessa commissione d’inchiesta, nella quale erano presenti i rappresentanti di tutte le forze politiche, cesserà immediatamente di indagare, condizionata da profondi contrasti e da convenienze di partito.

Il processo intentato contro gli autori materiale dell’eccidio si celebra presso il Tribunale Militare di Taranto e vede imputati il sottotenente Lo Sardo, tre ufficiali e diciassette soldati. Si concluderà, dopo solo due giorni di dibattimento, con la “ironica” condanna degli imputati, con sentenza del 22 febbraio 1947, a pene lievi per “eccesso colposo per legittima difesa” ma non si darà luogo a procedere contro di essi, essendo tutti i delitti “estinti da amnistia”.

Cosa debba intendersi per “legittima difesa” non è stato mai chiarito: Giovanni Pala, uno dei soldati all’epoca presente ai fatti, dichiarerà anni dopo: “Quando arrivammo in Via Maqueda vidi che non era in corso nessun assalto. Tutto accadde in pochi istanti. I soldati che erano in testa al convoglio cominciarono a sparare ad altezza d’uomo e a scagliare le bombe. Fu il terrore, una scena davvero bestiale”.


Foto: Famiglia Cristiana