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Un soldino per i tuoi pensieri

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di MICHELANGELA BARBA

In questo giorni di caldo torrido sarebbe bello fare progetti di vacanze estive, dedicarsi ad attività rilassanti e rinfrescanti, lasciare andare i pensieri e magari aprire un buon libro.



In questi giorni, a scuole finite, in cui ci si prepara a rallentare, per i volontari di Ebano l'attività è frenetica e a volte prevale il senso di frustrazione e sconforto.

Perdiamo delle ragazze, a volte.

Le perdiamo nel senso che vengono uccise nel corpo oppure le perdiamo perché muoiono nello spirito e decidono di non lottare più. Decidono che non vale la pena soffrire il dolore che dà la verità, che notoriamente rende infelici prima di rendere liberi, decidono di stare dove sono, di fare a qualcun’altra ciò che è stato fatto a loro e lasciarsi vivere così.

Decidono.

È una specie di black out della mente, un momento di tensione insopportabile che porta a chiudere tutte le porte del cambiamento (almeno per un po').

E regolarmente arriva il pappone di turno a dire: non avete vinto

E ancor più regolarmente arriva qualche psicologa a dire: la sua scelta…

Che dire? Non c'è nessun premio da vincere o perdere e non c'è  nessuna consolazione nel constatare che qualcuno a cui vuoi bene, qualcuno di cui hai avuto cura non riesce ad avere pari stima e cura di sé.

Non c'è pace nell’intuire il dolore altrui senza poterlo nominare nell'impotenza più completa.

No, non ci sentiamo sconfitti- dovremmo rispondere al pappone- non era un esercizio di potere come il tuo. Ci sentiamo tristi, come fanno le persone dotate di quell'empatia che mai avrai.

Sì È una sua scelta- rispondiamo alla psicologa – ma questo non ci rende meno tristi, questo non cambia ciò che vive la ragazza in questione. Nemmeno di una virgola.

Viene naturale, questo sì,  chiedersi se e dove si è sbagliato qualcosa.

Viene naturale provare rabbia ma una rabbia diffusa , verso l'ingiustizia, la profonda ingiustizia che c'è dietro ogni lieto fine negato. Almeno per un po'.

Perché “addio" e “basta” sono parole che n on fanno parte del nostro vocabolario.

La nostra porta sarà aperta sempre e in qualche modo faremo. Ci sarà uno spiraglio.

E fino a quando mancherà anche solo una ragazza non ci fermeremo.

#finoallafine scriviamo sui social oppure “O tutte o nessuna".

Diremmo volentieri anche “Non una di meno" ma ahimè senza sciarpina fucsia pare non si possa.

E niente, non c'è nessuna notizia di cronaca da commentare.

La notizia è un annuncio tra tanti annunci, comparsi sugli appositi siti che parla di una delle nostre ragazze. Non di Lei-lei ovviamente.

Non di come l'abbiamo conosciuta, del suo sogno di diventare mamma, del suo affetto per i fratelli.

Parla di una donna “trasgressiva, decisa e passionale" da “toccare, gustare, provare" e nelle foto riconosciamo il tatuaggio fatto insieme alle amiche, l'anello di bigiotteria comprato quel tale giorno, i capelli sempre troppo fragili…E quel copro di servizio, che per noi è attaccato a una testa e parte integrante di una persona, a una persona cara, ecco, diventa osceno.

Non osceno per la sessualità esibita.

Osceno per l'umanità negata.

Come lo sono i cadaveri sui campi di battaglia.

Lasciateci tristi, questa settimana, poco attenti al mondo e agli eventi.

Questo non evento, talmente banale, talmente frequente,  talmente accettato nella percezione sociale, lascia la morte nel cuore e una cappa di tristezza che pare infinita.  Più infinita di un'estate quando è torrida.

Niente altro da dire, se non convincersi o costringersi ad andare avanti, oggi come ieri come domani.

La prossimità non è indifferenza. Non è svalutazione ipocrita delle differenze da una all'altra scelta. Non è nascondersi dietro la foglia di fico della volontà altrui.

La prossimità è- anche – la capacità di restare anche quando significa soffrire, Non condividere, misurarsi con l'impotenza con tutta la frustrazione che ne deriva. Senza giudicare, senza scappare, senza normalizzare e negare il dramma cui si assiste.

È la prova più difficile.

In lingua rumena “mi occupo" ma anche “Mi interesso”, “sono coinvolto" si dice “m-am implicat”.

E allora non abbiamo paura delle “implicazioni”. Fanno parte dell'essere in guerra con l'oppressione più antica del mondo, a fianco di persone provate, qualche volta annientate dalla ferocia di un sistema criminale collaudato.

Contiamo solo una ferita in più,  come la nostra protagonista dell'annuncio contava un giorno i tagli da autolesionismo sul suo braccio sinistro, nelle foto sapientemente coperti ora dalla posa ora da un lenzuolo.

Qualcuno forse lì troverà eccitante motivo di sovrapprezzo.

È tutto questo è banalmente crudelmente normale.