Sedile 24

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di IGOR SANTOS SALAZAR

Nove ore in treno da Vitoria a Santiago di Compostela (XII)

 

*** Continua con queste righe una serie di tredici puntate per raccontare un viaggio in treno da Vitoria, nei Paesi Baschi, a Santiago di Compostela, nella Galizia, che percorre buona parte del nord della penisola iberica ****

Tempo sospeso nel tempo

Il viaggio continua lento mentre a San Pedro, vicino a Barca do Castelo, il paesaggio si addolcisce e si fa più larga la vega, con il Sil sempre protagonista, vestito da fiume europeo, ampio, navigabile, puntellato di porticcioli e bagnanti, di gente spensierata che gode al caldo di questo falso inverno. Anche l'abito con cui la terra si adorna è completamente cambiato. Pini ed eucalipti ornano le rive, i colli, l'orizzonte. Il sole tinge tutto di miele, inondando lo spazio, rendendo più trasparente il paesaggio. Nei villaggi l'ombra sembra provare invidia della luce che gli siede accanto. Poco prima della Pobla di Brollón, già in provincia di Lugo, nella terra di Lemos – quanto Lemos in quest'ultima ora di viaggio –, il treno si ferma. E non riparte. Per più di venti minuti restiamo come sospesi, dimenticati in un binario alle porte del vecchio borgo franco mentre le ombre crescono attorno. Anche il silenzio avvolge il convoglio. Dentro e fuori nulla si muove, neanche il vento. Dal finestrino ho tempo di imparare a memoria ogni singolo angolo della casa che fu dei ferrovieri, un bell'esempio dell'edilizia civile della fine dell'Ottocento, costruita quando Alfonso XII, pellegrino coronato, vagava da luogo a luogo inaugurando settori di ferrovia in una Galizia più vicina allora agli orizzonti locomotivi dei trovatori medievali di quanto non lo fosse alle descrizioni dei viaggi nella prosa di Jules Verne.

Si riparte, pianissimo, tra orti e frutteti, verso Monforte di Lemos, capitale dell'antica contea, più volte citata, dove il nome di due fratelli conti resiste al tempo: l'uno mecenate delle arti e delle lettere, a cui Cervantes dedicò la seconda parte del Chisciotte; l'altro viceré a Napoli e monaco benedettino nell'occaso dei suoi giorni. Quanta storia e quanto Seicento a Lemos, cittadina stanca che si scorge lontana, in piedi sulla sommità di un colle separato dalla stazione da una distesa di costruzioni senza alcuna personalità. Da qui a Santiago manca poco, ma bisogna essere prudenti: in questa remota terra la matematica è un'opinione, e la rotta volge a Orense, verso sud, ultima tappa prima della meta.

Ancora un cambio nel senso di marcia, ancora un cambiamento nella motrice, ancora un'altra provincia. Risultato: dall'entrata alla Pobra (17.37) all'uscita di Monforte (18.21) avremo percorso si e no una ventina di chilometri. Ma il ritardo accumulato non sembra un problema, molti sono appena saliti, il resto scenderà a Orense. Anche quelli che, come me, volevano giungere oltre. Il capotreno avvisa che un guasto impedisce di continuare su questo convoglio. Guasto mirabile: permette al treno di camminare ancora, fino alla prossima fermata. Orense, penultima tappa, diventa così finta meta. Sono storie che possono capitare soltanto qui, in questa terra di meigas (streghe) e trasgos (gnomi), di lavandeiras e Santa Compagna, spettrale processione d'anime. La luce della sera trasforma la carrozza con un incantesimo bisbigliato dalla bellezza del paesaggio che corre dopo Os Peares, dove il Sil si consegna al Miño, il più importante fiume della Galizia. O forse è il Miño a consegnarsi nel Sil, come alcuni vorrebbero, al punto di aver coniato un adagio che dice: «Il Sil porta l'acqua e il Miño la fama». Non credo che l’acqua e le sue creature si lagnino di queste polemiche, fin troppo umane. Sil o Miño che sia, l'effetto del nastro che scorre in questa valle entusiasma tutti gli abitanti della carrozza: migliaia di mimose ornano i pendî delle montagne affacciate sul corso del fiume, e l'ultima luce del giorno accende in riflessi doratissimi il giallo dei fiori, che infiamma l'aria.