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Fabrizio De Andrè dopo vent’anni

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di VINCENZO MONTRONE

L’eredità culturale, popolare e musicale di un artista compiuto


Settimana ricca di appuntamenti per ricordare Fabrizio De André a vent’anni dalla scomparsa, l’ 11 Gennaio del 1999. Manifestazioni, eventi e pubblicazioni di libri intorno alla sua figura e alla sua poesia costellano in maniera adeguata l’universo di iniziative che testimoniano il merito e la popolarità di uno dei più amati autori italiani.

Una poesia quella di De Andrè, che è fatta di parole e musica che si integrano con piacevolezza ed efficacia. Musica e parole entrate nel cuore e nella sensibilità di ognuno fino a diventare parte essenziale di ogni persona sensibile. Ascoltarlo, cantarlo imbracciando una chitarra è per molti, rivivere storie di singoli e movimenti di masse, identificandosi e facendone propri i contenuti e spesso anche di denuncia. Così, formandosi spontaneamente, viviamo una comunità coesa intorno ai fondamentali valori umani.

"L'antropologia implicita di Fabrizio De Andrè"

Da: “Antropologia e romanzo” - Domenico Scafoglio

Rubbettino Editore

2006

“….Se la performance culturale, per usare le stesse parole di Turner (1920 – 1983. Antropologo culturale che esaminò le correlazioni tra le attività artistiche nelle società industriali e le ritualità in quelle tribali), è una condizione attraverso la quale gli appartenenti a un gruppo sociale riescono a evidenziare «le relazioni, le azioni, i simboli, i significati, i codici, i ruoli, le condizioni, le strutture sociali, le regole etiche e legali e le altre componenti socioculturali che concorrono a formare i loro ‘io’ pubblici», allora anche la canzone d’autore, intesa come pratica artistica legata ad un determinato contesto, può fungere da strumento in grado di provocare, tanto negli autori che negli ascoltatori / spettatori, quel processo di critica culturale in grado di mostrare con minore ambiguità il grado di costruzione culturale delle norme e delle regole che informano l’agire sociale, valide in quel contesto perché in esso socializzate e condivise. Nel caso dell’opera di Fabrizio De André, ciò è particolarmente evidente soprattutto in quelle sue canzoni che parlano della diversità culturale (degli “zingari”, degli “indiani” d’America, degli appartenenti alle classi subalterne), della magia e del mondo popolare (a Genova e in Gallura), del sacro e del profano (Vangeli apocrifi) e del rapporto indissolubile tra eros e thanatos che ancora una volta si mostrano all’ascoltatore come risultanti di un intensa e inconsapevole mediazione tra l’innovazione (proposta dai singoli appartenenti al contesto), il tentativo di conservazione delle pratiche e delle norme tradizionali (messo in essere dal gruppo) e la narrazione pubblica e condivisa di tale dialettica ethnos / anthropos….”

Se si volessero mettere insieme i diversi temi, concetti, espressioni, a vent’anni dalla sua scomparsa, potremmo facilmente adottare questo astratto, che rappresenta un utile riferimento di approdi e di partenze nelle diverse direzioni e nelle diverse culture che ha toccato Fabrizio De André negli anni.

De André è stato il poeta degli ultimi, quello degli emarginati, colui ha rappresentato gli abusi dei poteri - dal giudice represso al carceriere o più ancora al potere della suggestione popolare -. Ed è stato chi ha raccontato l’uomo dall’abito semplice di un impiegato che diventa un impacciato ribelle solitario; chi ha portato alla memoria con innumerevoli immagini retoriche di facile comprensione ad illustrare la sua poesia e che, nella sua vocazione umanitaria, ha affrontato di petto il tema della spiritualità con occhi propri e mirare a un mondo di pace così difficile da raggiungere.

Non ha trascurato di citare e prendere a piene mani altri autori e di altre culture come il profondo Leonard Cohen, l’istrionico Georges Brassens e l’immensa e ancora attuale riscrittura di Edgar Lee Masters (Autore di “Antologia di Spoon River” tradotto in italiano dalla immensa Fernanda Pivano.

Ha scandito epoche di grande intensità sociale. Dapprima periodi di ballate e canzoni dedicate a volta con ironia a volte rivelando le storie di persone invisibili, non sopravvissute all’amore o al disagio di vivere in una società opulenta che dimentica facilmente l’importanza dell’individuo, abbandonato a sé stesso o denigrato. Il suicida per amore Michè, Bocca di rosa che tutti compiangevano quando fu allontanata dal falso pudore, o la donna che indusse l’uomo ad uccidere sua madre e sé stesso per un suo piacere effimero stanno a raccontarcelo. Come gli amori perduti che mestamente tornano alla memoria evocate dalla neve,  dall’inverno e dai cipressi.

Nei successivi periodi la produzione artistica rivela un fondo di forte spiritualità, la vicinanza all’altro di qualsiasi , persino dei rapitori o di un ladro salvato da un pescatore, mostrando di commiserazione e pietà o rievocando sempre con igure retoriche una visione umana intrisa di cristianità. Nella rilettura e riscrittura dei vangeli apocrifi con “La buona novella” peraltro, evidenzia come verso Gesù Cristo,  portato a entità sovrannaturale, non sia stata resa come effettivamente è, la figura umana, uomo di carne, come le altre che ha messo in pari evidenza per le  tensioni che li attraversavano.

Essersi interessato alle sorti del popolo nativo d’America non è stata soltanto narrazione. L’attenzione all’aspetto musicale folkloristico è stato un progressivo studio di grande coerenza. Compresi utili riferimenti al rock (“Quello che non ho” ) e al “prog” (Tour e album con la PFM) che non sono mancati. La conoscenza e la collaborazione di quei grandi musicisti lo condusse e lo immerse nella musicalità mediterranea. Musicalità strumentale ed espressiva, lingua dialettale, sonorità, parole racconti. Parole non messe a caso. Parole che “suonano” nella appartenenza alla lingua sarda ed a quella genovese che aleggiano su tutte le coste mediterranee. Così interpretando il dolore di chi migra, di chi arriva, che soffre portando in grembo e nella mente i propri figli e la propria cultura, contaminandoci. Arricchendoci.

Grandi autori di musica hanno calcato le sue scene, mettendo in luce la loro sensibilità e grande potenzialità:

Ad esempio “Crêuza de mä” con Mauro Pagani che rappresenta un momento di eccellente World music; Ivano Fossati con “Le nuvole” e “Anime salve”; Nicola Piovani per le musiche di “Storia di un impiegato”.

Vogliamo così ricordare questo caposaldo della nostra cultura letteraria vissuto in un contesto di agiatezza ma ribelle fin da piccolo. Testardo e come lui stesso diceva “in direzione ostinata e contraria”, cioè nella direzione scomoda e opposta alle facili posizioni e cavalcando le esigenze di chi soffre, fugge, ha bisogno di calore e conforto da altri esseri umani. Valorizzando la sua approfondita conoscenza delle tradizioni non solo musicali ma di una buona parte nella antropologia che se ne occupa.

Queste poche righe cercano di indirizzare verso il vastissimo mondo del repertorio artistico e umano di Fabrizio De André. Dopo venti anni non è ancora stato possibile riconoscergli tutto intero l’impegno nella ricerca, della immedesimazione, nella storia comune di tante persone che ci ha trasmesso.

http://www.fabriziodeandre.it/centro-studi/

http://maso.altervista.org/percorsi_incrociati/spoonriver/intervista_pivano_de_andre.php