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Come abolire lo Stato di diritto

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di LAVINIA ORLANDO

Che il leader della Lega Matteo Salvini non fosse nuovo a trovate quantomeno curiose è circostanza chiara ed evidente a chiunque. Ogni volta, tuttavia, il “Capitano” sembra superare se stesso, intaccando quell'ideale asticella della decenza che, sistematicamente, scende sempre più di livello, rasentando limiti che sarebbe riduttivo definire vergognosi.


Da vice Premier e Ministro dell'Interno, Salvini ci aveva inondato di siparietti ben poco istituzionali: comizi di partito tenuti indossando felpe di Corpi dello Stato, discorsi quasi istituzionali sfoggiando nelle spiagge il proprio torso nudo, esternazioni colme di fastidio – per usare un eufemismo – nei confronti degli stranieri, foto e video di cibi di vario tipo – che andrebbero bene per la pagina Instagram di uno chef o di un ristorante e non per quella di una delle massime cariche dello Stato. Alla luce di cotanto materiale, in molti pensavano che si fosse raggiunto il fondo.

Ancora una volta, tuttavia, il “Capitano” è stato capace di lasciarci letteralmente senza parole, vuoi per la gravità in sé di quanto posto in essere, vuoi per le conseguenze nefaste che potrebbero generarsi in seguito alle sue azioni.

Cosa altrimenti pensare del politico italiano più presente sui mezzi di comunicazione, più seguito sui social network, leader del partito, allo stato attuale, più suffragato, che, in un evidente stato di delirio di onnipotenza - che dura oramai da diversi anni - ha pensato bene di sostituirsi allo Stato e forse anche al Dio in cui afferma tanto di credere?

È questa la prima considerazione che viene in mente subito dopo aver visionato l'ennesima invenzione di un Salvini agli ultimi giorni di campagna elettorale per le elezioni regionali in Emilia Romagna – in realtà, si voterebbe anche in Calabria, anche se a nessuno tale circostanza parrebbe interessare.

Siamo a Bologna, nel quartiere Pilastro. Il “Capitano”, con al seguito numerose telecamere, accompagnato da una donna del posto che ha perso il proprio figlio per droga, ha suonato il citofono di un'abitazione, in cui, a dire della predetta signora, abiterebbe lo spacciatore del quartiere, un minorenne di diciassette anni, chiedendo al padre dello stesso di aprirgli le porte per eventualmente smentire l'accusa (“i residenti dicono che questo è uno spacciatore”) e per riabilitare il buon nome della famiglia. Nonostante la porta sia rimasta inesorabilmente chiusa, le conseguenze del gesto non sono tardate ad arrivare.

Al di là della nazionalità, tunisina, del presunto spacciatore, ripetuta a più riprese da Salvini, circostanza che ha quasi generato una crisi diplomatica col lo Stato nordafricano – non è la solita squallida caccia allo straniero che si vuole, in questa sede, contestare. Al di là della veridicità dell'accusa, comunque non suffragata – è bene precisarlo – da alcuna sentenza, definitiva o non, e successivamente contestata dal giovane messo al patibolo, che, infatti, si è prontamente rivolto ad un legale. Al di là degli innumerevoli profili penali derivanti da quest'ultima trovata di Salvini. Al di là della lotta, sacrosanta, allo spaccio di sostanze stupefacenti, che tanti danni provocano ai sempre più giovani consumatori ed alle loro famiglie. Al di là di tutti questi profili che meriterebbero,  ciascuno, una trattazione singola ed approfondita, ciò che preme per il momento sottolineare è la gravità connessa allo sdoganamento della giustizia fai da te ed alla conseguente messa in dubbio dei principi basilari dello Stato di diritto.

Per quanto letteralmente detestato da una parte, Salvini rappresenta un esempio per l'altra parte dell'elettorato italiano, altrettanto vasta, emulato ed osannato neanche fosse una rock star. Ed è proprio in virtù della forte influenza esercitata nel nostro Paese che il “Capitano” continua, con le sue parole e le sue “gesta”, a rosicchiare principi e valori che dovrebbero, al contrario, rappresentare dei capisaldi della nostra società.

La circostanza che un politico, fosse anche un Ministro della Repubblica o, addirittura il Capo dello Stato, si rechi presso l'abitazione di un qualsivoglia soggetto, cittadino o meno, e lo accusi deliberatamente di aver commesso un reato sulla base del solo sentito dire, e che tutto ciò venga propagandato in ogni dove genera due terribili conseguenze. In primis, l'accusato diventerà colpevole senza se e senza ma, quand'anche la sua intera vita sia stata paragonabile a quella di un Santo, e, secondariamente, il politico si trasformerà, agli occhi della gente, in un mix tra un poliziotto ed un magistrato, così scardinando quel famoso principio di separazione dei poteri riconosciuto come uno dei più potenti argini al rischio di totalitarismi, peraltro già vissuti dal nostro Paese.

Passi, dunque, l'ironia che si è abbondantemente sviluppata intorno all'episodio predetto, occorre comunque continuare a stigmatizzare quanto avvenuto, precisando che in uno Stato di diritto ciascuno deve rispettare ruoli e compiti, evitando accuratamente di sostituirsi a terzi, a pena di rischiare di scardinare totalmente un sistema pacifico ed ordinato, costruito, con estrema difficoltà, dopo secoli di buio e sopraffazione di pochissimi su molti.