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Craxi, luci e ombre di uno statista

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di BARBARA MESSINA

Il primo e unico incontro con l’uomo Craxi, lo ebbi una sera di molti anni fa per le vie della mia città, una piccola città che era anche un po’ la sua, il padre ne era stato Prefetto nel dopo guerra ed egli stesso aveva studiato in un collegio di una cittadina della provincia e sempre qui si rifugiava con la famiglia nei week end.

 

 

Sarà perchè ero ancora piccola, sarà perché erano gli anni della “Milano da Bere”, perché in quegli anni nella mia città i socialisti governavano e lo facevano anche bene, o semplicemente perchè gigante lo era davvero (era alto quasi due metri) ma ne avevo avuto l’impressione di un omone, di una persona importante, di uno di quei personaggi che fanno parte delle storia, di avere davanti a me la storia. Era l’autunno del 1988, mancavano pochi mesi al Congresso di Milano del maggio ‘89, il congresso che vinse con proporzioni “bulgare”, il congresso che segnò l’inizio della sua “fine” politica che sfociò poi nella stagione di “Mani Pulite” con la fine della prima repubblica e dell’Italia che pensava di essere grande. Erano gli anni del sorpasso dell’Italia sulla Gran Bretagna, dell’Italia che cresceva, della grande illusione che contagiò tutti, pensavamo di essere invincibili, si aveva la percezione di vivere in un paese importante, avevamo fiducia nelle capacità dell’Italia e diciamocelo anche in quell’uomo che di lì a poco avremmo considerato il peggiore dei mali. Corsi e ricorsi della storia, l’Italia è un paese così non è mai tenera con chi l’ha illusa e poi “tradita”, con chi ha cercato di governare un popolo difficile da accontentare che prima ti idolatra, poi ti invidia e alla fine ti odia… l’ha fatto con tutti i Leader che l’hanno governata, con tutti gli uomini e le donne che l’hanno resa grande, come disse Enzo Ferrari “l’Italia ti perdona tutto fuorché il successo”. A venti anni dalla morte è forse arrivato il tempo di ridare dignità al Politico Craxi per riconciliarsi con Benedetto, l’uomo. Alla guida del PSI dal Congresso tenutosi presso l’hotel Midas di Roma nel luglio del 1976, Craxi, era certamente un leader, un uomo dal carattere e dalla personalità molto forte, brusco e talvolta “antipatico”, capace però di trasformare il PSI, partito in crisi di voti e consensi, nella forza trainante di un’intera nazione, in anni in cui i partiti e la politica cercavano di “governare” una crisi politica profonda che non riuscirono mai a comprendere del tutto. Eletto segretario, pur appartenendo alla corrente “autonomista” (allora minoritaria), con l’appoggio di Nenni, Lombardi e Mancini, sulla spinta di quella che fu definita “la rivolta dei quarantenni”, focalizzò la propria ascesa politica sulla scommessa di rompere il duopolio PCI, DC.  Da qui l’origine della divisione della sinistra italiana, della contrapposizione PCI, PSI, degli epici scontri Craxi, Berlinguer. Contrapposizione nata da una visione diametralmente opposta della sinistra e del paese. Contrapposizione che non ebbe inizio, come molti pensano, con l’intervista rilasciata da Berlinguer a Eugenio Scalfari nel 1981 in cui  il leader comunista sollevava  la cd  “questione morale” ma bensì nel 1978 con la pubblicazione, sull’ Espresso, del “Vangelo Socialista”. In quel testo Craxi insieme a Pellicani ed altri grandi intellettuali, abbracciavano apertamente  il socialismo umanitario  di Proudhon, sostenendo la tesi che fosse arrivato per il PSI il momento di una revisione dei valori fondanti del partito accantonando la visione marxista-leninista. L’ascesa del politico Craxi  iniziò, però con il sequestro Moro, quando in aperto contrasto con la linea della fermezza dettata da DC, PLI e PSDI ebbe a schierarsi apertamente per il dialogo, cercando strenuamente di salvare la vita al leader democristiano, mettendo fuori gioco tanto il PCI di Berlinguer che la stessa Democrazia Cristiana. Craxi fu l’unico ad avere la lungimiranza di  comprendere l’ampiezza del disegno sovversivo che si nascondeva dietro il rapimento dell’on.le Moro, progetto che nonostante i proclami dei terroristi non poteva non concludersi (per le BR) che con la morte dello statista il cui peso e le cui idee erano diventate troppo ingombranti. L’ascesa del PSI inizio qui, dalla visione di un leader che aveva compreso che l’Italia stava cambiando e dall’intuizione che il disfacimento dell’alleanza DC - PCI, nata al tempo della costituente, non era solo la rottura di un patto tra forze politiche ma il progressivo disfacimento di due filosofie politiche, la DC e il PCI, che con la fine della Guerra fredda e il conseguente mutato quadro internazionale, non avevano ormai senso di esistere. La grandezza dello Statista Craxi è però da analizzare nella sua visione d’insieme e deve essere misurata tenendo conto soprattutto delle posizioni tenute in politica estera dove riuscì a porre l’Italia al centro del dibattito internazionale, opponendosi all’arroganza USA e al Presidente Reagan, facendo valere la Sovranità nazionale, nelle drammatiche ore di Sigonella dove oppose ai  Navy Seals americani i Carabinieri, imponendosi, per la prima volta sulla scena internazionale, come leader di un paese forte al centro del mediterraneo con cui tutti i paesi avrebbero dovuto iniziare a confrontarsi. Craxi, inaugurò una stagione che avrebbe portato l’Italia ad avere un ruolo primario nel quadro geo-politico europeo contribuendo, così facendo, allo sfaldamento dei due blocchi contrapposti che nel dopo guerra aveva relegato l’Italia ad un ruolo di subalterno da cui il segretario socialista era deciso a smarcarsi e a smarcare l’Italia.  Socialista, fino al midollo, aveva una visione d’insieme del quadro politico internazionale. In politica estera fu punto di riferimento per i dissidenti e le diverse forze democratiche che dal Sudamerica all’Europa dell’Est, si battevano contro i regimi sostenuti dai due blocchi contrapposti, aiutandoli sia politicamente che economicamente. Il giudizio sul politico perde però smalto quando si affronta il Craxi “italiano”; diversi infatti furono gli errori compiuti in politica interna. Craxi fu il primo esponente politico italiano a personalizzare un idea politica e il partito di cui era segretario, il primo a parlare di una riforma costituzionale in senso presidenziale, il primo a imbottire le liste elettorali e l’assemblea del partito di personaggi che servivano solo ad aumentare il consenso elettorale senza portare un vero e proprio contributo politico, colui che per primo portò in politica gli “yes man” (quelli che Formica ebbe a definire “nani e ballerine”). Craxi trasformò il PSI in un partito a propria immagine e somiglianza, fino a rendere pressoché impossibile il dibattito interno e anche la propria successione (cosa che si ripeterà a 20 anni di distanza in Forza Italia, dove oltre a Berlusconi non si riesce a trovare un leader capace di tenere unito il partito). Deleteria fu la scelta  di abolire la Scala mobile (con il cd decreto di San Valentino) che invece di ridurre l’inflazione, come si proponeva, ottenne un risultato opposto a quello che si era prefissato, aumentando la spinta inflattiva. Clamoroso, infine, fu  l’errore di valutazione sui Referendum proposti dall’on.le Segni con l’invito, rivolto ai propri elettori, di disertare le urne con la celebre frase: “andate al mare”. Le critiche più violente arrivarono però da sinistra, da quella sinistra che non gli perdonerà mai, di aver allontanato il socialismo italiano dalla visione marxista-leninista per avvicinarlo al socialismo umanitario. Craxi, nonostante i risultati elettorali che premiano l’operato dei suoi governi, inizia a diventare un personaggio scomodo, viene descritto come un revisionista, avvicinato a Mussolini (cosa quanto mai sbagliata), considerato un traditore, definito “il Cinghialone” soprannome che gli rimase attaccato addosso fino alla fine della sua vita e che gli venne affibbiato da Feltri (in un articolo che lo fece infuriare). La fine, o meglio, l’inizio della fine arrivò Il 17 febbraio 1992, da un’indagine che sulle prime sembrava essere un problema esclusivamente locale in cui erano coinvolti personaggi di secondo piano quando, infatti, Mario Chiesa (figura emergente del Psi milanese), venne arrestato per aver intascato una tangente, nessuno, men che meno Craxi avrebbe pensato che la cosa avrebbe innescato un processo tanto dirompente.  Un paio di settimane dopo è, infatti, lo stesso Craxi a commentare così la notizia: "Una delle vittime di questa storia sono proprio io... Mi trovo davanti a un mariuolo che getta un'ombra su tutta l'immagine di un partito che a Milano, in 50 anni, non ha mai avuto un amministratore condannato per reati gravi contro la pubblica amministrazione". Il 23 marzo Chiesa inizia a collaborare con gli inquirenti, svelando il sistema di tangenti che, si scoprirà in seguito, riguardava l’intero quadro politico milanese di cui, a suo dire, era solo un ingranaggio. Alle elezioni politiche del 1992 il Psi scende dal 14,3 al 13,5%, è il primo calo dalle politiche del 1976. L’inchiesta nel frattempo si estese all’intero territorio nazionale coinvolgendo diverse procure facendo luce su un sistema di finanziamento illecito ai partiti, collaudato negli anni, che a detta di Gherardo Colombo (ndr uno dei magistrati titolari dell’inchiesta) “interessò tutti i partiti del tempo, ad esclusione degli estremi”. Gli avvisi di garanzia iniziarono a piovere per esponenti PSI, DC, PLI, PCI e Craxi il 3 luglio 1992 alla Camera pronuncia il suo celebre discorso in cui denuncia: "Fioriscono e si intrecciano casi di corruzione e di concussione, che come tali vanno definiti, trattati, approvati e giudicati. E tuttavia, d'altra parte, ciò che bisogna dire e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale". E ancora: "Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro".  A dicembre del 1992 la Procura di Milano invia all'ex capo del governo un avviso di garanzia e l'11 febbraio 1993 Craxi si dimette dalla segreteria del Psi. Quando la Camera respinge l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti, il 30 aprile 1993, una folla di persone, che stavano partecipando a una manifestazione organizzata dal PDS di Roma, in una piazza poco vicina, insieme a militanti di estrema destra raggiunge l'Hotel Rafael e lo bersaglia con le monetine. Alle elezioni politiche anticipate del 1994 il leader socialista non viene ricandidato, senza l'immunità parlamentare, l'arresto è probabile, Craxi a cui (nonostante le inchieste) non era stato ritirato né il passaporto ordinario né tantomeno il passaporto diplomatico ripara in Tunisia, come rifugiato politico, nella villa di Hammamet. La giustizia italiana lo processerà in contumacia, due saranno le condanne definitive, condanne che la Corte europea dei diritti dell'uomo criticherà, in alcune parti, sanzionando lo Stato Italiano e riconoscendo agli eredi di Bettino un risarcimento seppur simbolico. La parziale riabilitazione arriverà postuma Mounsier le Presidant, infatti, provato dalla malattia e ingiustamente privato della possibilità di curarsi in Italia morirà ad Hammamet il 19 gennaio del 2000, a soli 65 anni. Chi era dunque l’uomo Bettino Craxi, un uomo che nel bene e male ha creduto nelle proprie idee, nel proprio progetto di paese, un uomo dal profondo spirito garibaldino e dalla lungimiranza sul futuro, un uomo che non merita di essere ricordando esclusivamente per le inchieste giudiziarie o l’esilio ad Hammamet ma che merita di essere raccontato per quanto di buono ha fatto per l’Italia che tanto amava. Un uomo fuori dalle righe, intelligente, quanto rude, magari antipatico ma con il coraggio di rinunciare al bene più prezioso, la sua stessa vita per rivendicare la propria indipendenza. A vent’anni di distanza dalla morte credo che la miglior definizione di Benedetto “Bettino” Craxi la diede egli stesso quando ebbe a dire: “La mia libertà equivale alla mia vita”. Se una frase può raccontare tutta una vita Craxi con questa descrisse egregiamente la propria.