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L'importanza dei sistemi elettorali

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di VINCENZO DE ROBERTIS

La Corte di Cassazione ha dichiarato proponibili i quesiti referendari avanzati da alcune Regioni a guida leghista, che mirano ad eliminare la quota proporzionale nella legge elettorale nazionale. Questa iniziativa di tutto il centro-destra, che è politica e culturale insieme, è invero molto tempestiva, perchè si colloca subito dopo la definitiva approvazione della legge costituzionale sulla riduzione del numero dei Parlamentari, tanto voluta dal capo del M5s, Di Maio, la quale, già per suo conto, costringe il Parlamento ad una revisione della legge elettorale attuale, che, così com'è, non garantirebbe un'adeguata rappresentanza nel nuovo Parlamento ridotto alle Regioni più piccole.

 


 

L'attuale legge elettorale prevede una quota di Parlamentari, di poco superiore al 60%, eletti con un sistema proporzionale, che, ancorchè “sbarrato”, assicura a forze sociali e politiche varie una certa rappresentatività, che in futuro potrebbe essere più ridotta per effetto della riduzione del numero di Parlamentari. Il restante numero di Parlamentari viene oggi eletto con un sistema maggioritario che prevede collegi uninominali sparsi su tutto il territorio nazionale nei quali si elegge un solo Parlamentare, quello più suffragato.

Eliminando la quota proporzionale nella legge elettorale nazionale, il centro-destra punta a “fare cappotto”, a prendersi, cioè, la stragrande parte dei Parlamentari, forte di un consenso elettorale che i sondaggi danno oggi quasi al 50% e che gli consentirebbe di sbancare tutti o quasi tutti i seggi uninominali in palio, garantendosi, così, oltre alla maggioranza in Parlamento, anche la nomina del prossimo Presidente della Repubblica e, forse, anche la modifica della Costituzione se i numeri fossero ultra-favorevoli.

Dal canto suo una parte del centro-sinistra, se il referendum proposto dalla destra si facesse, non intende contrastare l'instaurazione di un unico sistema elettorale maggioritario uninominale, magari da fare, se possibile, con un doppio turno, perchè pensa che così si potrà tornare ad un bipolarismo obbligato, che costringerà tutti (M5s in primis) a decidere necessariamente se stare con Salvini o con Zingaretti, dato che è stato dimostrato che con un sistema maggioritario un terzo polo non ha spazio, quando non ha la forza per scompaginare i giochi.

Il M5s è, invece, silente, come se il problema della legge elettorale non lo riguardasse.

Il calcolo e la convenienza politica del momento hanno spinto in passato e spingono tuttora tutti i partiti e gli schieramenti ad occuparsi di legge elettorale nell'ultima fase di una Legislatura o Consigliatura Regionale. Calcolo e convenienza spiccioli, finalizzati ad impedire il successo dello schieramento avverso, travalicano ogni considerazione politica generale, che dovrebbe, invece, improntare il dibattito sulla legge elettorale, la quale, pensando al lungo periodo, è lo strumento con cui si esercita la “sovranità popolare”, oppure, fuori di metafora, è lo strumento con cui le classi dominanti esercitano il proprio potere in un sistema parlamentare.

Gramsci e la questione del potere politico

Gramsci nei suoi Quaderni, appunti scritti durante la detenzione in carcere, parlando della gestione del potere, ha utilizzato il termine egemonia ed, analizzando i modi attraverso cui si esercita il potere, ha chiarito come dominio e direzione, conquista del consenso ed esercizio della forza, democrazia e dittatura sono sì termini antitetici, che, però, concorrono insieme a sostanziare il concetto di egemonia con combinazioni diverse fra loro.

La politica è il luogo principe in cui si confrontano le istanze più o meno coscienti di varie classi e strati sociali; nello stato moderno, fino ad un recente passato, i partiti sono stati il luogo in cui si sono formati e organizzati il consenso e la partecipazione; lo Stato è il luogo in cui si esprime l’egemonia di una classe sulle altre:

“[…]L’esercizio «normale» dell’egemonia nel terreno divenuto classico del regime parlamentare,


è caratterizzato da una combinazione della forza e del consenso che si equilibrano, senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi appaia appoggiata dal consenso della maggioranza espresso dai così detti organi dell’opinione pubblica (i quali perciò, in certe situazioni, vengono moltiplicati artificiosamente). Tra il consenso e la forza sta la corruzione-frode (che è caratteristica di certe situazioni di difficile esercizio della funzione egemonica presentando l’impiego della forza troppi pericoli), cioè lo snervamento e la paralisi procurati all’antagonista o agli antagonisti con l’accaparrarne i dirigenti, copertamente in via normale, apertamente in caso di pericolo prospettato per gettare lo scompiglio e il disordine nelle file antagoniste….”1

Se il regime parlamentare rappresenta la forma “classica” di esercizio dell’egemonia della borghesia capitalistica sulle altre classi, osservati dal punto di vista dell’egemonia, la forma statale di ogni nazione moderna ed ogni singolo aspetto di questa forma, appaiono come l’espressione di un punto di equilibrio fra forza e consenso, raggiunto in relazione al livello di scontro fra le classi in conflitto, ed un periodo storico determinato di una nazione non è altro che il processo di combinazione ed alternanza di questi due aspetti:

“[…]In questo processo si alternano tentativi di insurrezione e repressioni spietate, allargamento e restrizioni del suffragio politico, libertà di associazione e restrizioni o annullamenti di questa libertà, libertà nel campo sindacale ma non in quello politico, forme diverse di suffragio, scrutinio di lista o circoscrizioni uninominali, sistema proporzionale o individuale, con le varie combinazioni che ne risultano – sistema delle due camere o di una sola camera elettiva, con vari modi di elezione per ognuna (camera vitalizia ed ereditaria, Senato a termine, ma con elezione dei Senatori diversa da quella dei deputati ecc.) –, vario equilibrio dei poteri, per cui la magistratura può essere un potere indipendente o solo un ordine, controllato e diretto dalle circolari ministeriali, diverse attribuzioni del capo del governo e dello Stato, diverso equilibrio interno degli organismi territoriali (centralismo o decentramento,  maggiori  o minori  poteri  dei  prefetti, dei  Consigli provinciali, dei Comuni, ecc.), diverso equilibrio tra le forze armate di leva e quelle professionali (polizia, gendarmeria), con la dipendenza di questi corpi professionali dall’uno o dall’altro organo statale (dalla magistratura, dal ministero dell’interno o dallo Stato maggiore); la maggiore o minore parte lasciata alla consuetudine o alla legge scritta, per cui si sviluppano forme consuetudinarie che possono ad un certo punto essere abolite in virtù delle leggi scritte (in alcuni paesi «pareva» si fossero costituiti regimi democratici, ma essi si erano costituiti solo formalmente, senza lotta, senza sanzione costituzionale e fu facile disgregarli senza lotta, o quasi, perché privi di sussidi giuridico-morali e militari, ripristinando la legge scritta o dando della legge scritta interpretazioni reazionarie); il distacco più o meno grande tra le leggi fondamentali e i regolamenti d’esecuzione che annullano le prime o ne danno un’interpretazione restrittiva; l’impiego più o meno esteso dei decreti-legge che tendono a sostituire la legislazione ordinaria e la modificano in certe occasioni, «forzando la pazienza» del parlamento fino a giungere a un vero e proprio «ricatto della guerra civile».” 2

Queste parole, scritte da Gramsci recluso nel Carcere di Turi una quindicina di anni prima della caduta del fascismo, descrivono accuratamente come la gestione del potere non possa prescindere dalla lotta delle classi sociali, che influenza e determina anche la sovrastruttura istituzionale di uno Stato, garantendo o negando gli spazi politici entro cui le classi sociali possono agire.

L'Italia dalla Prima alla Seconda Repubblica

Lo Stato repubblicano, uscito dalla Resistenza, ha nella Costituzione la fotografia di un punto di equilibrio raggiunto nell'immediato dopoguerra fra forze sociali antagoniste con le rispettive forze politiche contrapposte che all'epoca hanno, però, raggiunto un compromesso, espresso nella Carta fondamentale del nuovo Stato. Un compromesso che disegnava un assetto istituzionale equilibrato, che nella classica tripartizione dei poteri metteva al centro il Parlamento, e, riaffermava diritti

1         A.Gramsci, op.cit., pag.59

2         A.Gramsci, op.cit., pagg.1637-8