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La decima edizione della Leopolda

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di LAVINIA ORLANDO

Dieci anni, in politica, rappresentano una tempistica sufficiente ad accogliere così tanti cambiamenti da riuscire a spostare lungo chilometri steccati che si ritenevano inamovibili e da capovolgere certezze che si giudicavano immutabili. Nonostante ciò e pur essendo passata tanta acqua sotto i ponti dal 2009 ad i giorni attuali, la Leopolda 2019 non ha riservato grosse sorprese rispetto a quanto avvenuto negli scorsi anni, se non per la consacrazione, comunque già preannunciata nelle settimane precedenti, della nuova forza politica, Italia Viva, che vede nell'ideatore della kermesse, Matteo Renzi, il leader incontrastato ed incontrastabile.

 

Solo ed esclusivamente sotto questo punto di vista, è possibile affermare che con la decima Leopolda si sia aperta una nuova era, tanto per l'ex Premier e per tutti coloro che lo seguono, quanto per l'intero scenario politico italiano, perlomeno sotto il punto di vista del raggiungimento di un primo passo verso quella giusta chiarezza di cui il variegato mondo del centro – sinistra aveva necessità sin dai tempi della prima edizione della convention.

Ciò che, invece, non è mutato è, in primis, il culto dell'uomo solo al vertice, osannato dal pubblico presente e chiaramente molto più a suo agio nel ruolo del conduttore solitario di una forza politica personale che dell'uomo di partito. Lo si evince chiaramente, ad esempio, dai particolari linguistici: chi sceglie di parlare soprattutto in prima persona (“io ho deciso”, “io ho fatto”, “io ho valutato”) ed utilizza raramente il noi, che sarebbe l'unica via corretta all'interno di una realtà che dovrebbe fare delle scelte condivise la sua unica strada, ha già chiaramente segnato il percorso futuro, anche e soprattutto metodologico, della forza politica in questione.

Ciò che, inoltre, continua a non mutare nella kermesse fiorentina è quella descrizione di un'Italia che si vorrebbe “tutta luccichii e pailettes” e che stride alquanto con l'attuale realtà: “la Leopolda è quel luogo dove da 10 anni si fa un pieno di speranza e di energia”, “quel luogo dove tutto è possibile e dove i sogni si popolano”, dove si parla di “innovazione tecnologica, piano strutturale per l'ambiente, smart city che verrà, infrastrutture, trasporti”, i cui punti forti sono “l'apertura e non la chiusura, il globalismo e non il provincialismo, il talento e non la rendita, il merito e non la paura, lo studio e non la fuga dalle responsabilità, la fiducia nei propri mezzi, il futuro, la speranza” e via dicendo, in un continuo di emozioni positive che rievocano il Berlusconi dei tempi d'oro, quando, nel bel mezzo della criis economica, affermava col sorriso che “i ristoranti sono i pieni”.

Ed, ancora, sempre sul metodo, continua ad esserci quella voglia di smarcarsi dagli alleati di governo – che fa il paio con quanto accadeva quando l'ex Sindaco di Firenze bazzicava le fila del Pd. L'ormai celebre “Enrico, stai sereno!” pronunciato da Renzi nei confronti del Premier Letta, suo compagno di partito e ciononostante da Renzi medesimo poco dopo fucilato alle spalle senza alcuna pietà e costretto alle dimissioni, sembra potersi ripetere anche con l'attuale governo: “proporre delle idee non è lanciare un ultimatum”, ha affermato Renzi dalla Leopolda, ma rappresenterebbe semplicemente un contributo programmatico a vantaggio della coalizione. Così sarebbe, se questo avvenisse una tantum, e non, come sta accadendo, con cadenza praticamente quotidiana, a metà strada tra il volersi smarcare dal governo di cui è peraltro stato tra gli artefici ed il volersi intestare, all'occorrenza, i provvedimenti più apprezzati.

Ed è proprio giungendo alle questioni concrete che viene in luce la reale natura del nuovo partito targato Matteo Renzi: “no all'aumento delle tasse e no all'incremento della spesa pubblica...occorre, anzi, tagliare la spesa senza tagliare i servizi”. Se l'ex Presidente del Consiglio afferma di avere addirittura la ricetta giusta per eliminare 2 miliardi di euro nel giro di un solo anno, è davvero significativo constatare come Italia Viva consideri preminenti tematiche solitamente care ad un elettorato di certo non di sinistra e che guarda decisamente altrove - tra le altre, Renzi ha anche affermato, sempre dal palco della Leopolda, che “l'immigrazione, quota 100 e le tasse sono dei problemi, ma Italia Viva intende non semplicemente enunciarlo - come fa Salvini - ma tentare di risolverlo”.

Ed è così che è giunto l'affondo finale, chiarificatore rispetto a qualsivoglia dubbio: “il nostro disegno è quello di fare ciò che ha fatto Macron, recuperare ed assorbire larga parte del consenso; con i nostri 50 parlamentari, 30 consiglieri regionali, 100 Sindaci ed i 10.000 iscritti, vogliamo offrire uno spazio a quelli che non credono alla casa dei sovranisti ed a quelli che non stanno dentro ad un disegno strutturale di rapporto tra Pd e Movimento Cinque Stelle, perché noi non faremo un'alleanza strutturale col Movimento Cinque Stelle, che non è il nostro mondo”, per non parlare della netta “apertura anche a coloro che votano Forza Italia”, agendo sul “malessere di quella parte dei dirigenti e degli elettori moderati” del partito di Berlusconi che non condividono la nuova leadership, nel centrodestra, di Matteo Salvini.

Ora che chiarezza è stata finalmente fatta e che il Macron italiano si è finalmente rivelato in tutta la sua modestia, non resta che attendere i futuri sviluppi del nuovo partito, partendo dal presupposto che la sua collocazione non potrà che essere ben lontana da quella di una sinistra c.d. tradizionale, piuttosto posizionandosi in un'area moderata e liberale molto più vicina a quella che si potrebbe definire una moderna democrazia cristiana.