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Di Maio sospende la vendita delle armi italiane alla Turchia di Erdogan

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di NICO CATALANO

Nei prossimi giorni Luigi Di Maio dovrebbe firmare un decreto di sospensione delle forniture di armamenti e armi italiane alla Turchia.

 

Il Ministro degli Esteri seguirà l’esempio di quanto già hanno messo in atto Francia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi e Finlandia. La decisione è la risposta all’intervento militare intrapreso da circa una settimana da parte governo di Ankara contro il popolo curdo nel nord della Siria. Un’azione bellica di una violenza inaudita, che ha già prodotto oltre 130mila sfollati e più di 500 vittime, tra militari e civili. L’intenzione del Ministro è quella di utilizzare lo stop alla vendita di “prodotti di morte” al fine di ostacolare le mire espansionistiche del presidente Recep Tayyp Erdogan, decisione che arriva nei giorni in cui lo stesso Consiglio dell’Unione Europea ha condannato all’unanimità l’intervento in Siria dell’esercito Turco. Una determinazione quella del governo Italiano, tardiva e figlia di un’indignazione ipocrita, in quanto riguarderà le forniture future, difatti il nostro Paese continuerà a vendere armi per tutto il 2020, tutelando i contratti in corso, che così saranno rispettati. Ma vi è di più, sicuramente una parte consistente delle bombe piovute in testa ai curdi sono “made in Italy” infatti la Turchia (Paese facente parte della NATO) nel 2018 è stata uno dei maggiori importatori di armi italiane, assieme al Qatar e Pakistan. Negli ultimi quattro anni le forniture di armi da parte italiana ad Ankara sono state un crescendo: 128,8 milioni nel 2015, 133,4 nel 2016, 266,1 nel 2017 e 362,3 nel 2018. Elicotteri da guerra, sistemi di precisione, bombe, razzi, missili e armi da fuoco per un totale di 890,6 milioni di euro. Un mercato quello delle armi italiane che rappresenta un florido settore nonostante quanto stabilito dalla legge 185 del 9 luglio 1990 che vieta l’esportazione e il transito di materiali bellici verso Nazioni in conflitto, a meno che non siano stati aggrediti da altri Paesi, così come stabilisce l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Oltre ad essere inadempiente verso quanto stabilito dalla nostra Costituzione, il nostro Paese viola anche il Trattato Onu sul commercio delle armi, il cui articolo 13 prevede, che ciascun Stato presenti annualmente un rapporto sulle autorizzazioni o effettive esportazioni e importazioni di materiale bellico. L’Italia ha presentato i propri dati all’agenzia dell’Onu fino al 2009 e dopo soltanto i report 2013 e 2014, difatti insieme al Lussemburgo, risulta il paese europeo più inadempiente. Inoltre sempre secondo le fonti delle Nazioni Unite tra i principali destinatari delle armi italiane, figurano nazioni “canaglia” paesi perennemente belligeranti, monarchie assolute, regimi repressivi che non rispettano i diritti umani. Le conseguenze di tutto ciò sono rappresentate da interi popoli ridotti alla fame o in fuga, e il nostro Paese così come altre “civili” Nazioni che con una mano contribuiscono alla distruzione, con l’altra danno il loro contributo agli aiuti umanitari, poi l’indignazione diventa collettiva quando l’Erdogan di turno agisce, una vera ipocrisia dei nostri giorni. Sono lontani i tempi in cui al Quirinale sedeva un presidente socialista e partigiano, quel Sandro Pertini che nel giorno del suo insediamento arrivò a dire “si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte e si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature che lottano contro la fame “

Fonte della foto: Il Fatto Quotidiano