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Un taglio alla rappresentanza

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di LAVINIA ORLANDO

A patto di sembrare ostinatamente controcorrente, ci dovrà pure essere qualcuno che funga da contraltare rispetto all'adesione a scranni unificati alla riforma costituzionale che ha condotto alla riduzione del numero dei parlamentari italiani.


Dagli attuali novecentoquarantacinque, si è giunti alla cifra di seicento, suddivisi tra i quattrocento della Camera dei deputati – in luogo degli odierni seicentotrenta – ed i duecento del Senato della Repubblica – che ora invece ne conta trecentoquindici.

Si tratta di una riforma fortemente voluta dal Movimento Cinque Stelle,  motivata con riferimento, in primis, al risparmio che, grazie ad essa, si genererà. Peccato che economie di gran lunga maggiori sarebbero potute derivare dall'adozione di ben altre misure che non avrebbero intaccato la rappresentanza democratica – si veda, come suggerito dall'autorevole costituzionalista Prof. Cassese, l'annosa questione degli F35, su cui, nonostante le tante promesse, nessuno tra i governi finora susseguitisi ha avuto la forza di intervenire, rinegoziando o addirittura - ma sarebbe una chimera - revocandone gli acquisti.

Del resto, l'obiettivo del risparmio dei costi della politica avrebbe potuto essere raggiunto in egual misura, se non addirittura in modo incrementato, agendo su stipendi e privilegi, oltre che sugli apparati ministeriali, pur nella consapevolezza che, stante la naturale fallacia dell'essere umano ed onde evitare sollecitazioni, soprattutto economiche, esterne, sarebbe pericoloso livellare eccessivamente verso il basso le indennità dei parlamentari, così rischiando, altresì, che solo i più abbienti possano continuare ad accedere a cariche elettive.

Un'ulteriore motivazione addotta a sostegno della riforma ha riguardato l'asserita convinzione di migliorare l'efficienza delle Camere e di rendere il loro lavoro più snello, con una velocizzazione nell'adozione dei provvedimenti che non si comprende come possa realizzarsi, posto che un numero nettamente inferiore di parlamentari dovrà occuparsi delle medesime questioni trattate da Camere attualmente composte da molte donne e uomini in più, col conseguente peggioramento nell'intasamento dei lavori parlamentari.

Taglio del numero dei parlamentari significa, altresì, riduzione della rappresentanza territoriale, col connesso rischio che molte istanze c.d. periferiche restino, non solo inascoltate, ma del tutto ignote al consesso parlamentare, con l'ulteriore problematica dell'inevitabile innalzamento dello sbarramento per poter accedere in Parlamento e la connessa, ingiusta e potenzialmente pericolosa esclusione di forze politiche che, pur raggiungendo un numero considerevole di preferenze, resterebbero escluse da Camera e Senato – a meno che una futura riforma della legge elettorale non assicuri dei correttivi in questo senso.

Per le tante ragioni appena esposte è facilmente comprensibile come piegare rappresentanza e democrazia ad istanze squisitamente propagandistiche sia quanto di più abietto possa essere compiuto da chi assume decisioni politiche. È forse questa la colpa maggiormente addebitabile al Movimento Cinque Stelle che, nonostante abbia avviato la propria attività politica avendo come faro la Costituzione, è giunto in pochi anni a battersi, peraltro riuscendoci, per il suo stravolgimento.

Non che i tanti scandali che si sono susseguiti nel corso dei decenni e che hanno riguardato rappresentanti istituzionali a vari livelli abbiano aiutato, ma, nel momento in cui si continua a veicolare il messaggio per cui chiunque faccia politica, a partire da Camera e Senato, sia un malfattore e che i costi pagati dalla collettività per stipendiare chi siede in Parlamento e negli altri organi rappresentativi non siano altro che somme utilizzabili per fini ben più importanti, è chiaro che la riduzione del numero dei parlamentari non può che essere la naturale evoluzione di tale ragionamento, nonostante tutte le criticità appena elencate.

Del resto, un risultato differente sarebbe stato del tutto impossibile, perché nessuna delle forze politiche che presenti in Parlamento – con pochissime eccezioni – avrebbe mai voluto rischiare di essere additata quale “difensore delle poltrone”, in un periodo storico molto duro per i politici, anche e soprattutto per chi è mosso da ottime intenzioni ed alti ideali.

Così, se l'attuale Parlamento vede uno tra i più alti rapporti rappresentanti – rappresentati in Europa, la nuova composizione delle due Camera abbasserà drasticamente tale rapporto con tutte le conseguenze elencate. Il problema è che, di demagogia in demagogia e di taglio in taglio, ivi compresi quelli che continuano a colpire la credibilità della politica, si rischia di giungere, senza neanche rendersene conto, a forme oligarchiche o simil dittatoriali dalle quali qualsivoglia Stato democratico dovrebbe assolutamente tenersi lontano, soprattutto se il Paese in questione, com'è il caso dell'Italia, abbia vissuto, in un periodo storicamente non così remoto, esperienze similari.