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La teoria truffaldina del “residuo fiscale”

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di VINCENZO DE ROBERTIS

Se si cerca nelle enciclopedie o nei libri una definizione del concetto di “residuo fiscale”, concetto entrato nel linguaggio politico corrente in un tempo

relativamente recente, si troverà che esso viene definito come la differenza fra quanto denaro, riveniente da tributi, una Regione versa allo Stato e quanto dallo Stato, direttamente o indirettamente, ne riceve sotto forma di servizi.

Vi è in questa definizione una molteplicità di non-verità che finisce per distorcere la realtà del Paese:

In primo luogo la tassazione principale, sia quella diretta sui redditi delle persone fisiche e delle imprese, che quella indiretta sui consumi, è attività esercitata direttamente dallo Stato e non dagli Enti Locali, come Regioni e Comuni, i quali hanno, invece, la possibilità di esercitare direttamente un'attività di riscossione di tasse e tributi sui propri cittadini, o sotto forma di addizionali ai redditi principali, oppure su specifiche materie, come la proprietà di immobili (IMU), di autovetture (ex tassa di circolazione), servizi comunali (spazzatura) ,ecc..

Il rapporto diretto fra Stato e Cittadino-Impresa, che viene ad instaurarsi con la tassazione basata su aliquote differenti in relazione al reddito percepito, o al tipo di prodotto per la tassazione indiretta (IVA), esclude una partecipazione diretta nella riscossione da parte delle Regioni a statuto ordinario, che ricevono, invece, trasferimenti dallo Stato per erogare servizi ai propri cittadini, come sanità e scuola.

Dire, quindi, che “le Regioni versano allo Stato le tasse” è quanto meno un'inesattezza, poiché solo lo Stato è l'Ente territoriale preposto dal nostro ordinamento a riscuotere i tributi più consistenti.

Bella scoperta ! Si dirà.

Ma i cittadini risiedono nelle Regioni e, quindi, il residuo fiscale, se non si può calcolare per Regione, si può calcolare almeno individualmente, fra ciò che il cittadino versa allo Stato in tasse e ciò che riceve come servizi.

Questa considerazione è un po' meglio della precedente, ma rischia di farci deviare ugualmente dal percorso verso la verità, sia perchè il calcolo di ciò che si riceve non può ridursi solo alla sanità ed alla scuola, ma deve ricomprendere molto altro, come le infrastrutture (strade, aereoporti, ferrovie, ecc.), o i servizi amministrativi (ad es. la giustizia), ma anche perchè la parola “cittadino” è un'astrazione, dentro cui si nasconde una realtà sociale (e quindi contributiva) estremamente variegata.

Di fronte al fisco un conto sono i lavoratori dipendenti o i pensionati, che da soli rappresentano più dell' 80% del gettito fiscale che grava sul reddito, un altro conto sono i liberi professionisti e le imprese.

E siccome il nostro sistema fiscale non prevede che il lavoratore dipendente o il pensionato versi lui direttamente allo Stato le imposte sul suo reddito, ma che questo lo faccia il sostituto di imposta, cioè il datore di lavoro alle cui dipendenze lavora, ne discende di conseguenza che se io lavoro al Sud, ma alle dipendenze di una società che ha sede fiscale al Nord, le tasse sul mio reddito figureranno come versate al nord.

Analoga distorsione possiamo verificare sulle imposte indirette che gravano sui consumi, come l'IVA. Infatti se le grandi Aziende che producono beni e servizi hanno la sede legale in regioni del Nord, l'IVA incamerata sarà versata allo Stato figurando come gettito fiscale di quelle regioni, mentre merci e servizi saranno distribuiti su tutto il territorio nazionale.

Quella che fin dalla formazione dello Stato unitario è stata una disparità economica e sociale fra zone del Nord e del Sud dell'Italia, che nel corso di più di un secolo e mezzo si è accentuata e che la Costituzione repubblicana ha contemplato nei suoi articoli, ribadendo principi di unità e solidarietà, si vorrebbe ora rovesciare.

Dalla “questione meridionale” si vorrebbe passare alla “questione settentrionale”, cioè al riconoscimento del diritto di devolvere la maggior parte delle risorse finanziarie incamerate dallo Stato alle Regioni più ricche, che sono quelle del Nord, perchè in esse sono concentrate le maggiori attività produttive e finanziarie, dimenticando l'unità economico-sociale che caratterizza tutto il Paese.

La falsa teoria del “residuo fiscale” serve a questo.