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La strage di Lampedusa sei anni dopo

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di LAVINIA ORLANDO

Sono trascorsi sei anni da una delle peggiori stragi della migrazione e della disperazione che l'Italia abbia mai vissuto e duole constatare come davvero in pochi, in questi giorni, abbiano fatto menzione della tragedia.

Correva il 2 ottobre del 2013 e 368 persone morivano al largo di Lampedusa, a causa dell'incendio del barcone che conduceva centinaia di migranti - per aver assunto tale decisione definibili evidentemente al culmine della disperazione - dal continente africano a quello europeo, di cui Malta ed Italia – con l'isola di Lampedusa – sono i principali avamposti.

L'immagine della strage che più resterà nei ricordi è l'hangar, sito all'interno dell'aeroporto dell'isola, colmo di bare, ordinatamente allineate, ciascuna con una rosa rossa in cima, ma senza nessuno al fianco dei feretri intento a piangere le salme, un'amara dimostrazione, quest'ultima, di quanto non solo in vita ma anche in morte convenga nascere in alcuni Stati invece che in altri.

Le tante reazioni di costernazione, provenienti, da ogni parte del mondo, da politica ed opinione pubblica, riempivano giornali, radio e tv, accomunate da un univoco leitmotiv: “Basta con le morti in mare!”, così mettendo in scena un coro che avrebbe potuto, almeno astrattamente, fungere da impulso per l'avvio del cambiamento.

Come sempre, tuttavia, le questioni, anche quelle maggiormente dibattute e sviscerate, vengono accantonate non appena il trascorrere del tempo cancella il trasporto emotivo che le aveva accompagnate, senza contare quel macabro processo di assuefazione, anche alla morte, che ha reso sempre più ordinari quegli stessi naufragi ed annegamenti che solo qualche mese prima avevano generato sdegno a reti unificate.

Così, nonostante la strage di Lampedusa, ben poco è cambiato. I migranti, innanzitutto, hanno continuato a morire: non si conosce il numero esatto delle vittime, ma pare plausibile stimarne, a partire dal 2013, una cifra pari a quasi ventimila, per non parlare delle migliaia di esseri morti sulla terraferma, lungo il percorso che dall'Africa subsahariana li conduce sulle coste magrebine, o durante la lunghissima permanenza in Libia, in autentiche prigioni, dove la violenza rappresenta l'unica costante.

In realtà, ciò che è mutato è l'animus dell'opinione pubblica: lo sgomento iniziale, l'ira e lo sdegno hanno ben presto ceduto il passo all'indifferenza, a sua volta gradualmente sostituita dal fastidio nei confronti dei migranti che si è successivamente trasformato nel più becero razzismo. Così, il peggiore degli incubi si è avverato: quel “meglio che affondino invece che invaderci” è divenuto molto più comune di quanto si potesse immaginare.

In memoria della tragedia del 3 ottobre, il Senato, nel 2016, ha proclamato tale data “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione”, finalizzata a, secondo quanto si legge nella legge che l'istituisce, “conservare e rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni ed alla miseria”.

Per quanto rievocazioni di questo tipo siano importanti, soprattutto se e quando celebrate con la partecipazione di giovani studenti, al fine di sviluppare la cultura dell'accoglienza contro qualsiasi forma di discriminazione basata su razza e luogo di provenienza, la “questione migrazione” continua a produrre alcune tra le più vergognose rappresentazioni del fallimento delle politiche messe in atto dai Paesi più influenti del mondo, a partire dalla c.d. civile Europa.

Come visto, il numero di morti nel Mar Mediterraneo non si è ridotto: il web pullula di video ed audio in cui, a fronte di richieste di aiuto provenienti da barche in difficoltà, colme di bambini, donne e uomini, le autorità italiane e maltesi si perdono in un incessante rimpallo di responsabilità circa lo Stato a cui spetti prestare soccorso, tanto da generare, nel frattempo, altre morti. Al di là del vergognoso braccio di ferro fittizio condotto dall'ex Ministro dell'Interno Salvini sulla pelle dei migranti, di cui si è ampiamente riferito nei mesi appena trascorsi, o degli accordi forse ancora più vergognosi siglati con la Libia dal precedente governo Gentiloni, spicca l'enorme difficoltà che gli ultimi esecutivi susseguitisi nel nostro Paese hanno dimostrato rispetto alla gestione della questione. Costantemente scissa tra la necessità di rispettare i diritti umani - come se la tutela di questi ultimi fosse una seccatura e non il minimo sindacale che ciascuno Stato dovrebbe avere il piacere di garantire – ed i tentativi ben riusciti di esacerbare quell'innata paura nei confronti del diverso per fini puramente elettorali, la politica italiana – per non parlare di quella europea – ha dato sfoggio del peggio di sé.

Circa il futuro, i propositi non sembrano tanto rosei; a parte il ritorno all'obbligatorietà degli interventi di salvataggio in mare – dopo l'oscura parentesi salviniana – nulla muta rispetto ad accordi di ripartizione di migranti che di vincolante nulla hanno e che, peraltro, non tengono per niente in conto l'intento dei singoli migranti – per non parlare dei continui rimandi alla necessità di rafforzare la cooperazione con Stati come la Libia, accordi che, come già esplicato, rappresentano un anticipo di sofferenza per chiunque si trovi a transitare dallo Stato africano verso l'Europa e che nulla hanno a che vedere con le tematiche della tutela dei diritti umani e della salvaguardia della persona.