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Il Pd dell'inesorabile discesa negli inferi

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di LAVINIA ORLANDO

Altro che unità, compattezza e serietà.

 

Il travaglio del Partito Democratico continua incessante perseguendo la strada di una spirale discendente intrapresa già da anni, il cui effetto primario è quello di generare un'importante emorragia di voti, certamente causata dal fatto di essere stato al governo per cinque lunghi anni, ma altresì motivata dal caos interno che fa dei democratici quanto di più lontano da una forza politica votata alla risoluzione delle problematiche del Paese, al contrario rendendoli un'accozzaglia di aspiranti “primi uomini” - donne, purtroppo, se ne vedono ben poche - attorniati da cortigiane e cortigiani intenti a lottare per la supremazia di un regno che va via via prosciugandosi.

In una fase campale per l'Italia e per l'Europa, con un esecutivo in grado di porre in essere alcune tra le politiche più di destra che il Paese ricordi, quello che dovrebbe essere il principale partito di opposizione assurge agli onori delle cronache solo per la guerra tra bande che continua a dilaniarlo, in questo particolare momento con riferimento alla scelta del nuovo Segretario.

Tale lotta fratricida dura oramai da svariati anni, anche rispetto ad altre tematiche, e non sembra trovare sbocco neanche alla luce delle conseguenze nefaste che genera all'interno del Pd, ad iniziare dal fatto di essere tremendamente irrispettosa nei confronti di tanti onesti militanti che, nonostante tutto, continuano a svolgere attività politica sotto le bandiere democratiche semplicemente perché, ancora e quasi inspiegabilmente, ci credono, così come i sei milioni di italiani (che pochi non sono), i quali, in occasione delle scorse elezioni politiche, avevano espresso la loro preferenza in favore del Pd.

Stanti queste premesse, la notizia del ritiro di Marco Minniti dalle primarie democratiche non è che l'ultima delle tante implosioni. L'ex Ministro dell'Interno del governo Gentiloni, un vero e proprio sceriffo a capo di uno dei Dicasteri più importanti dello Stato, tanto da qualificarlo come il reale artefice della riduzione, sin dallo scorso anno, degli sbarchi di migranti nel nostro Paese – con modalità che in poco lo differenziano dal tanto vituperato successore Salvini - riformista, ben poco di sinistra, pareva essere il perfetto candidato alla segreteria democratica proposto da Matteo Renzi, potenzialmente in grado di ricevere il suffragio della sua ampia corrente, oltre che dei cinquecento Amministratori locali che l'avevano spinto a scendere in campo. L'endorsement renziano, tuttavia, non è mai arrivato, ragion per cui Minniti ha abbandonato la corsa, motivando ufficialmente tale scelta con l'intento di salvaguardare l'unitarietà del partito, essendo tuttavia in evidente polemica con quel Matteo Renzi che pare stia lavorando, neanche troppo sottobanco, alla nascita di una nuova forza politica atta a spiegarsi dal Pd a Forza Italia, attraverso la creazione di fantomatici comitati civici che non si comprende bene in quale rapporto siano o si porranno col Pd – e potrebbe forse essere questa la ragione per cui l'ex Segretario democratico e già Premier abbia più volte ribadito di non voler proferire parola sulle primarie e per cui i parlamentari renziani abbiano rifiutato la richiesta di Minniti di sottoscrivere un documento col quale impegnarsi a restare nel Pd.

Rimane, dunque, a casa il candidato che si era prefissato il lungimirante obiettivo di riportare il Partito Democratico, in totale autonomia, agli antichi fasti del 40% e la corsa si riduce, per il momento, a soli due soggetti, Zingaretti e Martina, che, forse molto più realisticamente, pensano ad una futura alleanza di governo col Movimento Cinque Stelle, sempre nel caso in cui l'attuale liaison con la Lega dovesse venir meno.

Com'è evidente, nel principale partito di opposizione si discute di aria fritta e di fantapolitica, spaziando dalla vocazione maggioritaria di Minniti ad una scissione made in Renzi, argomenti che generano null'altro che il totale silenzio mediatico – e forse anche concettuale - del Pd sulle scelte del governo giallo – verde, che ringrazia e prosegue, ben felice di non avere il benché minimo straccio di opposizione.

Ciononostante, per quanto possa sembrare assurdo, per quanto la macchina della propaganda salviniana paia essere al culmine della sua forza, per quanto i due partiti al governo ritengano di avere il monopolio del c.d. popolo italiano, ci sono tante e tanti che sentono la necessità impellente di trovare una soggettività che abbia la forza di opporsi al razzismo leghista ed all'acquiescenza mixata al nulla pentastellato.

A tutti costoro nulla interessa degli pseudo drammi democratici – e forse nulla mai è interessato - considerata la chiara vocazione liberista che il Partito Democratico ha sempre manifestato e le scelte intraprese, soprattutto dal governo Monti in poi, decisioni che hanno fatto sì che un elettorato tradizionalmente di sinistra abbandonasse la storica collocazione in favore di Cinque Stelle o, addirittura, Lega, considerate come le forze politiche più vicine ai problemi comuni.

Fermo restando che quanto accaduto al Pd potrebbe verificarsi anche alle due componenti dell'attuale esecutivo – ed è Renzi medesimo ad insegnarlo, pure lui riuscito nell'impresa di condurre in cima il Pd, per poi portarlo, altrettanto velocemente, nel baratro, con la riduzione dei voti di oltre la metà – resta la necessità di costruire un'alternativa credibile e seria, in grado di farsi portavoce di quanti, oltre a detestare le politiche di chiusura giallo-verdi, non si sentono rappresentati neanche dai democratici, dalle loro liti e da quelle che si presume siano loro proposte a fronte di problematiche concrete.