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Pomodoro rosso sangue

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di NICO CATALANO

Sono sedici le vite spezzate in questi ultimi giorni sulle insanguinate strade della Puglia, la regione dei trulli, della pizzica,

 

 

 

 

della notte della taranta e dove i braccianti continuano a lavorare in condizioni di sfruttamento, i più fortunati pagati meno di due euro all’ora per un lavoro che comincia nelle campagne all’alba e finisce all’imbrunire, senza diritti, sicurezze e servizi essenziali, ammassati come bestie e trasportati sui luoghi di lavoro con mezzi di fortuna per viaggi che durano anche diverse ore. Una terra dove lavorare come bracciante significa ancora trovare la morte per la fatica, la mancanza di sicurezza o in incidenti stradali sugli scalcagnati furgoncini dei padroncini;

così, come avveniva negli anni ottanta del secolo XX per le donne che grazie alla duratura e indecente istituzione dei salari differenziali, ogni giorno dalle province meridionali della regione, si spostavano nell’allora opulento arco Jonico Metapontino per prestare la loro opera di braccianti, sovente  sottopagate e sfruttate dall’allora nascente moderna  impresa agricola ad integrazione orizzontale che includeva assieme diverse funzioni, dal produttore al trasformatore/commerciante, negli anni della globalizzazione avviene per una moltitudine di invisibili, braccianti extracomunitari che hanno trovato la “pacchia”  nell’essere sfruttati dai gangli di un sistema molto più pericoloso, quel settore primario basato sull’agricoltura intensiva, che ha come cardine l’impresa multinazionale ad integrazione verticale, così insostenibile da consumare più risorse di quante ne produca, risorse cheap a buon mercato non solo per la coltura del pomodoro, ma anche per le angurie, l’uva, le ciliegie, le arance e le olive, processi produttivi quindi necessariamente bisognosi di sfruttamento dell’uomo o dell’ambiente.

Un sistema fragile, segnato da un prevalente part time farming rispetto alla conduzione aziendale full time, dove due-tre soggetti economici, legati alla GDO strozzano di fatto un’intera e maledettamente lunga filiera, accumulando lauti profitti e costringendo così gli agricoltori a comprimere i fattori della produzione per non finire sul lastrico: lavoro in primis.

Questi incidenti, purtroppo annunciati da tempo, causati da vergognose situazioni croniche presenti nel settore primario pugliese, più volte denunciate nel passato dalle inchieste prodotte da qualche bravo e indipendente giornalista e scrittore, segnalazioni rimaste solo delle urla di dolore ignorate, spesso soffocate nel silenzio di comodo dei tanti che “contano” in questa regione, dalla tv e stampa del regime protempore, ai molti politici e sindacalisti sino al mondo accademico e intellettuale.

Due eventi luttuosi, avvenuti in provincia di Foggia, terra di pomodoro, quell’oro rosso italiano tinto di sofferenza e sangue africano, il primo sabato 4 agosto sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri, nel quale hanno perso la vita in quattro, il secondo lunedì scorso sulla strada statale 16, presso la località Ripalta, nel territorio di Lesina, dove invece a morire sono stati in dodici, le dinamiche sono ancora al vaglio degli inquirenti, ma in entrambe le circostanze il mezzo che trasportava i braccianti in totale assenza delle minime norme di sicurezza, si è scontrato con un Tir ironia della sorte, carico di cassoni contenenti  pomodori,  due dei tanti mezzi utilizzati in questi giorni, per il trasporto del frutto appena raccolto dalle campagne del tavoliere alle industrie di trasformazione di tutta Italia;

Questi episodi, avvenuti in una calda estate, hanno messo in luce l’attuale lungo inverno presente in Puglia, dopo ben 13 anni di quella “primavera pugliese” che non ha saputo o non ha voluto risolvere concretamente l’annoso problema.

Una situazione certo complessa, che va affrontata non solo con l’approvazione di qualche buona legge, che una volta approvata necessita dalla politica il coraggio e la coerenza di farla rispettare, a tale proposito c’è da chiedere alle istituzioni regionali pugliesi: si applicano contro il caporalato, le prescrizioni contenute nella Legge regionale concepita dall’ex assessore al lavoro della giunta Vendola Marco Barbieri?

Così come la Legge Barbieri, una buona norma è anche la Legge Martina-Orlando contro il caporalato, votata nel 2016 in parlamento da tutti i gruppi politici con la sola astensione di Lega e Forza Italia, uno strumento legislativo che a parte le infelici esternazioni in merito di Matteo Salvini, va potenziato e non certo limato.

Ma per risolvere la questione, accanto  all’ implementazione sia dei servizi di trasporto pubblico per i braccianti così come alle azioni di integrazione tramite politiche abitative espresse dalle varie forme di coabitazione sociale che facciano abbandonare la prassi vergognosa dei campi e dei ghetti istituzionali, bisogna avere la volontà di mettere in discussione l’intero sistema agricolo basato sull’agricoltura intensiva, quella  fabbrica vegetale di sfruttamento insostenibile per il lavoratore, la salute dell’uomo e  per l’ambiente, mediante politiche mirate a premiare seriamente solo chi coltiva in maniera rispettosa per i lavoratori, i consumatori, l’ambiente e la biodiversità, sostenendo l’implementazione delle filiere corte, del  chilometro zero, dei mercati contadini locali, mettendo in atto capillari politiche di educazione alimentare e al consumo allo scopo di aumentare la consapevolezza nel consumatore;

perché fino a quando come consumatori, compreremo i pomodori al prezzo di 20 centesimi al chilo, ignari di tutto quello che si cela dietro quel prezzo “conveniente” ci sarà sempre sfruttamento della natura e dell’uomo, al netto delle marce, dei comizi e degli slogan, quelle morti le continueremo ad avere tutti sulla coscienza, non solo i caporali, i politici, i sindacalisti e i manager delle multinazionali dell’agroindustria.

Fonte della Foto: Il Sole 24 Ore del 7 agosto 2018