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Salvini come Berlusconi. Anzi, peggio

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di LAVINIA ORLANDO

L'irrefrenabile Salvini continua a tenere desta l'attenzione sulla sua persona.

 

Accanto ai migranti ed ai rom, il Ministro dell'Interno, vero ed unico Premier per nulla celato dell'esecutivo Conte, ha individuato ulteriori bersagli da aggiungere alla già ampia lista di “raggruppamenti etnici e sociali” da prendere di mira, peraltro cosciente della portata deflagrante che qualsiasi sua parola produce nei confronti dei sempre numericamente maggiori seguaci.

Nei giorni appena trascorsi, il leader della Lega ha compiuto un pericoloso passo in avanti, dando dimostrazione di iniziare a considerare l'importante ruolo ricoperto secondo modalità che superano ampiamente i limiti del diritto.

Una prima avvisaglia si è palesata nel corso dello scontro verbale verificatosi tra Tito Boeri, Presidente dell'Inps, e lo stesso Salvini, ad argomento, tanto per cambiare, proprio i migranti, secondo il primo importanti per mantenere il sistema pensionistico italiano in equilibrio, dichiarazioni che, come prevedibile, hanno mandato il secondo su tutte le furie, tanto da spingerlo a preavvisare tutti, Boeri in primis, dei cambiamenti che si renderanno necessari all'interno dell'Istituto in questione (chiaramente sotto il profilo dei dirigenti). Oltre a continuare ad ingerirsi in questioni che non lo riguarderebbero (dal momento che la nomina del Presidente Inps spetta al Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro del lavoro di concerto con quello dell'economia), colpisce la seraficità con la quale un Ministro della Repubblica, per giunta vice Premier, manda avvertimenti – neanche tanto velati – a chi ricopre un ruolo la cui nomina è sì governativa, ma in teoria dipendente dalle capacità e competenze tecniche più che dalle personali convinzioni sui migranti.

Assodato che il delirio di onnipotenza che sembra essersi impadronito di Salvini non fa altro che aumentare giorno dopo giorno, è interessante osservare come tale modus agendi si estenda anche in ambiti che esulano dalla principale ossessione salviniana, ossia i migranti.

L'ultima lotta ingaggiata dal Segretario del Carroccio vede, difatti, come nuovo (in realtà già vecchio) bersaglio i magistrati. Come e forse anche più (per le ragioni che vedremo) di Silvio Berlusconi, Salvini non ha lesinato accese accuse.

La questione è di facile comprensione: negli anni tra il 2008 ed il 2010, l'allora tesoriere della Lega Francesco Belsito e l'allora Segretario Umberto Bossi vengono accusati di aver distratto parte dei rimborsi elettorali spettanti al partito, impiegandoli in attività per nulla consone al caso e personali (resterà alla storia, fra tutte, l'acquisto della laurea in Albania a vantaggio del “Trota”, uno dei figli di Bossi, già consigliere regionale lombardo). Oltre alla condanna di Belsito e Bossi, il Tribunale confisca alla Lega i quasi 49 milioni di euro profitto del reato. Attraverso un successivo provvedimento di sequestro preventivo, i conti della Lega si mostrano poco capienti rispetto alla somma sottratta ed è per questo che, in seguito alla richiesta della Procura della Repubblica, dapprima rigettata dal Tribunale del riesame, la Corte di Cassazione ha esteso l'esecuzione del sequestro anche alle somme giunte successivamente al partito di Salvini fino al raggiungimento dei 49 milioni – il tutto al di là di un'ulteriore inchiesta che sta vagliando quale fine abbiano fatto i soldi scomparsi dalle casse del Carroccio dopo l'apertura delle indagini su Belsito e Bossi.

A fronte di tali questioni, che riguardano, almeno per la parte già giunta a sentenza, soggetti altri rispetto all'attuale classe dirigente leghista, Matteo Salvini, per l'occasione trasformatosi nella brutta copia di Silvio Berlusconi, ha dato ampio sfoggio del peggiore repertorio sul tema, riferendo di sentenza e processo politici e di volontà dei giudici di mettere fuorilegge la Lega per via giudiziaria ed auspicando, a breve, un incontro col Presidente della Repubblica, finalizzato a renderlo edotto dell'attacco che, a causa della magistratura politicizzata, un partito rappresentativo di milioni di italiani starebbe subendo.

È quasi inutile precisare la gravissima portata di tali affermazioni, tanto per l'attacco mosso da un membro del potere esecutivo al potere giudiziario, quanto per la volontà di tirare in ballo Mattarella in una vicenda su cui il Capo dello Stato nulla potrebbe dire o fare, sempre per il rispetto del famoso principio di indipendenza ed autonomia di organi e poteri della Repubblica tra di loro.

Salvini, tuttavia, dimostrando di essere ancora in piena trance elettorale, pare non averlo compreso ed ha deciso di rispolverare il classico dei classici made in Forza Italia, per cui un partito o un leader che possa vantare i favori dei sondaggi e/o dei voti non può essere messo sotto inchiesta o, neanche a dirlo, condannato, poiché questo genererebbe una distorsione della volontà popolare ed in molti, va precisato, non gli hanno dato torto.

Forse neanche il Berlusconi dei tempi migliori sarebbe arrivato a tanto, purtuttavia, all'epoca, avrebbe incontrato tanti oppositori pronti a denunciare l'accadimento, circostanza che ora stenta a verificarsi.

In tutto ciò, infatti, è davvero assordante il silenzio dell'alleato di governo del Carroccio, quel Movimento Cinque Stelle che ha fatto dell'onestà e della tutela della magistratura i suoi cavalli di battaglia, e che invece ora, a fronte di un vice Premier e Ministro dell'Interno che accusa i giudici di golpe, non ha nulla da dire, se non accennare ad un timido “La sentenza va rispettata” (secondo quando riferito dall'altro vice, Luigi di Maio, e dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede).

Che il ruolo istituzionale abbia ammorbidito i grillini è sotto gli occhi di tutti, tuttavia un conto è edulcorale le dichiarazioni, altro è tacere su principi da sempre bandiere di un Movimento. È dunque lecito chiedersi fino a quale punto i grillini saranno disposti a giungere pur di mantenere in piedi il governo e, ancora di più, per quanto tempo ancora i loro elettori saranno disponibili a tollerare lo snaturamento di una realtà che era nata sotto presupposti totalmente differenti.