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"La scorta": questa non è una fiction televisiva ma la vita reale

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di CARMELA BLANDINI

L’ex magistrato Antonio Ingroia  nel mese di Maggio ha ricevuto una comunicazione dal Viminale, ultimo spregevole atto del governo Gentiloni e del ministro Minniti, dove si diceva che la sua scorta, ridotta già da tempo a soli due agenti  per gli spostamenti più pericolosi ma comunicati in anticipo, non è più disponibile  perché revocata.


Ingroia  non ha detto nulla ma ha scritto tre lettere: al ministro Minniti, al ministro degli Interni del nuovo governo Salvini,  di nuovo a Salvini e al sottosegretario M5s Carlo Sibilia. Per tre volte Ingroia  chiede “una rivalutazione aggiornata della situazione di pericolo cui lo scrivente ritiene di essere attualmente ancora esposto” anche  perché  dice :“l’improvvisa e totale rimozione di ogni dispositivo di protezione potrebbe essere interpretato dalle organizzazioni mafiose e in particolare dai boss che ho più perseguito in questi anni – da Matteo Messina Denaro ai fratelli Graviano agli stessi corleonesi facenti capo a Leoluca Bagarella, nonché ai capi della ’Ndrangheta – un segnale di abbandono e di isolamento da parte dello Stato nei confronti di chi per almeno 25 anni è stato percepito, a torto o a ragione, come un simbolo della lotta alla mafia, quale uomo delle Istituzioni e servitore dello Stato”.

Dalle istituzioni nessuno gli ha ancora risposto. Nemmeno un cenno o una frase di solidarietà.

Antonio Ingroia, da giovane fu collaboratore del giudice Paolo Borsellino,  è stato il magistrato  che ha avviato le indagini  a Palermo sulla “Trattativa tra Stato e mafia”, poi portate a processo dal magistrato Antonino Di Matteo, il quale il 20 aprile 2018 ha ottenuto la condanna in primo grado di uomini delle istituzioni come Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, di boss di Cosa nostra come Leoluca Bagarella e Antonino Cinà e del “mediatore” Marcello Dell’Utri.

Le parole che Nino Di Matteo  pronuncia per difendere l’amico  fanno tremare le vene dei polsi : “Ingroia è in pericolo. La mafia e i potenti che colludono con la mafia non dimenticano”.

Questa, purtroppo, è una verità con la quale è difficile convivere senza un aiuto concreto, ma anche  fortemente simbolico, che può arrivare solo dallo Stato.

Antonio Ingroia, sotto scorta per quasi 30 anni, ha ricevuto minacce di ogni tipo. Dalla mafia ha ricevuto minacce di morte. Dallo Stato è stato punito con una lenta persecuzione che lo portò a dare le dimissioni dalla Magistratura e a reinventarsi, con successo, nella professione di avvocato.  La sua profonda conoscenza della Costituzione e delle Leggi, le lezioni che apprese lavorando al fianco di un grande magistrato come Paolo Borsellino, gli hanno sempre fatto amare la ricerca della Legalità al di sopra di ogni cosa.

Io lo conobbi, di persona, attorniato dalla sua scorta, a Mondello l’1 Giugno 2013, dove una mia carissima amica mi aveva invitato ad andare per la prima Assemblea di Azione Civile, il movimento politico fondato da Ingroia dopo la deludente esperienza “color arancione” di Rivoluzione civile.

Nella sala conferenze dell’Hotel, che ospitava l’Assemblea, lui sembrava stanco (forse per il viaggio o per lo stress) e  un po’  confuso per tutto quello che accadeva  nella sala piena di gente. Col tempo ho capito che, invece, è una persona  che non ama stare sotto i riflettori, ma si costringe a farlo se lo crede necessario, in compenso  è un uomo che ama parlare molto di ciò che sente giusto sia detto e dice sempre quello che pensa.  Quel giorno fu eccezionale.

Quando prese la parola, infatti, mi dissi che mai nessun politico aveva detto quelle cose “vere”, che mai nessun politico aveva detto chiaramente come senza “legalità” niente può funzionare: la frutta che mangiamo e la casa dove abitiamo o la strada dove camminiamo, tutto deve avere le stigmate della Legalità, se vogliamo vivere bene e in pace tra di noi.

Prima non mi ero mai interessata molto di politica, anche se dai miei studi sapevo bene di essere marxista ed ero entusiasta del PCI di  Enrico Berlinguer,  ero attirata più dall’aspetto filosofico e sociologico di quanto avveniva  in Italia che da altro, in genere poi mi informavo  sui candidati alle elezioni. Ma, quel giorno a Mondello,  capii che in quella sala non c’era un  “politico”  nel senso  stretto del termine, c’era  una persona con uno  straordinario “cervello pensante”  un grande giurista che parlava senza  nessuna  spicciola speculazione  legata alla richiesta di  voto e ad altre simili miserie.

Quando uscii dalla sala mi capitò di avere Ingroia alle spalle e una parte della sua scorta che camminava davanti a me, per un  attimo pensai fosse accaduto qualcosa, ma subito dopo realizzai che quella era la normalità, era logico che la scorta  avanzasse in mezzo alla strada per farlo attraversare, era logico che controllassero chi ci fosse al di là della strada e dietro i muri.

Nel viaggio di ritorno a casa pensai molto alla sua vita sotto scorta, pensai a come si sentisse la sua famiglia, pensai  alle famiglie della scorta, pensai ai tanti pericoli che ci sarebbero potuti essere in quella sala e in quella strada. Mentre pensavo mi sentivo orgogliosa di averlo conosciuto e di aver  visto l’altra faccia della medaglia, quella medaglia che magistrati come Ingroia e Di Matteo si meriterebbero da vivi!..    E non come Falcone e Borsellino ai quali solo il popolo riconosce ancora il loro grande sacrificio nel quasi abbandono da parte dello Stato.

Il processo sulla Trattativa Stato – mafia ha avuto una sentenza di condanna verso persone tutte molto pericolose e i due  magistrati, quello  che  l’ha iniziato, Antonio Ingroia, e quello che l’ha concluso, Nino Di Matteo, hanno  pieno Diritto ad una scorta che li protegga, perché proteggendo loro si protegge anche  tutto il Popolo italiano dalla mafia.

E’ questo il Dovere di uno Stato che ha molto da farsi perdonare!