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Habemus papa

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di LAVINIA ORLANDO

Dopo l'ennesimo colpo di scena, all'esito di settimane in cui l'Italia non si è fatta mancare davvero nulla, andando ben oltre l'immaginabile, siamo giunti laddove in molti già pensavano si arrivasse, secondo previsioni ben antecedenti rispetto alle elezioni di marzo: un governo targato Movimento Cinque Stelle – Lega.


A posteriori, risulta davvero assurdo pensare al tanto tempo perso, alle numerose occasioni sprecate ed ai fiumi di parole pronunciate in questi mesi, che, col senno di poi, sarebbe stato meglio non affermare.

Ora che il nuovo esecutivo targato Conte è nato – con una lunga gestazione ed un quasi doppio parto – potremo finalmente concentrarci sul merito dei punti indicati nel c.d. contratto di governo giallo – verde e sull'effettiva attuazione degli stessi.

Risulta inutile ripercorrere i vari tentativi falliti, in quanto oramai noti ai più, all'esito di una lunghissima attesa durata quasi tre mesi, ma è necessario spendere qualche considerazione su quanto accaduto negli ultimi giorni, a partire dal diniego del Presidente Mattarella ad uno dei Ministri indicati da Conte in occasione del primo incarico.

Ci si riferisce all'ormai noto professor Paolo Savona, fortemente voluto da Lega e Movimento Cinque Stelle, ma altrettanto inviso al Presidente della Repubblica per l'atteggiamento euroscettico.  Ed è stata proprio quest'ultima la ragione esplicita per cui, nella serata di domenica 27 maggio, Mattarella ha scelto di rigettare la nomina al Ministero dell'Economia di Savona, le cui idee avrebbero, sempre a detta del Quirinale, posto in allarme gli investitori e generato un incremento dello spread.

Tale veto, sicuramente legittimo sotto il profilo costituzionale, risulta discutibile dal punto di vista dell'opportunità politica, svelando quanto la democrazia italiana sia sempre più messa a rischio da forze esterne, per nulla riconosciute dalla Costituzione repubblicana, peraltro le stesse che, negli anni appena trascorsi, hanno determinato tutte le scelte poste in essere da Monti in poi.

Il successivo ed immediato incarico a Carlo Cottarelli, già pronto con una squadra di governo, ma chiaramente privo di maggioranza parlamentare, ha rappresentato un ulteriore tassello atto ad instillare il dubbio che, ancora una volta, a governarci siano interessi diversi rispetto a quelli squisitamente italiani.

E come tralasciare, a questo punto, le recenti dichiarazioni del Presidente della Commissione Europea Juncker (non proprio l'ultimo arrivato), che avrebbe affermato che “Gli italiani devono lavorare di più ed essere meno corrotti”, almeno secondo quanto riportato dal quotidiano inglese “Guardian”. Nonostante i successivi tentativi di smentita, risulta chiara la considerazione che il nostro Paese vanta all'estero, che dimostra inequivocabilmente la necessità di mutare rotta circa l'assoggettamento dell'Italia ai poteri europei.

Giungendo al leader Cinque Stelle ed ora Ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, è evidente quanto questi abbia perso notevole appeal e dimostrato un'inconsistenza politica degna dei peggiori dilettanti: dopo aver dichiarato che i Ministri sarebbero stati nominati dal Presidente della Repubblica, si è smentito minacciando la messa in stato di accusa di Mattarella, per aver posto il veto su Savona, facendo poi nuovamente marcia indietro, essendosi reso conto, da una parte dello strafalcione giuridico appena affermato e dall'altra del fatto di essere stato praticamente abbandonato dal nuovo Ministro degli Interni e Segretario leghista, Matteo Salvini, accettando ciò che avrebbe sin da subito evitato il “macello istituzionale” dei giorni passati, ossia un nuovo nome al Ministero dell'Economia. Lo stesso leader della Lega, del resto, già pronto a nuove elezioni, è stato anch'egli costretto a fare un passo indietro, cadendo inevitabilmente in contraddizione, ma dimostrando sicuramente un atteggiamento più fermo del suo omologo pentastellato, che non lascia adito a dubbi circa la trazione del nuovo esecutivo.

Per non parlare di Fratelli d'Italia, dapprima ferma sul punto dell'unità del centrodestra, via via divenuta molto più flessibile, giungendo anche all'ipotesi di entrare nell'esecutivo (con in regalo un bel Ministero). Tuttavia, all'esito del rifiuto del Movimento Cinque Stelle, al partito della Meloni non è rimasto altro che una benevola astensione che sarà votata nel momento in cui il governo Conte si presenterà in Parlamento.

Viste le premesse ed ascoltate le dichiarazioni dei Ministri appena nominati, siamo certi che ci sarà molto da disquisire nel merito dei provvedimenti che saranno adottati.

L'unico auspicio che resta è che un esecutivo a trazione leghista, con un programma fortemente spostato a destra (si vedano, fra tutte, flat tax e politiche sull'immigrazione), possa far finalmente rinascere una sinistra finora non pervenuta, quasi del tutto assente dal dibattito politico e tutta da costruire.